Milano – Custodire i nostri ricordi e i posti da cui proveniamo, prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto della gente più povera, dei migranti e delle vittime della gentrificazione. C’è tanta politica nei sottotesti del concerto del portoricano Bad Bunny, la star globale che ha infranto le regole dell’industria musicale vincendo un Grammy per il miglior album con Debí tirar más fotos, primo artista non anglofono a riuscire in questa impresa. Lo si capisce dalle tante bandiere differenti presenti tra gli oltre 78mila spettatori all’Ippodromo Snai La Maura di Milano (stasera si replica con numeri identici): dalla Colombia al Messico a El Salvador fino ovviamente a Porto Rico. E lo si capisce dall’atmosfera di uno show che, più che a un concerto, somiglia a un rave che ha per colonna sonora lo stile creato da Bad Bunny, che travolge gli stessi steccati della musica latin.
Bunny ha portato …
Milano – Custodire i nostri ricordi e i posti da cui proveniamo, prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto della gente più povera, dei migranti e delle vittime della gentrificazione. C’è tanta politica nei sottotesti del concerto del portoricano Bad Bunny, la star globale che ha infranto le regole dell’industria musicale vincendo un Grammy per il miglior album con Debí tirar más fotos, primo artista non anglofono a riuscire in questa impresa. Lo si capisce dalle tante bandiere differenti presenti tra gli oltre 78mila spettatori all’Ippodromo Snai La Maura di Milano (stasera si replica con numeri identici): dalla Colombia al Messico a El Salvador fino ovviamente a Porto Rico. E lo si capisce dall’atmosfera di uno show che, più che a un concerto, somiglia a un rave che ha per colonna sonora lo stile creato da Bad Bunny, che travolge gli stessi steccati della musica latin.
Bunny ha portato i ritmi e le sonorità del mondo latino in una dimensione nobile, distante dalla banalizzazione balneare e dallo stereotipo edonista di cui è diventata, suo malgrado, colonna sonora. Quando entra in scena accolto da un boato fragoroso poco le 20 sulle note di La Mudanza, la gente segue il flusso della musica, balla insieme in modo molto libero e poco coreografato mentre la star campeggia sul grande schermo. Il vero show è tra il pubblico. E lui, nella prima parte dello show diviso in tre blocchi, è composto in modo sorprendente: si ferma spesso guardandosi intorno, mentre i ballerini e la nutrita band si muovono alle sue spalle, indossando un elegante abito avorio. Ma lo show resta comunque gigantesco, con fuochi d’artificio che partono sulle note di Nuevayol e che si ripeteranno più volte nel corso della serata.
C’è la dedica all’Italia con un assolo di chitarra che rende omaggio a Nel blu dipinto di blu, mentre nella tribuna vip cantano e ballano Clara, Diletta Leotta, Fabio Volo, Tedua, Capo Plaza e Gaia. La seconda parte dello show è introdotta dal video del Concho, una animazione ispirata al ranocchio sapo concho, una specie endemica portoricana in via di estinzione. Un messaggio di resistenza: lui, come tanti portoricani, continua a lottare per sopravvivere sull’isola. E dall’isola Bad Bunny porta con sé anche la Casita, il simbolo di questo tour mondiale cha ha radunato oltre 2,5 milioni di spettatori: una tipica casetta colorata di rosa, un pezzo di Porto Rico in cui l’artista dei record, che ora abbandona il look formale e torna alla dimensione urban dei suoi esordi, invita simbolicamente il suo pubblico, stringe mani, cancella la distanza tra la star e la sua gente, accoglie ospiti celebri non senza polemiche (per alcuni lo spazio vip è in contraddizione con lo spirito dello show, ma ieri sera non c’erano volti noti). Dopo Voy a llevarte pa PR e poi sulle note di Me Porto Bonito, Bichiyal, Escucha yo perreo sola e altre hit, con Bunny sul tetto, lo show si trasforma in una festa di quartiere, con l’artista che fa salire sul palco anche una ragazza dal pubblico.
Il gran finale è sul palco principale: tra video, balletti, giochi di laser e fuochi d’artificio, Bad Bunny porta nel mondo l’orgoglio di chi resiste. È la rivoluzione gentile dell’artista che ha rifiutato di esibirsi nel timore di incursioni negli Stati Uniti, dell’Ice, che ha fatto infuriare Trump con lo show al Superbowl pur senza mai nominarlo, che sta rovesciando le regole dell’industria discografica. Tutto semplicemente ballando.