Chi l’amava, chi si lasciava stregare da quella voce che portava in sé grazia e maledizione, ricorderà di sicuro quella torrida giornata di quindici anni fa in cui arrivò come uno schiaffo il gelido annuncio della morte di Amy Winehouse. Era il 23 luglio del 2011 e con lei scomparve una speranza di redenzione. La sua disperata voglia di vivere e farsi male, quel modo di cantare sospeso tra il “qui e subito” e l’eternità era una lezione insuperabile, rappresentava l’essenza di tutto quello che la musica fa sempre più fatica a ritrovare. Fu uno shock, anche se la sua fama di dissennatezza la accompagnava in ogni momento.
Amy Winehouse, il doc sull'anima ribelle della musica
I suoi uffici stampa si rifiutavano di fissare interviste perché, dicevano, era impossibile garantire che lei avrebbe rispettato l’appuntamento. Andare a un suo concerto era sempre una scommessa, non si…
Chi l’amava, chi si lasciava stregare da quella voce che portava in sé grazia e maledizione, ricorderà di sicuro quella torrida giornata di quindici anni fa in cui arrivò come uno schiaffo il gelido annuncio della morte di Amy Winehouse. Era il 23 luglio del 2011 e con lei scomparve una speranza di redenzione. La sua disperata voglia di vivere e farsi male, quel modo di cantare sospeso tra il “qui e subito” e l’eternità era una lezione insuperabile, rappresentava l’essenza di tutto quello che la musica fa sempre più fatica a ritrovare. Fu uno shock, anche se la sua fama di dissennatezza la accompagnava in ogni momento.
Amy Winehouse, il doc sull'anima ribelle della musica
I suoi uffici stampa si rifiutavano di fissare interviste perché, dicevano, era impossibile garantire che lei avrebbe rispettato l’appuntamento. Andare a un suo concerto era sempre una scommessa, non si poteva predire in che stato l’avremmo trovata, se poco al di sotto o poco al di sopra della soglia della decenza. Io ho avuto il privilegio di vederla dal vivo, e ricordo soprattutto un suo concerto, a Glastonbury nel 2008, in cui lei, non del tutto sobria ma neanche troppo brilla da perdere il controllo del suo smisurato talento, era un miracolo di passione, ti gettava in faccia con nonchalance, come se non stesse facendo niente di speciale, la sua tribolata anima, giocosa e drammatica. Non aveva filtri, questo era il suo irresistibile potere, quello che cantava era quello che era, e ti faceva capire che non avrebbe potuto essere diversa da com’era.
Quel gelido annuncio fu uno shock perché anche se dei suoi stravizi sapevamo tutto, non sembrava possibile che un’artista così fragile fosse abbandonata a se stessa. Quando alla fine degli anni Sessanta gli eroi rock venivano falcidiati dalla droga, non si era ancora formata la consapevolezza di quel gioco mortale, non c’era alcuna cultura protettiva. Quel brutto copione del club dei 27, ovvero degli artisti giovani ed ebbri condannati a morire guarda caso proprio a quell’età, era un vecchio copione che sembrava superato, sembrava appartenere a un’altra era, e invece fu riportato brutalmente d’attualità, si scoprì che nel 2011 si poteva ancora morire di sregolatezza a 27 anni.
Amy fu lasciata sola, morì da sola, e si spense nell’abbandono una delle ultime luci di grandezza che si erano accese nel già sofferente mondo della musica. Lo raccontò molto bene il documentario Amy diretto da Asif Kapadia, bellissimo, imperdibile, da recuperare a tutti i costi, ma la sua storia continua a essere ricordata, e dopo il biopic arriva un altro documentario, questa volta “autorizzato” perché realizzato con le voci e le testimonianze, tra le altre, del padre e della madre. Si intitola Anima ribelle e sarà visibile questa sera in prima visione su Sky. E saranno ancora lacrime, sarà un’altra occasione per ricordare la grazia fragile che sembrava sempre sul punto di frantumarsi, per riascoltare quella voce capace di acrobazie seducenti e di lasciarti sempre in una sorta di sospensione, di attesa per quello che doveva succedere un attimo dopo. Sapendo che un attimo dopo ci sarebbe stato un frammento di bellezza.