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La maestria del tardivo Beethoven

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A quasi 80 anni Mitsuko Uchida, la prima pianista giapponese a ottenere successo in Occidente, interpreta le tre “Sonate” di Beethoven
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Mitsuko Uchida non è stata la prima pianista giapponese a farsi un nome in Occidente, ma di certo è quella che ha avuto attività e fama più durature. Gli studi a Vienna durante l’adolescenza l’hanno introdotta allo stile classico di Haydn, Mozart, Beethoven e al romanticismo tedesco. Oggi, alla soglia degli ottant’anni, è fra le interpreti più autorevoli di questo repertorio. L’etichetta Decca ha appena pubblicato la ripresa live di un suo recital al Suntory Hall di Tokyo, lo scorso ottobre.

Uchida suona le ultime tre Sonate di Beethoven, l’op. 109, 110 e 111, un programma con cui tanti grandi interpreti si sono confrontati. Scritte tra il 1820 e il 1822 quando il compositore era sordo da due decenni, sono pagine sperimentali e profetiche, fuori dal loro tempo, ancorate nel passato (nel contrappunto barocco di Bach e Händel) eppure proiettate verso un futuro in cui armonia e colori si disgregano, facendo presagire atonalità e impressionismo. Musica che orbita in una dimensione filoso…

Mitsuko Uchida non è stata la prima pianista giapponese a farsi un nome in Occidente, ma di certo è quella che ha avuto attività e fama più durature. Gli studi a Vienna durante l’adolescenza l’hanno introdotta allo stile classico di Haydn, Mozart, Beethoven e al romanticismo tedesco. Oggi, alla soglia degli ottant’anni, è fra le interpreti più autorevoli di questo repertorio. L’etichetta Decca ha appena pubblicato la ripresa live di un suo recital al Suntory Hall di Tokyo, lo scorso ottobre.

Uchida suona le ultime tre Sonate di Beethoven, l’op. 109, 110 e 111, un programma con cui tanti grandi interpreti si sono confrontati. Scritte tra il 1820 e il 1822 quando il compositore era sordo da due decenni, sono pagine sperimentali e profetiche, fuori dal loro tempo, ancorate nel passato (nel contrappunto barocco di Bach e Händel) eppure proiettate verso un futuro in cui armonia e colori si disgregano, facendo presagire atonalità e impressionismo. Musica che orbita in una dimensione filosofica, di astrazione modernista, però pervasa di umana dolcezza.

Proprio questo aspetto interessa Uchida. Per lei il Beethoven tardo non è fuori di testa. È un uomo riflessivo che si prende il tempo necessario per enunciare ciò che ha dire, non si butta sull’ascoltatore per scazzottarlo. Anche il “forte” più aggressivo, lei non lo forza: è un affondo di pensiero, pacato, convincente, più che un urlaccio che non ammette replica. Uchida non martella, non corre.

Prendiamo l’op. 110, che comincia davvero con quel “Moderato cantabile molto espressivo” prescritto da Beethoven, ossia passo misurato e sereno, senza ciondolare, e il dito che penetra il tasto con corposa morbidezza. E prendiamo il secondo movimento dell’op. 111, ampio, svagato. A un certo punto la melodia che lo attraversa di continuo, variata, assume un profilo ritmico da ragtime. Qui tanti pianisti swingano. Invece Uchida ci rammenta che ci troviamo ancora nella Vienna della Restaurazione, non in un saloon con Scott Joplin.

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