Profondità. Non è un termine vuoto, soprattutto nella musica. Nell’epoca degli algoritmi e delle canzoni divertenti ed effimere, scavare in profondità sembra un esercizio improduttivo. Beth Orton, giunta al suo nono album, ha deciso di scavare nelle pieghe della vulnerabilità senza preoccuparsi di creare allineamento con il mondo delle classifiche. Dopo aver inseguito per anni un punto di equilibrio tra elettronica e folk ha trovato la formula per esaltare la sua voce, che ha assunto toni più scuri, allargando lo sguardo su certi toni jazzati che rimandano alla lezione di Laura Nyro, una delle più sottovalutate e dimenticate protagoniste dei testacoda estetici di fine anni Sessanta.
Orton racconta riflessioni sofferte su temi complessi: la maternità, la malattia cronica, la memoria, le relazioni da cinquantenni. La sua musica attraversa uno spettro di sentimenti profondi, appunto. Può sembrare ostica, ma in realtà è un grande regalo per chi dalla musica si aspetta colpi al mento e sc…
Profondità. Non è un termine vuoto, soprattutto nella musica. Nell’epoca degli algoritmi e delle canzoni divertenti ed effimere, scavare in profondità sembra un esercizio improduttivo. Beth Orton, giunta al suo nono album, ha deciso di scavare nelle pieghe della vulnerabilità senza preoccuparsi di creare allineamento con il mondo delle classifiche. Dopo aver inseguito per anni un punto di equilibrio tra elettronica e folk ha trovato la formula per esaltare la sua voce, che ha assunto toni più scuri, allargando lo sguardo su certi toni jazzati che rimandano alla lezione di Laura Nyro, una delle più sottovalutate e dimenticate protagoniste dei testacoda estetici di fine anni Sessanta.
Orton racconta riflessioni sofferte su temi complessi: la maternità, la malattia cronica, la memoria, le relazioni da cinquantenni. La sua musica attraversa uno spettro di sentimenti profondi, appunto. Può sembrare ostica, ma in realtà è un grande regalo per chi dalla musica si aspetta colpi al mento e scosse allo stomaco, non trionfalistiche celebrazioni. The ground above è un disco elegantissimo e dolente, dove la tromba che accompagna la maggior parte è una traccia narrativa parallela, toccante come solo quel misterioso strumento può essere. E proprio per scacciare l’ombra degli algoritmi, recuperiamo il vecchio istituto del “se ti piace ascolta anche”: Nick Cave, Joni Mitchell, Blue Nile.
The ground above
Beth Orton
Voto: quattro stelle su cinque