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Beppe Carletti dei Nomadi: “Dio è morto, un pezzo coraggioso come era Guccini e come eravamo noi”

I Nomadi a Sanremo nel 1971: Augusto Daolio, Beppe Carletti, Franco Midili, Paolo Lancellotti e Umberto Maggi 

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Il ricordo di una collaborazione nata alla fine degli anni 60 e di un’amicizia che non s’è mai interrotta. “Noi contadini, lui uomo di cultura: ci trovammo a metà strada grazie alla sua umiltà”
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ROMA – Prima di Francesco Guccini, c’erano i Nomadi. Il Maestrone, infatti, quando non era ancora un cantautore di successo si faceva strada scrivendo canzoni per il complesso di Io vagabondo, all’epoca – seconda metà degli anni Sessanta – in cerca d’identità. Tra le varie: Noi non ci saremo, Dio è morto e Canzone per un’amica. «Ci ha dato voce», ricorda Beppe Carletti, ottant’anni, tastierista e co-fondatore (insieme all’indimenticabile Augusto Daolio, morto nel 1992) del gruppo.

Beppe Carletti, 79 anni 

I suoi primi ricordi con Guccini?

«Eravamo tutti modenesi, ci si vedeva in un bar molto frequentato allora. E ci si scambiavano idee. Capimmo subito d’essere spiriti affini: a nessuno interessava il successo, l’apparire, l’immagine in generale; volevamo far musica per gusto, come ragione di vita. È stato così fino all’ultimo».

Perché Guccini era speciale?

«La prima canzone che compose per n…

ROMA – Prima di Francesco Guccini, c’erano i Nomadi. Il Maestrone, infatti, quando non era ancora un cantautore di successo si faceva strada scrivendo canzoni per il complesso di Io vagabondo, all’epoca – seconda metà degli anni Sessanta – in cerca d’identità. Tra le varie: Noi non ci saremo, Dio è morto e Canzone per un’amica. «Ci ha dato voce», ricorda Beppe Carletti, ottant’anni, tastierista e co-fondatore (insieme all’indimenticabile Augusto Daolio, morto nel 1992) del gruppo.

Beppe Carletti, 79 anni 

I suoi primi ricordi con Guccini?

«Eravamo tutti modenesi, ci si vedeva in un bar molto frequentato allora. E ci si scambiavano idee. Capimmo subito d’essere spiriti affini: a nessuno interessava il successo, l’apparire, l’immagine in generale; volevamo far musica per gusto, come ragione di vita. È stato così fino all’ultimo».

Perché Guccini era speciale?

«La prima canzone che compose per noi fu Noi non ci saremo, nel 1996. Ebbene: all’epoca non si scrivevano brani così, di sicuro non nella musica leggera. Subito dopo toccò a Dio è morto, un pezzo coraggioso com’era lui e com’eravamo noi».

(ansa)

E infatti fu censurata.

«La Rai ci disse: volete cantarla? Bene, ma sappiate che non la passeremo mai. E così fu. Mentre Radio Vaticana – che ne aveva colto il senso – la trasmetteva, nella tv pubblica veniva oscurata. Ma a noi, come del resto a Guccini, non importava niente. “Piuttosto”, rispondemmo, “torneremo a suonare nelle piazze”. Ricordo i primi Cantagiro, con il pubblico che ci tirava i sassi (per fortuna, piccoli). Sessant’anni dopo, però, la canzone è ancora qui: aveva ragione Guccini, abbiamo avuto ragione noi a sceglierlo».

Per scegliere lui rifiutaste anche Battisti.

«Dopo Noi non ci saremo, Mogol ci propose come autore Lucio Battisti, non ancora lanciato come cantante. Venne in studio a cantare Non è Francesca. Bellissima. Ma Mogol c’impose un bivio: Battisti, nel caso, sarebbe dovuto diventare il nostro unico autore. E non era possibile: avevamo già scelto Francesco, che aveva pronta Dio è morto, con tutte le perplessità – della discografia, non nostre – del caso. Bene così».

Si dice che “Dio è morto” sia stata l’inizio del Sessantotto.

«Con un anno d’anticipo, peraltro. Era il 1967, fu una delle prime canzoni politiche in classifica. Guccini, in questo senso, fu fondamentale: diede voce ai nostri ideali, pensieri che non sapevamo esprimere. Ma che condividevamo. E poi Augusto aveva la faccia giusta per cantare le sue canzoni».

In cosa eravate diversi?

«Lui aveva una cultura – politica, sociale, letteraria – enorme. Noi eravamo figli di contadini, cresciuti nei paesi. Mi diceva: “Se solo avessi fatto l’università, oggi saresti professore”. Gli rispondevo: “Per poter andare all’università, avrei dovuto almeno iscrivermi alle superiori”. Noi Nomadi avevamo la terza media, eravamo figli di un’Italia povera. Eppure ci siamo trovati a metà strada. Era di un’umiltà assoluta. Ero quasi un suo fratello minore: ho imparato tantissimo da lui».

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Un pregiudizio da sfatare?

«Guccini burbero. Ma quando mai? Era simpaticissimo. Due anni fa – non ci siamo mai persi – sono stato ospite a casa sua, per registrare uno speciale della Rai. Abbiamo riso tutto il tempo, finendo a dibattere su cosa mangiassimo allora prima dei concerti, o su quando lo andavamo a prendere in macchina alla stazione, perché non aveva la patente. Ricordo il concerto in Piazza Maggiore di Bologna, nel 1984, di cui eravamo ospiti insieme a tanti altri. Avevamo in scaletta due canzoni. E lui: “Mi raccomando, la serata è lunga, fatele in versione accelerata”».

Pensavate che avrebbe fatto quella carriera?

«Sì, era questione di tempo, il pubblico doveva capirlo. Dispiace, semmai, che la sua eredità si sia persa: oggi pochi cantautori trattano i grandi temi come faceva lui, non interessano a loro e non interessano neanche alla gente. È un peccato».

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