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Ma Rainey, la forza ribelle di una regina al servizio del blues

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La recensione / In “Mother of the Blues” la voce dell’artista che si sottrasse al ruolo di schiava, spiazzò con allusioni bisessuali, scrisse quasi tutti i brani, gestì la band e il corpo di ballo. E non fece niente per compiacere il pubblico di bianchi
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Una discesa nelle fondamenta del blues. Più giù ancora, nel girone dei poveri diavoli curvati sulle piante di cotone, tra assassini, ubriaconi, prostitute abusate, mariti infedeli, segregazione razziale e il trauma della Grande Migrazione dalle zone rurali degli Stati Uniti del sud ai centri urbani. C’è tutto nel nuovo cofanetto della Black Swan, 118 titoli incisi da Ma Rainey tra il 1923 e il 1928, versioni inedite, foto, appunti, cento pagine di biografia. Canzoni che compiono un secolo (qua e là c’è un giovane Louis Armstrong alla cornetta) e, al di là del valore artistico, ora ne hanno uno storico.

Di raccolte ne sono già uscite, questa però è un’opera restaurata. Fruscia e scricchiola ma fa sentire la voce di Ma Rainey nitida come mai prima. Voce che non compare nel film di Netflix Ma Rainey’s Black Bottom (adattato dalla pièce teatrale), ingeneroso nel ritrarre la protagonista ostile e sgradevole. Su disco è un’altra storia. D’altronde fu lei a dire: «Non canti per sentirti megl…

Una discesa nelle fondamenta del blues. Più giù ancora, nel girone dei poveri diavoli curvati sulle piante di cotone, tra assassini, ubriaconi, prostitute abusate, mariti infedeli, segregazione razziale e il trauma della Grande Migrazione dalle zone rurali degli Stati Uniti del sud ai centri urbani. C’è tutto nel nuovo cofanetto della Black Swan, 118 titoli incisi da Ma Rainey tra il 1923 e il 1928, versioni inedite, foto, appunti, cento pagine di biografia. Canzoni che compiono un secolo (qua e là c’è un giovane Louis Armstrong alla cornetta) e, al di là del valore artistico, ora ne hanno uno storico.

Di raccolte ne sono già uscite, questa però è un’opera restaurata. Fruscia e scricchiola ma fa sentire la voce di Ma Rainey nitida come mai prima. Voce che non compare nel film di Netflix Ma Rainey’s Black Bottom (adattato dalla pièce teatrale), ingeneroso nel ritrarre la protagonista ostile e sgradevole. Su disco è un’altra storia. D’altronde fu lei a dire: «Non canti per sentirti meglio. Canti perché è il modo per comprendere la vita». Qui non vediamo i suoi denti d’oro, il girovita ingombrante e le piume eccentriche ma capiamo la sua rabbia, ironia, malinconia. La forza ribelle della Madame che a 14 anni si esibiva nei vaudeville, tra le prime a muoversi in un mondo discografico maschile.

Lei che si sottrasse al ruolo di vittima e schiava, spiazzò con allusioni bisessuali, scrisse quasi tutti i brani, gestì la band e il corpo di ballo, e non fece niente per compiacere il pubblico di bianchi. Parlava alla sua gente. Per questo è la madre del blues. Usò la metafora della “rollin’ stone” in Slow Driving Moan già nel 1927: Dylan e gli Stones non erano nemmeno ovociti e Muddy Waters giocava ancora con il fango del Mississippi. Ma Rainey ebbe pieno controllo della sua musica, insegnò a Bessie Smith, ispirò da Dinah Washington a Janis Joplin, e va ricordata. Morì di crepacuore a 53 anni. La sua occupazione secondo il certificato di morte? Donna di servizio.


Ma Rainey

Mother of the Blues

Voto: 4 stelle su 5

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