In questo momento, nel mondo, c’è qualcuno che sta imparando a suonare la chitarra grazie al riff di Smoke on the water. È il destino delle canzoni che finiscono per appartenere a chiunque e non a chi le ha composte. Ma il privilegio dei Deep Purple è un altro: essere diventati un modello senza smettere di comportarsi come una band ancora in movimento. Lo dimostra il nuovo album in uscita venerdì. Il titolo ha l’impatto secco di un’onomatopea – Splat! – e i brani hanno le caratteristiche fondamentali del rock: energia e tecnica.
«Chi ha ascoltato i pezzi in anteprima dice che sono vicini alle cose più vecchie del repertorio», racconta il chitarrista Simon McBride. E Ian Paice, batterista, aggiunge: «Eravamo consapevoli che la musica stava andando in una certa direzione, ma non ne eravamo realmente in controllo. Devi lasciare che la natura prenda il suo corso». Anche perché, sottolinea McBride, «se hai come obiettivo ricreare qualcosa del passato, non funzionerà». I Purple, insomma, no…
In questo momento, nel mondo, c’è qualcuno che sta imparando a suonare la chitarra grazie al riff di Smoke on the water. È il destino delle canzoni che finiscono per appartenere a chiunque e non a chi le ha composte. Ma il privilegio dei Deep Purple è un altro: essere diventati un modello senza smettere di comportarsi come una band ancora in movimento. Lo dimostra il nuovo album in uscita venerdì. Il titolo ha l’impatto secco di un’onomatopea – Splat! – e i brani hanno le caratteristiche fondamentali del rock: energia e tecnica.
«Chi ha ascoltato i pezzi in anteprima dice che sono vicini alle cose più vecchie del repertorio», racconta il chitarrista Simon McBride. E Ian Paice, batterista, aggiunge: «Eravamo consapevoli che la musica stava andando in una certa direzione, ma non ne eravamo realmente in controllo. Devi lasciare che la natura prenda il suo corso». Anche perché, sottolinea McBride, «se hai come obiettivo ricreare qualcosa del passato, non funzionerà». I Purple, insomma, non vogliono essere il museo itinerante di se stessi.
Splat!, punto esclamativo incluso, è meno apocalittico di quanto possa sembrare. «È un’idea di Ian Gillan – spiega Paice – e parte dall’immagine di un insetto che va a sbattere contro il vetro di un’auto in corsa. Che cosa potrebbe accadere se l’umanità arrivasse all’attimo in cui… splat? Magari non sarebbe la fine, ma la porta verso un’altra realtà. Se i problemi diventeranno troppo grandi, gli esseri umani troveranno una soluzione. È un titolo che va letto in chiave positiva».
Secondo i Purple oggi è cambiato il modo stesso di vivere la musica. «Il rock – dice McBride – esiste ancora, ma devi cercarlo bene perché nelle radio mainstream c’è solo il pop. E comunque nessuno ormai getta le tv dalle finestre. La faccenda delle band che bevono, fanno festini e si drogano è praticamente sparita, perché i musicisti di vent’anni vanno a correre in palestra alle 7 del mattino. Il rock è passato da “Rompiamo tutto!” a un atteggiamento tipo “Devo restare in forma”».
L’aspetto generazionale non è secondario, sostiene Paice: «È un mondo diverso rispetto a quando abbiamo iniziato. Se torniamo agli anni Sessanta, le persone di successo erano molto giovani e avevano un’istruzione minima». Oggi le cose sono diverse: «I ragazzi sono più informati – continua – e non fanno le robe folli che faceva la mia generazione. All’epoca non avevamo la loro consapevolezza. Per noi ogni sera era come un sabato sera: organizzavamo sempre feste, era normale fare cose stupide. Non avevamo certo il pensiero dell’hiv o delle pandemie».
Un’altra differenza è l’avvento dell’intelligenza artificiale, di cui il gruppo ha già testato le conseguenze a proprie spese. «L’anno scorso – dice McBride – era uscita una nostra canzone che non ricordavo di aver registrato. Mi sono chiesto se per caso fossi stato licenziato senza saperlo». Niente di tutto ciò: un utente aveva semplicemente creato con l’ia un brano alla Deep Purple. «E in effetti – prosegue – la voce sembrava quella di Gillan. Ma c’era qualcosa che non tornava. Le parole non erano quelle che Ian avrebbe cantato. E poi il suono: era davvero simile, ma anche molto piatto. L’ia può essere utile in certe circostanze, ma non credo che potrà essere usata in maniera efficace in ambiti creativi. Il rock è suonato da esseri umani che fanno un mucchio di errori. Un computer, invece, generalmente non sbaglia, a meno che non lo programmi per lasciare qualche imperfezione, ma a quel punto sarebbe una perfetta imperfezione. La musica è, di fatto, un unico, enorme errore che non può essere ricreato artificialmente».
Per Paice, «serve una sorta di protezione per chi fa arte, o l’arte prima o poi non avrà più alcun valore».Il quintetto sarà a breve in tour in Italia (il 16 luglio a Pisa, il 17 a Este e il 17 ottobre a Milano) e sarà l’occasione non solo per ascoltare Smoke on the water («Vedi la gente che inizia a sorridere appena partono i primi accordi e capisci che stanno vivendo un bel momento», dice Paice), ma anche per godersi un gruppo che dal vivo ritrova il senso di tutto. «Il pensiero di non tornare più su un palco – racconta Paice – è spaventoso, perché se sei lassù ti diverti un sacco. Non importa la tua età attuale: quando suoni sei di nuovo il dodicenne che ha preso uno strumento e se n’è innamorato. Noi siamo fortunati perché per almeno due ore a sera possiamo dimenticare le preoccupazioni del mondo degli adulti ed essere, per una volta ancora, quei ragazzini di un tempo».