«Dei miei studenti mi sento un po’ papà, io che non ho figli. A volte avrei voglia di prendere il telefono e dir loro “ma che stai facendo?”, quando certe scelte di repertorio non mi convincono. Ma per fortuna sono loro a chiamare me e a chiedermi consiglio prima di imboccare strade che non condividerei». Daniele Gatti, 64 anni, non è solo un grande direttore d’orchestra, ora bacchetta principale del Maggio fiorentino e della Staatskapelle a Dresda. Meno noto è il suo lavoro d’insegnante, condotto con passione. Un’attività che l’ha aiutato a meditare su come lui stesso dirige. Fino a lunedì tiene il corso all’Accademia Chigiana di Siena e la sera, al Teatro dei Rinnovati, i suoi ragazzi danno il concerto finale. «In dieci anni qui ho avuto una sessantina di studenti. Curioso: pure io, adolescente, avrei voluto studiare alla Chigiana. Allora il docente era Franco Ferrara. Mandai la domanda. Non fui preso. Nessuna recriminazione: non avevo titoli sufficienti».
Maestro Gatti, come si è s…
«Dei miei studenti mi sento un po’ papà, io che non ho figli. A volte avrei voglia di prendere il telefono e dir loro “ma che stai facendo?”, quando certe scelte di repertorio non mi convincono. Ma per fortuna sono loro a chiamare me e a chiedermi consiglio prima di imboccare strade che non condividerei». Daniele Gatti, 64 anni, non è solo un grande direttore d’orchestra, ora bacchetta principale del Maggio fiorentino e della Staatskapelle a Dresda. Meno noto è il suo lavoro d’insegnante, condotto con passione. Un’attività che l’ha aiutato a meditare su come lui stesso dirige. Fino a lunedì tiene il corso all’Accademia Chigiana di Siena e la sera, al Teatro dei Rinnovati, i suoi ragazzi danno il concerto finale. «In dieci anni qui ho avuto una sessantina di studenti. Curioso: pure io, adolescente, avrei voluto studiare alla Chigiana. Allora il docente era Franco Ferrara. Mandai la domanda. Non fui preso. Nessuna recriminazione: non avevo titoli sufficienti».
Maestro Gatti, come si è scoperto insegnante?
«Ho cominciato quarant’anni fa. Dopo il diploma in direzione a Milano, avviata la carriera e mentre stavo terminando gli studi in composizione, il direttore del Conservatorio, Marcello Abbado, mi inviò a Parma, c’era una cattedra libera. Per tre anni ho insegnato a coetanei. A me certe cose riuscivano per natura, realizzavo con disinvoltura le mie idee musicali, ma quando mi chiedevano come facessi, affinché potessero replicarle, non riuscivo a dirlo. Ho dovuto analizzare me stesso dall’esterno per poter spiegare».
Agli allievi che continuano a cercarla, cosa suggerisce?
«Non sovraesporsi. Avere rispetto per il pubblico, pensare che una composizione che si vorrebbe tanto dirigere ora, forse tra due anni si potrebbe farla meglio. Il rischio dei giovani direttori è d’essere spremuti per qualche anno e poi buttati via. Ci sono giovani talentuosissimi che hanno la direzione principale di più orchestre, pure in continenti differenti: ma se a meno di trent’anni si è raggiunto queste vette, a cosa si può aspirare a quaranta, età d’oro per cominciare a capire la profondità dell’arte e della vita?».
Nel 1990 è perfino entrato di ruolo al Conservatorio di Milano.
«Ma ho rinunciato quasi subito, avevo scritture ovunque: non me la sentivo di prendere uno stipendio senza garantire continuità ai ragazzi. Ma la didattica non l’ho abbandonata. Ho promosso masterclass quando stavo a Santa Cecilia e al Concertgebouw di Amsterdam; e ai primi del 2000 Piero Farulli mi aveva chiamato alla Scuola di Fiesole per succedere a Carlo Maria Giulini».
L’autoanalisi l’ha fatta diventare l’interprete che è oggi?
«L’incarico da direttore principale dell’orchestra di Santa Cecilia ha rappresentato una svolta. Primi anni 90. Venivo dai Pomeriggi musicali di Milano, musicisti con cui avevo pratica fin da studente. Un salto vertiginoso dovermi rapportare con un’orchestra di tale storia e numerosa come Santa Cecilia, i sindacati, un repertorio vastissimo. Per farcela mi ero imposto una vita monastica. Ho sperimentato la solitudine. Anche perché ho sempre cercato di indagare le partiture con una lente personale. Solo che la vecchia guardia dell’orchestra era perplessa sulla direzione verso cui li stavo conducendo. A un certo punto mi è stato domandato “ma che stai cercando davvero?”. Forse stavo andando troppo oltre il lecito. Riposizionata la barra, ho abbandonato gli estremismi interpretativi senza rinunciare alla ricerca».
È rientrato nella tradizione?
«Quel che in musica si definisce tradizione non è che pigrizia. A me non interessa replicare le belle esecuzioni del passato che magari tradiscono la partitura, inserendoci cose non scritte, ma interrogarmi sul senso delle indicazioni lasciateci dai compositori. Una volta che mi sono dato una risposta, non è detto che in me resti identica per sempre. Illuminare quel che ancora non è stato illuminato: ecco la missione dell’interprete».
Tra un mesetto inaugura la nuova stagione della Staatskapelle.
«Proseguo il ciclo Mahler, delle cui sinfonie propongo per la prima volta l’integrale a Dresda. Dopodiché tournée europea. Ai primi di settembre arriviamo per due sere a Verona, anche con la Sesta di Mahler, e il 29 ottobre al Lingotto di Torino, dove a novembre presenterò con l’orchestra Rai la Decima di Mahler completata dal musicologo Deryck Cooke».