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Il ritorno dei Rolling Stones: “Il diavolo del blues ci tiene ancora vivi”

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Il nuovo disco “Foreign Tongues” riporta Jagger, Richards e Wood alle radici più sporche del rock: “Non vogliamo mai perdere quell’essenza”
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ROMA – Per sessantaquattro anni hanno trascorso più tempo sul palco che non in studio. Venticinque album sembrano pochi per definire una leggenda, eppure. Perché i Rolling Stones sono ancora credibili? Ribaltando una visione ormai consolidata tra i musicisti negli anni Duemila, specie quelli di più lunga militanza, hanno scelto di dare in pasto al pubblico il teatrino dei loro show dal vivo, inevitabilmente molto distante dalle fiamme degli anni d’oro, per provare a regalare qualche calcio sugli stinchi nel tempo trascorso in studio. Da anni il rock non è in cima ai pensieri del pubblico: mancano nuovi eroi, manca l’epica di qualche decennio fa.

Per gli Stones è quasi gioco facile restare in sella, mantenere un carisma. Ma mentre gl…

ROMA – Per sessantaquattro anni hanno trascorso più tempo sul palco che non in studio. Venticinque album sembrano pochi per definire una leggenda, eppure. Perché i Rolling Stones sono ancora credibili? Ribaltando una visione ormai consolidata tra i musicisti negli anni Duemila, specie quelli di più lunga militanza, hanno scelto di dare in pasto al pubblico il teatrino dei loro show dal vivo, inevitabilmente molto distante dalle fiamme degli anni d’oro, per provare a regalare qualche calcio sugli stinchi nel tempo trascorso in studio. Da anni il rock non è in cima ai pensieri del pubblico: mancano nuovi eroi, manca l’epica di qualche decennio fa.

Per gli Stones è quasi gioco facile restare in sella, mantenere un carisma. Ma mentre gli altri rinunciano alla scrittura per portare in giro il simulacro del loro juke-box di successi, Jagger, Wood e Richards provano a scrivere qualche pagina nuova. Magari in concerto salveranno una o due canzoni nuove e il resto verrà dedicato al greatest hits, ma intanto pubblicano due album in meno di tre anni. In fondo, il significato di un titolo come Foreign tongues, il nuovo album in uscita il 10 luglio, potrebbe essere proprio questo: in un dominio di pop globale, quello degli Stones è un metaverso rock dai tratti quasi alieni.

Sono in pochi a tirare ancora il blues per la coda (Jack White a parte) e ascoltando Rough and twisted, il brano di apertura del nuovo disco, il clima diventa umido e sporco, come succede solo in presenza del fantasma di Robert Johnson.

Paul McCartney e Mick Jagger in uno scatto dell'agosto 1967

 

La band ha pescato in parte dalle tracce non utilizzate nel precedente Hackney Diamonds del 2003, ma è come da allora si fosse infilata in una bolla creativa in cui le cose riescono molto meglio rispetto agli anni 80 e 90, quando si faceva fatica a individuare un brano da fissare nella memoria. Curiosamente ci sono momenti che rimandano a un disco non considerato leggendario come Some girls, 1978: il falsetto di Jagger in Jealous lover ricorda Beast of burden, mentre Ringing hollow fa pensare agli (allora) spiazzanti scenari country di Far away eyes. Ma è il blues il vero peccato originale di un gruppo che quando torna alle origini suona di brutto:«È da lì che proviene questa band e non vogliamo mai perdere quell’essenza - ha spiegato Ron Wood - anche quando ero solo un fan, nessun altro in Gran Bretagna aveva colto lo spirito del blues americano come gli Stones». In quello sguardo un po’ demoniaco c’è anche spazio per rileggere You know I’m not good di Amy Winehouse, che a quello spirito ha riservato devozione fino all’estremo. E sempre a proposito di maledizioni, Beautiful Delilah è un omaggio a Chuck Berry.

Gli Stones restano un faro per tutte le generazioni di rocker, dai coetanei Paul McCartney (che suona in Covered in you) e Steve Winwood (Traffic, Blind Faith) ai più giovani Robert Smith dei Cure e Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, tutti ospiti del disco. «Fai musica, impari a farla e suoni con i migliori - ha spiegato Keith Richards - finché suoni con i ragazzi con cui ti trovi bene non sai mai cosa ne verrà fuori». Hanno resistito alle defezioni e ai lutti (ma Charlie Watts aveva fatto in tempo a registrare alcune parti del disco prima della sua morte nel 2021), ma quell’alchimia solforosa che unisce questi ottantenni è il segreto che tutti vorrebbero decriptare. Gli Stones continuano a guardare il mondo del rock dall’alto perché nessuno, da tempo, è riuscito a salire sul loro tappeto volante. E se dal vivo la loro magia lascia intravedere i trucchi del mestiere (nessuno, nemmeno loro, può nascondere il logorio dell’età), in studio gira ancora lo spiritello che li accompagnava su e giù tra le boutique di Carnaby Street. E nei concerti in tanti cercheranno di scoprire dove si nasconde Satanasso tra le dita sempre più ossute di Keith Richards.

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