Chi l’avrebbe mai detto. Il nuovo, atteso, disco degli Strokes, Reality awaits, ci accoglie fin dall’incipit con una dose decisamente generosa di auto-tune, fatto insolito in un gruppo rock, a dir poco divisivo, a tratti disturbante, ma tutt’altro che un effetto puramente provocatorio. Julian Casablancas ne fa un uso distorto e intelligente, addirittura drammaturgico, perché rende ancora più straziante la voce quando ha bisogno di essere straziante, come nel primo pezzo, intitolato Psycho shit, devastante attacco ai maiali che attualmente governano il mondo attraverso le bombe.
In realtà un messaggio di avviso di quanto stava per succedere era già arrivato con Falling out love, il bellissimo singolo uscito tempo fa, dove l’auto-tune si alterna alla voce al naturale, sfruttando l’effetto del salto dall’uno all’altro degli “stati” vocali con grande maestria. In Lonely in the future tornano gli Strokes più abituali, con un velo d’ironia, semplicità strumentale, altrove sembrano girare a …
Chi l’avrebbe mai detto. Il nuovo, atteso, disco degli Strokes, Reality awaits, ci accoglie fin dall’incipit con una dose decisamente generosa di auto-tune, fatto insolito in un gruppo rock, a dir poco divisivo, a tratti disturbante, ma tutt’altro che un effetto puramente provocatorio. Julian Casablancas ne fa un uso distorto e intelligente, addirittura drammaturgico, perché rende ancora più straziante la voce quando ha bisogno di essere straziante, come nel primo pezzo, intitolato Psycho shit, devastante attacco ai maiali che attualmente governano il mondo attraverso le bombe.
In realtà un messaggio di avviso di quanto stava per succedere era già arrivato con Falling out love, il bellissimo singolo uscito tempo fa, dove l’auto-tune si alterna alla voce al naturale, sfruttando l’effetto del salto dall’uno all’altro degli “stati” vocali con grande maestria. In Lonely in the future tornano gli Strokes più abituali, con un velo d’ironia, semplicità strumentale, altrove sembrano girare a caso in una tempesta di intenzioni.
Di sicuro non avevano alcuna intenzione di accontentare le attese dei fan, sempre altissime, sottraendosi al ruolo di salvatori del rock che ogni tanto gli viene addossato. Sembra aver prevalso la voglia di raccogliere il sentimento del tempo, con tutte le sue macerie, senza nasconderne le miserie, il disordine, le contraddizioni, a partire dalla copertina nella quale campeggia a contrasto un cowboy a cavallo, ritratto nel suo vigoroso splendore, il che fa inevitabilmente pensare a quella che scelse Springsteen nel 2019 per il suo romantico e languido Western stars. In quella c’era un cavallo da solo, che s’impennava, e sembrava rappresentare, in linea con le canzoni dell’album, la nostalgia per un’America più genuina e autentica.
Nel disco degli Strokes l’immagine del cowboy risulta grottesca, il simbolo di un potere ridicolo e spaccone.Dunque un bel disco dei nostri tempi, e nel loro rifiutare la santa missione salvifica, gli Strokes finiscono per salvare comunque il rock, ricordandone i principi base: autenticità, coraggio, fottersene delle regole, essere contro, andare dritti verso il dolore, quando c’è, rischiare di non piacere, piacere, quando si può.