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Da “La locomotiva” a “Via Paolo Fabbri 43”: le storie di vita di Guccini che ci hanno incantati

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La musica, e soprattutto le storie, cantate dall’autore scomparso a 86 anni: “Le parole sono importanti, ci fanno imparare ad amare le cose” diceva
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“È un cantapensiero, un cantadubbio, il più alto e il più vero che io conosca”. Così Roberto Vecchioni raccontava Francesco Guccini,morto oggi, 6 agosto, all’età di 86 anni a Pavana, nel cuore dell’appennino tosco-emiliano. Era un romanziere prestato alle canzoni. Uno che, a colpi di citazioni, ha fatto scoprire tanta poesia e tanta letteratura a intere generazioni.

"Francesco Guccini: fra la via Emila e il West" lo storico live rivive al cinema

Come quando in Canzone per Piero citò Edgar Lee Masters e scatenò un effetto domino su tantissimi adolescenti ignari delle opere dell’autore di Antologia di Spoon River. Stessa cosa per Jorge Luis, grandissimo scrittore argentino, quelli dei coltelli e delle milonghe pampere, di cui parlava in Via Paolo Fabbri 43: “Jorge Luis Borges mi ha promesso l'altra notte/ Di parlar personalmente col persiano/ Ma il cielo dei poeti è un po…

“È un cantapensiero, un cantadubbio, il più alto e il più vero che io conosca”. Così Roberto Vecchioni raccontava Francesco Guccini,morto oggi, 6 agosto, all’età di 86 anni a Pavana, nel cuore dell’appennino tosco-emiliano. Era un romanziere prestato alle canzoni. Uno che, a colpi di citazioni, ha fatto scoprire tanta poesia e tanta letteratura a intere generazioni.

"Francesco Guccini: fra la via Emila e il West" lo storico live rivive al cinema

Come quando in Canzone per Piero citò Edgar Lee Masters e scatenò un effetto domino su tantissimi adolescenti ignari delle opere dell’autore di Antologia di Spoon River. Stessa cosa per Jorge Luis, grandissimo scrittore argentino, quelli dei coltelli e delle milonghe pampere, di cui parlava in Via Paolo Fabbri 43: “Jorge Luis Borges mi ha promesso l'altra notte/ Di parlar personalmente col persiano/ Ma il cielo dei poeti è un po' affollato in questi tempi/ Forse avrò un posto da usciere o da scrivano”. Il persiano, per la cronaca, era il poeta e matematico Omar Khayyam.

Nello stesso brano Guccini faceva riferimento allo strutturalismo e tutti giù a studiare le teorie di Gérard Genette e Michel Focault. In decenni di canzoni Guccini ha tirato dentro Don Chisciotte, Gulliver, Madame Bovary, Hemingway, Dante, Boccaccio, Cartesio, Orazio. Ma la sua funzione di traghettatore culturale è stata soprattutto nell’andare a stimolare la curiosità su personaggi poco o per niente frequentati sulle mappe scolastiche, finendo per creare una sorta di scuola parallela allestita su dispense realizzate a colpi di rime.

Come quando faceva riferimento a Roland Barthes (tanto per tornare allo strutturalismo): “In fondo mi sono simpatici/ Da quando ho incontrato Descartes/ Ma pensa se le canzonette / Me le recensisse Roland Barthes”, da Via Paolo Fabbri 43. Inconsapevolmente Guccini ha costretto migliaia di giovani fan a rincorrerlo sul crinale culturale, perché soprattutto negli anni Settanta l’esigenza di “capire le canzoni” era inevitabile. Una funzione, questa, svolta anche dai suoi “colleghi cantautori” come De Gregori e De André. Con quest’ultimo, soprattutto, c’era una bonaria rivalità mista a curiosità: “Ci conoscevamo poco, ma ci siamo sempre osservati un po’ a distanza”. Stessa attitudine, stessa profondità, parole diverse. Maestri.

Guccini ha guidato il suo pubblico in piccoli viaggi nella Storia: in testa a tutto, ovviamente, Auschwitz, uno schiaffo alla retorica pop che fece da prologo a una lunga stagione di canzone impegnata. In Primavera di Praga ha ricordato Jan Hus, teologo e riformatore boemo, condannato per eresia e bruciato vivo a Costanza nel 1415 in un gioco di rimandi con lo studente Jan Palach, divenuto un simbolo della resistenza antisovietica che per protesta si diede fuoco in Piazza San Venceslao.

In Canzone di notte n.2 ha citato i sofisti (“Ognuno vive dentro i suoi egoismi vestiti da sofismi”), il matematico e astronomo Filemazio in Bisanzio, addirittura lo storico e giornalista olandese Hendrik Willem van Loon proprio in Van Loon, intellettuale liberale e profondamente antifascista ma sconosciuto ai più.

E se dentro la Storia e le lotte dobbiamo andare, Ernesto Guevara de la Serna, con Fidel, ebbe un brano tutto per sé: Canzone per il Che, da uno dei suoi ultimi album, Ritratti, del 2004: come non avrebbe potuto dedicargli una canzone, lui che era nato il suo stesso giorno, il 14 giugno? Con La locomotiva, forse il pezzo più famoso e certamente quello che più fu frutto di appropriazione indebita come si lamentò spesso il suo autore, in 8 minuti e 17 secondi (ma dal vivo – a chiusura dei suoi concerti – anche di più) Guccini ha narrato l’impresa di Pietro Rigosi: a 28 anni, il 20 luglio 1893, il ferroviere anarchico si schiantò con la sua locomotiva a vapore, tutta fumo e carbone, contro un treno di “lusso” carico di borghesi. Le ingiustizie sociali, ancora una volta, diventano una ballata che con il tempo assume un valore potentissimo, entra nella testa del popolo, s’incarnano in un uomo che diventa la voce di molti: Guccini non aveva mai sentito parlare di Rigosi finché un giorno lesse il libro Trent'anni d’officina di Mario Bianconi e poi si confrontò con il suo vicino di casa, l'ex calzolaio Paolo Mignani. Mignani diventerà poi il protagonista di una delle canzoni che più rappresentano la dolce malinconia dell’universo di Francesco Guccini, Il pensionato: “Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare/ l'odore quasi povero di roba da mangiare/ lo vedo nella luce che anch'io mi ricordo bene/ di lampadina fioca, quella da trenta candele”.

La ribellione ha anche un nome al femminile. Silvia. Un simbolo, ma Guccini considerava i simboli come fragili specchi, di un’ingiustizia carceraria. D’altronde, diceva in Incontro, “siamo qualcosa che non resta/ frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”. La sua canzone, la canzone di Silvia Baraldini, dall’album Parnassius Guccinii del 1993 – dal nome della farfalla scoperta da Giovanni Sala nell’Appenino tosco-emiliano un anno prima – ripercorre la storia dell'attivista, militante del movimento delle Pantere Nere, condannata a 43 anni di carcere negli Stati Uniti per associazione sovversiva. E poi con Cyrano, del 1996, una delle più amate dal pubblico, si ispira al personaggio creato da Edmond Rostand per costruire una lunga invettiva contro la politica, il conformismo, il potere economico, la televisione, è quasi un rap, un attacco ai “nasi corti”.

In Gulliver, del 1983, prende in prestito il Lemuel Gulliver inventato da Jonathan Swift nel 1726, che era un altro modo, per lui, di attraversare il tempo e il mare, e viaggiare, anche se – come canta – “da tempo e mare non s’impara niente”, mentre in Signora Bovary, titolo e canzone omonima dall’album del 1987, sceglie Emma Bovary, moglie di un medico di provincia del celebre romanzo scritto da Gustave Flaubert nel 1857, per cantare ancora una volta i falsi miti del romanticismo e la mentalità vuota della borghesia. Lo fa con un’immagine ancora una volta che è un quadro, una pennellata sul petto, nel profondo: “Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi/ di mezza festa e di quasi male/ di coppie che passano sfilacciate/ come garze tese contro il secco cielo autunnale?”. In uno dei suoi primi album, il bellissimo Due anni dopo, del 1970, l'infelice eroina dell'Amleto di William Shakespeare, Ophelia, riletta anche attraverso i versi dell'omonima poesia di Arthur Rimbaud, è un ritratto della pazzia e della morte, con la sua veste bianca che si bagna nell’acqua chiara del fiume, che è proprio come riflettersi in una tela preraffaellita: “Ophelia, che cosa senti quando la voce dagli spalti/ ti annuncia che è l'ora già e il giorno piano muore/ Ophelia che vedi dentro al verde dell'acqua del fossato, nei guizzi che la trota fa cambiando di colore?”

E se la Storia siamo noi, calati nella vita, oltre i poeti e letterati, gli uomini veri o inventati, a tutti quegli eroi “sempre giovani e belli”, alla fantasia “che correva verso la prateria, fra la via Emilia e il West”, Guccini rappresentava soprattutto i piccoli incanti quotidiani, quelli che alcuni di noi vedono ma non sanno afferrare, quelli che ti abbagliano e colpiscono. Qualcuno, a fissarli, era capace: “Stoviglie color nostalgia”, diceva in Incontro, e faceva paragoni rari, come la ragazza dietro al bancone di un bar sull’autostrada che tuona di macchine descritta in Autogrill, “quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria”, sullo sfondo di tendine di nylon rosa.

E gli amici, i vicini, i compagni di notti infinite, di osterie e chiacchiere, voglia di bestemmiare. Victor Sogliani, il fondatore dell’Equipe 84, e Franco Bonvicini, l’amato Bonvi, che ritraeva Guccini come un custode della cantina guardingo e un po’ burbero, a piedi scalzi, chitarra e fiasco in mano, e preziose bottiglie alle spalle. E lui, che anni dopo ci avrebbe detto sicuro “Io? Mai avuto il fiasco in mano!”, oggi fa sorridere. Ma non fa sorridere Lettera, dal disco D'amore di morte e di altre sciocchezze, uno dei suoi ultimi dischi più toccanti, dove Guccini ricorda gli amici scomparsi a poco tempo di distanza l'uno dall'altro.

L’amore, non ultimo. Una parola che non usava quasi mai, cantandone sempre. L’amore, complicato e complesso, inafferrabile come la felicità (“E noi siamo sempre veloci a cambiare canale, ma coi piedi piantati per terra, guardando la vita con aria distratta, senza entrare nel campo magnetico della felicità”, diceva in Ballando con una sconosciuta), è un’illusione tanto poetica quanto crudele e Guccini usava le parole per creare dei miraggi nella mente. Crudeli e immacolate di una bellezza eterna, tristezza cristallizzata, restano come l’inizio e la fine del più misterioso dei sentimenti che attraversa l’esistenza di Francesco Guccini, nato il 14 giugno 1940 a Modena,e la nostra insieme: Vedi cara, del 1970, ed Eskimo, del 1978, sulla complessità delle corrispondenze umane, degli ostacoli della comunicazione con la prima moglie Roberta Baccilieri. Farewell, del 1993, agrodolce addio per Angela Signorini, madre della sua unica figlia Teresa, in cui riprende Farewell, Angelina di Bob Dylan e la strofa “The triangle tingles/ And the trumpets play slow”, “Il triangolo vibra/ E le trombe suonano lentamente”, o Quattro stracci, dolorosa invettiva, scritta d’impeto, a un’ormai indifferente Angela. E infine Vorrei, del 1996, e Certo non sai, del 2000, delicate confessioni per la professoressa di lettere Raffaella Zuccari, che con lui ha vissuto gli ultimi attimi, in una stanza di vita quotidiana, chiusa tra muri di pietra e montagne infinite: “Vorrei che l'oggi restasse oggi senza domani/ o domani potesse tendere all'infinito”.

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