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Guccini, addio poeta: la nostalgia della vita di un tenero burbero

Francesco Guccini è morto a 86 anni 

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È morto a 86 anni, dal 2013 aveva smesso di cantare e sostituito i libri ai dischi. L’infanzia sugli Appennini, due anni da cronista, gli inizi nelle balere. Ruvido solo all’apparenza, ha cantato la propria biografia, la rabbia, gli amori
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Invecchiare fa schifo, ripeteva a tutti sempre più spesso, sempre più stanco, amaro, malinconico, avvilito e altrettanto curioso, vivace, impegnato in nuovi progetti, capace ancora di indignarsi, arrabbiarsi, ridere, interessarsi, ascoltare, imparare. In alto i fiaschi, se n’è andato un poeta e oggi Dio è un po’ più morto. Chi voglia ripercorrere ora la storia di Francesco Guccini la cerchi al solito posto, nelle sue canzoni, perché è lì che l’ha messa e si è raccontato per tutta la vita. La sua discografia è stata una lunga autobiografia, così generosa di dettagli da chiamare un album come suo zio, Amerigo, e indicare perfino la residenza, che tempi quei tempi: Via Paolo Fabbri 43, Bologna, dove ieri è iniziato subito il pellegrinaggio, appena giunta la notizia, fiori calici sigarette biglietti e versi, perché lì — anche se il Maestrone non ci viveva da un pezzo — quello sarà sempre il suo indirizzo nella mappa dell’anima musicale italiana.

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Invecchiare fa schifo, ripeteva a tutti sempre più spesso, sempre più stanco, amaro, malinconico, avvilito e altrettanto curioso, vivace, impegnato in nuovi progetti, capace ancora di indignarsi, arrabbiarsi, ridere, interessarsi, ascoltare, imparare. In alto i fiaschi, se n’è andato un poeta e oggi Dio è un po’ più morto. Chi voglia ripercorrere ora la storia di Francesco Guccini la cerchi al solito posto, nelle sue canzoni, perché è lì che l’ha messa e si è raccontato per tutta la vita. La sua discografia è stata una lunga autobiografia, così generosa di dettagli da chiamare un album come suo zio, Amerigo, e indicare perfino la residenza, che tempi quei tempi: Via Paolo Fabbri 43, Bologna, dove ieri è iniziato subito il pellegrinaggio, appena giunta la notizia, fiori calici sigarette biglietti e versi, perché lì — anche se il Maestrone non ci viveva da un pezzo — quello sarà sempre il suo indirizzo nella mappa dell’anima musicale italiana.

“Io, Francesco Guccini, eterno studente, perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Così annunciò nel 1999 in Addio il suo ritorno tra la sua Emilia e il West, agli Appennini dell’infanzia, quella Pavana dove l’Emilia diventa Toscana, lui “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”. Il suo eremitaggio montanaro non è mai stato un isolamento tanto si lasciava coinvolgere continuamente, disponibile a ogni stimolo incontro e occasione possibile, financo alla versione imminente in opera lirica-sinfonica dei suoi successi a cura del Comunale di Bologna. Aveva smesso di cantare, dal 2013 irrevocabilmente, ma mai di dire, perché in fondo si è sempre sentito e dichiarato più poeta, cantastorie o scrittore che non musicista. Le melodie erano le carrozze dei suoi pensieri, poi dopo trenta album sostituiti da quasi altrettanti libri.

Soffriva fin da ragazzo di quella che Pasolini definiva la nostalgia della vita, disincantato fin dalle prime ballate dylaniane, tanti i testamenti artistici notevolmente prematuri dettati, sempre con un senso di fine e di sconfitta addosso, ma mai per questo perdente o perduto, annoiato o deluso. Guccini si è mostrato sempre a disagio nel contemporaneo, qualunque esso fosse, indossato come un maglione dei suoi puntualmente della taglia sbagliata, sempre orgogliosamente iscritto a una minoranza come Nanni Moretti, eppure “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, tra indole autentica, pigrizia, vezzo (come quello di non aver mai preso la patente di guida), sentendosi un po’ davvero come quei Don Chisciotte e Cirano cantati, eroe idealista, genio incompreso, fuori posto ma perché era poi il posto a essere sbagliato.

I bersagli fissi delle sue invettive erano i politicanti, i potenti, gli impostori, gli ipocriti, i teleimbonitori, i nani di statura morale (“per la mia rabbia enorme mi servono giganti”) e i benpensanti. Più anarchico che comunista, come De André, elettoralmente si è sempre mosso a sinistra partendo dai socialisti. Non ha mai pensato, lui, che le sue opinioni politiche dovessero restare chiuse dentro alle sue strofe e alla sua arte.

Ateo mangiapreti, aveva stretto amicizia con il presidente della Cei, monsignor Zuppi, suo ammiratore, andandoci perfino ad Auschwitz dieci anni fa dove, qualcosa vorrà dire, si ruppe un braccio scivolando sul ghiaccio appena messo piede giù dal treno perché anche quel giorno, già, c’era la neve. Il vescovo di Bologna gli organizzò poi un incontro con Papa Bergoglio e il mangiapreti si prestò anche a leggere le parole del pontefice argentino alla tv. Guccini era burbero solo all’apparenza, imponente e imperioso come il proporzionato vocione, con quella erre che ha arrotato chilometri di strofe, irascibile ma incapace di rancore. Era un omone schivo, timido e gentile, dotato di infinita tenerezza. Intransigente solo quando mulinava la penna come spada, al fin della licenza, ma indulgente, da buon peccatore, con le debolezze umane.

Iniziò irrompendo sulla scena lugubre a parlare di morte, incidenti d’auto, giustizia proletaria e lager nell’epoca delle canzonette e della musica leggerissima, tutti toccarono ferro ma presto ne scoprirono l’indole ironica e sarcastica, l’umorismo dei suoi loquaci concerti, mai fatto piedistallo né cattedra del palco finché s’è divertito a salirci, inebriato non solo dall’iconico fiasco ai suoi piedi ma anche dal calore della gente, come solo i falsi ruvidi possono. Ieratico, solenne e allo stesso tempo burlone e attento a non prendere mai troppo sul serio il proprio ruolo e il proprio successo da “modenese volgare”, “burattinaio di parole” ché “infine tutti avremo due metri di terreno”. Quando si lasciava prendere dalla collera, come ne L’avvelenata, inno preterintenzionale, poi provava imbarazzo, e del critico musicale che gli provocò tanta rabbia, Riccardo Bertoncelli, divenne amico.

Il re dei cantautori militanti per eccellenza, quello che citava Gozzano, Barthes, Borges o Salinger, non tutti sanno che aveva cominciato nelle balere della Riviera con i Gatti scrivendo pezzi alla Peppino Di Capri (Bimba guarda come (il ciel sa di pianto)), che aveva accompagnato alla chitarra Nunzio Gallo, protomelodico partenopeo, che aveva ceduto canzoni a Lando Buzzanca (Il bello), Bobby Solo e Gigliola Cinquetti, che aveva inventato slogan da Carosello per il “Salomone pirata pacioccone” dell’Amarena Fabbri. Guccini era un intellettuale radicalmente non chic, quindi per niente snob.

Nato il 14 giugno 1940, a Modena, “piccola città, bastardo posto” mai troppo amato, sfollato dai nonni a Pavana a 5 anni, papà impiegato alle Poste dopo essere tornato dai campi di concentramento, mamma casalinga, Francesco, della razza sua “per quanto grande sia il primo che ha studiato”, fece le magistrali poi Lingue a Bologna senza finirla (di lauree ne avrebbe poi ritirate due ad honorem). Per due anni cronista alla Gazzetta di Modena (intervistò nel 1960 Mister Volare, Domenico Modugno, con un’arroganza da ventenne di cui ammise di essersi poi vergognato parecchio) prima di dedicarsi alla musica, abbracciata soprattutto per fare colpo sulle ragazze. Il primo disco fu nel 1967 Folk beat n.1 ma nello stesso anno diede ai Nomadi Dio è morto, censurata dal solito zelo della Rai per blasfemia, ma elogiata da Paolo VI e trasmessa dalla Radio Vaticana.

Prima dei record di Ligabue, Vasco e infine Ultimo fu epocale il suo raduno nel centro di Bologna il 21 giugno del 1984 per il live gratuito “Fra la via Emilia e il West”, accompagnato in piazza Maggiore, oltre che dalla band, da ospiti come Gaber, Dalla, Conte Vecchioni i suoi Nomadi ed Equipe 84: furono contati tra i 150 e i 160 mila spettatori, una Woodstock al lambrusco.

Nella sua autobiografia cantata ha raccontato anche gli amori finiti, (feroce Quattro stracci per la compagna Angela, madre della figlia Teresa Culodritto, che però prima aveva ispirato Eskimo) e i nuovi, come quello (celebrato in Vorrei) per la seconda moglie Raffaella Zuccari, sposata nel 2011, con cui ha diviso gli ultimi trent’anni e che lo ha accudito fino all’ultimo. Dietro lo sguardo ormai liquido guizzavano ancora intuizioni e passioni. Sempre più mortificato dal tradimento dei suoi occhi che da tempo non gli consentivano di leggere, a causa della maculopatia, per lui il peggiore degli inferni immaginabili. Finalmente adesso tornerà a vederci e magari anche a cantare. Francesco sicuramente ha tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto.

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