Il piccolo grande festival La Guarimba, che da quattordici anni si svolge ogni agosto ad Amantea in provincia di Cosenza, ha un legame strettissimo con il Venezuela. Il suo fondatore Giulio Vita è un “calabro venezuelano” come si definisce, un migrante di ritorno, che ha creato questo festival dedicato ai cortometraggi, l’animazione, il documentario e il videoclip nel paese da cui i suoi nonni erano partiti alla fine degli anni Quaranta per emigrare in Sud America con la nave ed erano approdati proprio a La Guaira, epicentro del terremoto del 26 giugno. Ogni anno ad Amantea convergono filmaker, artisti e attivisti che hanno a cuore lo spirito di questo festival. Guarimba è una parola che per gli indios venezuelani significa “posto sicuro”.
In questo momento drammatico per il Venezuela il festival (7-12 agosto) non è rimasto con le mani in mano e ha lanciato alcune iniziative. Insieme all'Associazione Culturale La Guarimba, stanno coordinando sforzi tra Italia e Venezuela per inviare degli aiuti. “Siamo parte di una rete più ampia, nata spontaneamente tra artisti venezuelani – spiega Vita – attraverso un gruppo WhatsApp, che originariamente serviva per organizzare mostre e concerti, si è trasformato in una rete di coordinamento nazionale e internazionale per raccogliere donazioni e indirizzarle a compiti precisi sul territorio. La situazione logistica è critica: l'aeroporto internazionale è chiuso, lo Stato venezuelano cerca di controllare le donazioni e gli aiuti materiali dall'estero. Per questo servono liquidità immediata e persone coordinate con moto e macchine per la distribuzione. Sul campo si stanno acquistando beni di prima necessità (cibo, tende, materassi, vestiti, medicinali, prodotti per l'igiene), ma anche attrezzatura per i soccorsi: trapani, smerigliatrici e altri strumenti per rimuovere le macerie e salvare le persone intrappolate. Si stanno anche supportando strutture sanitarie come l'Hospital Vargas. I punti operativi attivi includono l'UCV, la Esfera de Soto e il fronte dell'ambasciata francese”.
Inoltre il festival sta sostenendo e aiutando due filmaker Oriana Martinez e Nil Jaen, della casa di produzione CF.PRO che a Caracas stanno raccogliendo testimonianze e immagini dal campo. Ad agosto sarà poi ospite del festival la musicista Eileyn Ugueto, il cui nome d’arte è La Negra Ugueto, che presenterà ad Amantea il suo documentario Women to the Drum in cui racconta il suo lavoro di recupero della tradizione musicale di origine africana dei tamburi. L’artista terrà al festival anche un laboratorio musicale. L’abbiamo contattata in Francia dove si trova attualmente.
Qual è la situazione nella sua zona di origine?
“Io in Venezuela vivo tra La Guaira e Caracas. La situazione attuale è di grande incertezza, poiché siamo isolati e non disponiamo di mezzi diretti di contatto o di supporto. Nelle località in cui vive la mia famiglia, i danni sono lievi rispetto ad altre aree ma a subire le maggiori ripercussioni sono stati i servizi pubblici. In questo momento, la questione più critica riguarda la salute, sia fisica che psicologica, soprattutto di anziani e bambini. Le persone con cui riesco a parlare in Venezuela mi raccontano uno stato di massima allerta”.
Come l’Europa può aiutare il Venezuela in questo momento?
"Credo che l'assistenza debba concentrarsi principalmente sull'organizzazione e sulla pianificazione della distribuzione di risorse essenziali, medicinali, attrezzature e personale qualificato. La ripresa richiederà tempi medio-lunghi; è fondamentale contribuire a organizzare gli aiuti in modo tempestivo, dando la priorità all'assistenza sanitaria e tecnica”.
Il paese viveva già un momento difficile, questa calamità come complica la situazione economica del paese?
"È proprio l'aspetto economico a preoccuparmi di più: il costo della vita era già alto e, trovandomi lontano da casa, sento il dovere di provvedere a tutta la mia famiglia in attesa che la situazione si stabilizzi. Mio padre è un allenatore sportivo, mia madre e mia sorella sono insegnanti, mentre il resto della mia famiglia è composto solo da bambini e anziani. Sono in ansia: questa situazione richiede una profonda riorganizzazione finanziaria per poter andare avanti”.
La sua musica, la sua arte è un omaggio, un tributo all’identità venezuelana. Quando verrà ad Amantea ad agosto cosa farà?
"Terrò un workshop che permetterà ai partecipanti di cogliere la bellezza e la complessità sonora del Venezuela – tutti quei contrasti che ci definiscono musicalmente – e di comprendere come ciò dia vita alla danza che risiede in noi, a prescindere dalle nostre origini. Per me, questa opportunità rappresenta un passo importante verso una maggiore visibilità della cultura afro-venezuelana che contribuisce in modo significativo all'immaginario collettivo del Venezuela e che è stata profondamente ferita dal terremoto”.
Per lei la musica è un’espressione collettiva. Come sarà il suo laboratorio?
"Il mio laboratorio sarà un'esperienza immersiva e sensoriale, vorrei che chi partecipa riesca a cogliere l'essenza venezuelana attraverso i suoi tamburi. Che sono strumenti che oggi destano sospetto in chi li etichetta come un "fattore negativo" per la nostra società. La società venezuelana ha un grande problema di classe e razza. Il tamburo, per alcuni, è una pratica tribale, del popolo povero. Invece è parte della nostra identità, d'altro canto, i tamburi hanno salvato molte vite. Il giorno del terremoto era la festa di San Giovanni Battista e tante persone si sono salvate perché stavano a San Juan, lontane dagli edifici che crollavano sotto i colpi del terremoto”.
Come reagiscono in Venezuela alla sua proposta musicale e cosa si aspetta dal pubblico italiano?
"Il sostegno ricevuto per il mio progetto in Venezuela è stato meraviglioso: un approccio più intimo a un patrimonio di conoscenze da sempre accessibile, eppure spesso frainteso. Spero che il pubblico italiano dimostri lo stesso entusiasmo e la stessa ricettività del resto del pubblico europeo, che mi ha accolto in questo tour con calore e vivo interesse per i litorali e la loro bellezza musicale”.
Infine ci può spiegare il senso del suo nome d’arte, la Negra Ugueto?
"Negra Ugueto è il mio nome d'arte, il mio brand personale e uno dei miei più grandi motivi di orgoglio, perché rappresenta me – così come le altre donne della mia famiglia e ogni persona afro-venezuelana che ascolta, sente e fluisce al ritmo dei tamburi. Il nome nasce da un soprannome affettuoso — la nera — che amici e familiari mi hanno dato quando ero bambina; Ugueto è il mio cognome, che porto con orgoglio due volte (Ugueto Ugueto). Per me è motivo di orgoglio per chi sono e per le mie origini. È anche un modo per riscattare e trasformare la negatività che ho affrontato nel mio ambiente per anni, convertendola in sorrisi e in un senso di emancipazione ogni volta che il nome viene pronunciato o quando le persone si uniscono alla splendida comunità nata sia sui social media che nella vita reale”.