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Rondò veneziano, il fondatore Reverberi: “Mi venne l’idea in una pizzeria a Monaco. E mi ha salvato”

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Il compositore racconta la nascita del fenomeno classic-pop degli anni Ottanta, gli anni con Battisti, De André e Paoli e il passaggio di testimone a Stefano Marchioro: “Siamo come la Coca Cola: senza la ricetta originale escono solo imitazioni”
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“L’idea di Rondò Veneziano mi venne in una pizzeria a Monaco, al termine di una giornata in studio di registrazione con i Ricchi e Poveri. Freddy Naggiar, patron della Baby Records, voleva un prodotto di classe, qualcosa di simile a un Branduardi ma senza parole, così da farlo circolare con facilità anche all’estero. Impossibile, gli dissi, una ‘Fiera dell’est’ solo con strumenti sarebbe monotona. Ma il progetto mi intrigava. Tornato a casa, a Genova, mi misi al piano e improvvisai il tema poi divenuto simbolo di Rondò Veneziano. Ispirato da Vivaldi e dalle sonorità del Settecento lagunare”. A parlare è Gian Piero Reverberi musicista di riferimento per il pop e il cantautorato anni ’60-’70 come compositore, arrangiatore, pianista, direttore d’orchestra, produttore. E padre, appunto, di Rondò Veneziano, che negli Ottanta ha acceso la moda del classic-pop baroccheggiante: ragazze in abiti d’epoca e parrucche che suonano violini, viole, violoncelli e oboe, più un paio di ragazzi alla bat…

“L’idea di Rondò Veneziano mi venne in una pizzeria a Monaco, al termine di una giornata in studio di registrazione con i Ricchi e Poveri. Freddy Naggiar, patron della Baby Records, voleva un prodotto di classe, qualcosa di simile a un Branduardi ma senza parole, così da farlo circolare con facilità anche all’estero. Impossibile, gli dissi, una ‘Fiera dell’est’ solo con strumenti sarebbe monotona. Ma il progetto mi intrigava. Tornato a casa, a Genova, mi misi al piano e improvvisai il tema poi divenuto simbolo di Rondò Veneziano. Ispirato da Vivaldi e dalle sonorità del Settecento lagunare”. A parlare è Gian Piero Reverberi musicista di riferimento per il pop e il cantautorato anni ’60-’70 come compositore, arrangiatore, pianista, direttore d’orchestra, produttore. E padre, appunto, di Rondò Veneziano, che negli Ottanta ha acceso la moda del classic-pop baroccheggiante: ragazze in abiti d’epoca e parrucche che suonano violini, viole, violoncelli e oboe, più un paio di ragazzi alla batteria e al basso. Il gruppo, che fino alla pandemia ha continuato a dar concerti, ora si ricostituisce grazie a forze fresche uscite dai Conservatori, guidato al piano da Stefano Marchioro, con la benedizione di Reverberi oggi ottantaseienne. Si prepara a un tour mondiale, che il 12 luglio parte dal Lazzaretto di Bergamo e proseguirà in autunno – per ora, in Italia, è annunciata le data del 28 novembre a Reggio Calabria.

Maestro Reverberi, cosa ha rappresentato Rondò Veneziano nella musica italiana?

“Al principio un fenomeno discografico. Gli abiti barocchi con cui andavamo in tv a suonare in playback, da ‘Domenica in’ a Canale 5, erano parte dell’immagine del gruppo, studiata a tavolino. Poi, collassato il mercato del disco verso il ’95, siamo passati all'attività live con un gruppo di una trentina di musicisti, e non tutti in costumi d’epoca per evitare l'effetto pagliacciata. Concerti soprattutto in Svizzera, Austria e in Germania, dove tante volte abbiamo suonato in templi della classica come la Philharmonie di Berlino e il Gewandhaus di Lipsia. Non in Italia, anche a causa di manager truffaldini che mi hanno fatto preferire l’estero”.

Tanti vi hanno imitato.

“Talvolta sono riuscito a bloccare chi ha tentato il plagio. Poi ho lasciato perdere. Che gli imitatori si prendano l’Italia, mi son detto, noi abbiamo comunque il resto del mondo. D'altronde siamo come la Coca Cola: se non si possiede la ricetta originale, se ne può produrre solo un surrogato”.

I suoi pezzi rimodellano Vivaldi e compagnia.

“Sì, guardano al periodo d’oro della musica strumentale italiana, che allora colonizzò l’Europa. Non ci sarebbe Händel senza i concerti grossi di Corelli. Ma le mie non sono trascrizioni, bensì composizioni originali che evocano quello stile, quell’espressività”.

Perché adesso cede la sua creatura a Marchioro?

“Ho un’età, sono messo male con la vista. Lui ha la forza della gioventù, una formazione musicale solida, a tutto tondo, e per diverso tempo ha diretto Sogno Veneziano, con base a Bassano del Grappa, il solo gruppo a cui ho concesso l’autorizzazione di replicare il format dei Rondò”.

Per due decenni lei ha lavorato con tutti i grandi della canzone italiana. Per Rondò Veneziano ha abbandonato tutto, come mai?

“Il primo milione di dischi l’ho fatto nel 1963 con Se mi vuoi lasciare, di cui ho scritto la musica. Negli anni ’70 non passava settimana che non avessi almeno quattro canzoni in classifica. Le mie collaborazioni principali erano con le Orme, i New Trolls, Lucio Battisti, Fabrizio De André. Per varie ragioni, a fine decennio, tutte e quattro mi vennero a mancare. Nel frattempo stava uscendo la dance, che a un compositore come me, abituato a scrivere in partitura, faceva dubitare del futuro professionale. Rondò Veneziano mi ha salvato”.

Aveva cominciato con Gino Paoli, vero?

“Era il 1959. Gino era genovese come me. Amici da sempre. Ma fu mio fratello Gian Franco a ingaggiarmi per arrangiare La gatta: lavorava per Ricordi, da cui aveva ottenuto il permesso di fare un disco con quel cantautore sconosciuto. Budget quasi zero. Allora, per suonarla, chiamai alcuni compagni di Conservatorio: flautista, batterista, contrabbassista. Fu un successo. Ma per avere un'orchestra vera Paoli e io dovemmo aspettare altri quattro, cinque dischi fortunati".

E gli arrangiamenti delle canzoni di Battisti?

"Non solo delle sue canzoni, anche quelle che aveva scritto per Mina. Di Lucio rammento quando mi arrivò il nastro con 'Emozioni', che lui cantava accompagnandosi alla chitarra. Mi chiusi nell'ufficio di un amico produttore e in paio d’ore era orchestrato".

Con De André ha composto a quattro mani. Per esempio "Bocca di rosa".

"E soprattutto certe canzoni della 'Buona novella' per cui aveva bisogno di qualcuno con una tecnica compositiva solida".

Lei è stato tra gli ultimi a vedere Luigi Tenco vivo.

"Nonostante che quel 26 gennaio 1967 dirigessi l'orchestra di Sanremo per "Ciao amore, ciao", vidi Luigi soltanto alle prove e durante la diretta. Dopo non potei parlargli, perché allora noi arrangiatori sedevamo in platea per tutto lo spettacolo e ci alzavamo solo per dirigere".

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