Rocco Papaleo: “Zucchero nell’82 era un paesano come me. Mi insegnò la generosità”
di Arianna FinosRocco Papaleo, attore, regista, scrittore, 67 anni
ROMA – L’anima musicale di Rocco Papaleo ne permea ogni film da regista. «Tutto ciò che mi riguarda, la mia parte diciamo autoriale, ha sempre a che fare con la musica, non riesco e non voglio prescinderne». Vale anche per Il bene comune, l’ultimo titolo che dopo l’uscita in sala a marzo ha avuto un nuovo successo sulle piattaforme ma soprattutto nelle arene estive grazie alle quali (distribuito da Piper Film) è tornato nella classifica dei film più visti. «Sapere che ha attecchito nel pubblico mi fa felice».
Il concerto della sua vita?
«Intanto: non amo i mega concerti nei grandi spazi per migliaia di persone. Mi piacciono quelli più intimi. Potrei citare i magnifici concerti di Bruce Springsteen e Sting al Circo Massimo, o Paolo Conte alla Cavea dell’Auditorium. Ma la serata musicale che mi è rimasta davvero dentro è un’altra».
Ce la racconta?
«Correva l’anno 1982. Ero un ragazzo. Non facevo neanche l’attore. Scrivevo canzoni ed ero un po’ popolare nel mio paese d’origine, Lauria. Q…
ROMA – L’anima musicale di Rocco Papaleo ne permea ogni film da regista. «Tutto ciò che mi riguarda, la mia parte diciamo autoriale, ha sempre a che fare con la musica, non riesco e non voglio prescinderne». Vale anche per Il bene comune, l’ultimo titolo che dopo l’uscita in sala a marzo ha avuto un nuovo successo sulle piattaforme ma soprattutto nelle arene estive grazie alle quali (distribuito da Piper Film) è tornato nella classifica dei film più visti. «Sapere che ha attecchito nel pubblico mi fa felice».
Il concerto della sua vita?
«Intanto: non amo i mega concerti nei grandi spazi per migliaia di persone. Mi piacciono quelli più intimi. Potrei citare i magnifici concerti di Bruce Springsteen e Sting al Circo Massimo, o Paolo Conte alla Cavea dell’Auditorium. Ma la serata musicale che mi è rimasta davvero dentro è un’altra».
Ce la racconta?
«Correva l’anno 1982. Ero un ragazzo. Non facevo neanche l’attore. Scrivevo canzoni ed ero un po’ popolare nel mio paese d’origine, Lauria. Quell’anno a Sanremo si presenta un cantante che si chiamava ancora Zucchero Fornaciari. Ha un discreto successo e quell’estate inizia a fare concerti. Ne organizzano uno in un paese vicino al mio e chiamano me perché nella zona ero un minimo conosciuto. Avevo fatto una sigla per una radio locale che aveva spopolato un po’ quell’estate».
La “Canzone della foca”.
«Esatto, che poi ho cantato anche a Sanremo, quando ho fatto il conduttore. Una canzoncina che faceva ballare, orecchiabile. Così mi chiamarono per aprire il concerto di Fornaciari, reduce da Sanremo con Una notte che vola via».
Che impressione le fece?
«Mi colpì com’era vestito: bermuda, una camicia e una cravatta di lana, quelle che si portavano una volta. Non aveva proprio l’aspetto del bluesman che poi è diventato. Era proprio uno di paese, come me. Anzi, forse ero anche un po’ più stravagante io come abbigliamento. Al suo arrivo nel pomeriggio era scanzonato, nemmeno troppo pretenzioso. Sembrò proprio uno di noi».
Poi arrivò il concerto.
«Sì, un posto all’aperto, neanche troppo grande. Ci saranno state centocinquanta persone, la maggior parte amici miei, quindi non aveva proprio fatto il sold out. Ma la cosa che mi colpì fu questa: Zucchero arrivò e non si fece nessun problema ad avere un pubblico così ridotto. Si mise lì e ci diede dentro. Fece un bel concerto, suonato bene, con musicisti di un certo livello, molto meglio del mio contributo iniziale, diciamo, da supporter. Poi, alla fine, successe una cosa che mi è rimasta dentro. Fece salire tutte quelle centocinquanta persone sul palco, che era abbastanza grande ma diventò affollatissimo. Ci ritrovammo a cantare insieme Una notte che vola via. Certo, non tutti al microfono, ma tutti lì sopra. Ed è stato un momento… magari esagero, ma di una comunione straordinaria».
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Che cosa le lasciò quella sera?
«Il senso del rito laico che è un concerto. Lì ho capito quanto fosse importante essere generosi, avere un impatto così comunicativo con il pubblico. È una cosa che poi ho ritrovato raramente, anche negli artisti più grandi. Quella sera mi è rimasta impressa nella mente. Per sempre».
A fine concerto avete parlato?
«Ci fu uno scambio. Lui non aveva ascoltato le canzoni che avevamo fatto prima, mi disse: “Scusami se non ho sentito il vostro set, ma stavo lì a discutere la scaletta con i musicisti”. Era semplice e gentile. In fondo veniva da Sanremo, che all’epoca era un evento straordinario, più di oggi».
Vi siete più rivisti?
«Una volta sola, nell’88. Lui ormai era diventato Zucchero e basta. Io facevo una trasmissione di Canale 5, Evviva, condotta da Milly Carlucci, e lui venne ospite una sera. Però fu tutto diverso: arrivò, suonò e sparì. Non ebbi occasione di parlargli e non so se avrebbe ricordato quella serata. Però, prima che spiccasse il volo, io e lui avevamo condiviso un palco».
Ha continuato a seguirlo?
«Sì, mi piaceva anche quando era soltanto pop, più che bluesman. Sono diventato un suo fan, conosco tutti i pezzi, l’ho seguito nella sua escalation, però sempre con quell’occhio un po’ confidenziale, se posso permettermi, di chi l’ha conosciuto quando era ancora Zucchero Fornaciari».
La sua canzone preferita?
«Una notte che vola via mi suona ancora un po’ nella testa. Basta che chiuda gli occhi. Le confesso che ogni tanto la riascolto per fare un tuffo nella memoria, nel mio passato. Per ricordare quella serata, una delle mie prime volte su un palco a cantare».
Le piacerebbe raccontarlo a lui?
«Certo. In realtà avrei avuto anche un’occasione. Negli ultimi due anni ho fatto una tournée teatrale e uno degli attori è il fratello della segretaria personale di Zucchero. Non gliel’ho neanche detto».
Perché?
«Non so. Ho una sorta di timidezza… O forse perché voglio rimanere così. Con questo ricordo del contatto con un grande artista prima che fosse conclamata la sua grandezza. Mi piacciono questi momenti: aver fumato una Marlboro morbida con Paolo Conte fuori da un ristorante. Il dialogo con Lucio Dalla a Sanremo, l’anno in cui ero conduttore. Cose che mi restano nel mio carnet di trofei. Trofei minori, ma forse proprio per questo più poetici, da tenere nella memoria».