Ermal Meta: “Nella Taranta ritroviamo le radici della nostra storia”
di Andrea SilenziROMA – Mediterraneo è il titolo di un brano contenuto nel suo album Buona fortuna. È non un caso. Ermal Meta è fin dal suo arrivo in Italia dopo l’esodo dall’Albania un testimonial del linguaggio comune che unisce le culture e le tradizione del Mare nostrum. Il 22 agosto, in una pausa dal suo tour, sarà lui il maestro concertatore dell’edizione 2026 della Notte della Taranta, in programma a Melpignano, sul piazzale dell’ex Convento degli Agostiniani. Insieme a Meta e all’Orchestra Popolare ci saranno Alessandra Amoroso, Maria Mazzotta, Gisela João, Levante e Welo. La serata (che sarà trasmessa in diretta su Rai 3, Rai Radio2 e RaiPlay) sta vivendo un prologo con Il Festival Itinerante della Notte della Taranta, attualmente in giro per la Puglia.
Meta, che tipo di spettacolo ha immaginato?
«Uno show molto organico, nel senso che ho cercato di restare vicino alla tradizione ma con una impronta personale, come è giusto. La cosa importante è rendersi conti che la Taranta è un evento collettivo, qualcosa di pazzesco. Però quelli che vengono (lo scorso anno alle prove erano in 80.000) vogliono sentire la taranta, non Ermal Meta. Ci sarà un’orchestra di quasi trenta elementi, tanti cantanti, sarà tutto suonato».
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Lei è già stato ospite l’anno scorso. Dal suo punto di vista perché questo appuntamento è diventato così centrale nelle estati italiane?
«Perché è collegato a una tradizione secolare, è un filo diretto con le radici del Salento. Sul palco mi sono accorto dai primi secondi di quanta partecipazione ci sia. E poi ritrovo una parte di me, dei miei antenati, tutti ritrovano una parte della loro storia, fatta di terra, di dialetto, di storie semplici. Ci sono le tante culture del Salento».
Lei ha presentato anche il Primo maggio. È complicato per un artista restare in un perimetro adatto alla propria figura artistica? Ci sono rinunce da fare?
«Penso che non necessariamente un artista debba restare nel suo perimetro, l’importante è che sia lui a vestire l’abito che porta e non il contrario. È importante che, ovunque vada, sia in un contesto adatto. Le rinunce ci sono, è inevitabile, non puoi trovarti sempre a tuo agio. Dopo il successo ho detto tanti no, anche quando un sì sarebbe stato conveniente. Le carriere a volte si costruiscono più sui no».
Nel video di “Calma metafisica”, il suo ultimo singolo, c’è una rappresentazione della realtà che viviamo a metà strada tra allucinazione e realismo: una spiaggia anni 50 con alle spalle navi bombardate e elicotteri in fiamme.
«Peggio di così c’è solo l’esplosione nucleare, che infatti chiude quel video. È un’epoca piena di assurdità, con l’estate tutto si esaspera, come se fosse necessario mettersi in pausa dalla paura per dare spazio alla leggerezza. Rilassarsi diventa un dovere. Ma è impossibile non sentire il ronzio frastornante di ciò che sta accadendo. Come il racconto degli “escursionisti” in Israele che vanno a sparare sulla gente nella propria terra».
Per queste sue posizioni qualcuno l’ha chiamata comunista.
«Già, quelli che dimenticano che mio nonno è stato ucciso dai comunisti. Ma se comunista vuol dire parlare di bambini massacrati e incendiati, allora mi ci chiamino pure. Ma chi lo dice è, molto probabilmente, fascista».
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È sempre vivo il dibattito sullo schierarsi degli artisti. Che riflessioni ha fatto sul tema?
«Mi ha fatto riflettere la gogna che è arrivata dopo le parole di De Gregori. Penso che siamo estremamente fortunati di avere un artista come Francesco, che ci ha dato spunti di riflessione e canzoni eterne, e che non ha bisogno di schierarsi. Non mi piace la dittatura del dover dire, amo tutta la sua opera e non sarò mai dalla parte di chi dice che l’artista deve dire qualcosa. Non condanno ma non sono così».
All’ultimo Sanremo ha presentato “Stella stellina”, una drammatica storia di guerra che ha fatto discutere. Cosa ha portato via da quell’esperienza?
«Un affetto del pubblico molto importante, e la consapevolezza che certe canzoni dividono. Non dovrebbe essere così, ma quando certi giornali speculano su temi che non dovrebbero dividere mi lasciano una certa amarezza. Questo propagandismo è messo in piedi per cercare di delegittimare quello che un dato di fatto un dato di fatto. Ma me l’aspettavo, io non abbasso la testa. Nessuno si aspetta che in stadio tu possa essere un semplice cultore del calcio: o stai dai una parte o dall’altra. Anche se bisognerebbe sempre ricordare che la vita non è uno stadio».
Nell’estate degli eventi giganteschi, lei è protagonista di un tour che punta tutto sulla musica. Che sensazione le trasmette questa deriva da kolossal che caratterizza molti concerti?
«Penso che dipenda da come la si vive, da come la si progetta. Avere 200.000 paganti (che è il pubblico della Taranta) è molto appagante, può anche esserci la sensazione di un cerchio che si chiude. Sicuramente in un evento così grande a volte succede che non tutto il pubblico possa godere appieno lo show. Ma alcuni vanno lì per partecipare a un viaggio. Non sono contrario, ognuno fa quello che ha desiderio di fare».