Il rischio, per la band australiana, era di essere per sempre superata dal proprio passato. Complicato competere con un brano come Sweet disposition, che uscì nel 2009 e da allora non ha mai lasciato le radio, anzi si è moltiplicato su TikTok e negli spot pubblicitari, smontato nei balletti, rimontato in un diluvio di cover, negando ai Temper Trap non il diritto all’oblio (non converrebbe nemmeno a loro) ma il diritto almeno a uno spazio per proseguire lontano dai paragoni. Troppe aspettative. Come se la formula di un simile successo fosse riproducibile. Non lo è. Non tutte le belle canzoni diventano classici. La bellezza non basta, serve l’imponderabile per farne la fortuna.
Tuttavia, per sottrarsi alle pressioni, il gruppo si è fermato dieci anni. Una pausa fatale nell’iper-tempo digitale ma utile a ritrovare la voglia di scrivere canzoni in libertà. Ri…
Il rischio, per la band australiana, era di essere per sempre superata dal proprio passato. Complicato competere con un brano come Sweet disposition, che uscì nel 2009 e da allora non ha mai lasciato le radio, anzi si è moltiplicato su TikTok e negli spot pubblicitari, smontato nei balletti, rimontato in un diluvio di cover, negando ai Temper Trap non il diritto all’oblio (non converrebbe nemmeno a loro) ma il diritto almeno a uno spazio per proseguire lontano dai paragoni. Troppe aspettative. Come se la formula di un simile successo fosse riproducibile. Non lo è. Non tutte le belle canzoni diventano classici. La bellezza non basta, serve l’imponderabile per farne la fortuna.
Tuttavia, per sottrarsi alle pressioni, il gruppo si è fermato dieci anni. Una pausa fatale nell’iper-tempo digitale ma utile a ritrovare la voglia di scrivere canzoni in libertà. Risultato? Non cercando di replicare la loro hit, hanno creato qualcosa che le è familiare. Perché i Temper Trap mantengono dei tratti distintivi, e il “nuovo” non è che la riscoperta di ciò che hanno sempre saputo fare, cioè un pop architettonico, a strati, ben costruito: ritmi elettronici, arpeggi di chitarre, riverberi che sin dall’inizio hanno ricordato gli U2, e in cima i falsetti oltranzisti del cantante Dougy Mandagi.
La title track, in equilibrio fra atmosfere trip hop e voce melodica, è la planimetria del disco. Non mancano i ritornelli da sing-along perfetti per stadi e arene (apriranno per i Muse nel tour americano) e resta un certo legame con gli anni 80, memorie dei Tears for fears, ma oggi, matura e un po’ disincantata, la band si concede anche più cupezza e introspezione nei testi. Peccato qualche caduta di troppo in area Coldplay, mentre quando segue la scia dei Radiohead (in These arms e nella acustica Kuru) riesce a conservare autonomia, poi spezza con l’r&b di Lifeline e sorprende con il post-punk di Dystopia radio. È un ritorno che non delude. E se son hit, streammeranno.