Non attecchisce bene la colla tra Rafał Blechacz e Kent Nagano. In questo disco, etichetta Deutsche Grammophon, da una parte c’è il pianista polacco poco più che quarantenne, in carriera dacché nel 2005 ha vinto il Concorso “Chopin” di Varsavia, dall’altra l’illustre direttore settantacinquenne sul podio della Dresdner Philharmonie.
Nelle note di copertina Blachacz rammenta come si sia da subito instaurata una solida relazione professionale con Nagano, incontrato la prima volta a Roma nel 2013 per la stagione di Santa Cecilia. Allora interpretarono il Concerto K. 491 di Mozart, su cui pure adesso ritornano. E diverse volte hanno anche lavorato sul Concerto n. 3 di Beethoven, proposto anche in questa registrazione. Dunque si conoscono strabene, sono in sintonia. Però qualcosa qui non funziona. È come se ognuno portasse avanti una propria lettura, non comunicante con quella del compagno di avventure. Per giunta a ruoli invertiti: cioè il più maturo punta all’elasticità delle frasi, riem…
Non attecchisce bene la colla tra Rafał Blechacz e Kent Nagano. In questo disco, etichetta Deutsche Grammophon, da una parte c’è il pianista polacco poco più che quarantenne, in carriera dacché nel 2005 ha vinto il Concorso “Chopin” di Varsavia, dall’altra l’illustre direttore settantacinquenne sul podio della Dresdner Philharmonie.
Nelle note di copertina Blachacz rammenta come si sia da subito instaurata una solida relazione professionale con Nagano, incontrato la prima volta a Roma nel 2013 per la stagione di Santa Cecilia. Allora interpretarono il Concerto K. 491 di Mozart, su cui pure adesso ritornano. E diverse volte hanno anche lavorato sul Concerto n. 3 di Beethoven, proposto anche in questa registrazione. Dunque si conoscono strabene, sono in sintonia. Però qualcosa qui non funziona. È come se ognuno portasse avanti una propria lettura, non comunicante con quella del compagno di avventure. Per giunta a ruoli invertiti: cioè il più maturo punta all’elasticità delle frasi, riempiendole e sgonfiandole di colori e respiro, infondendo in tutto uno spirito drammatico - come nel primo movimento dei Concerti. Il più giovane invece rinserra Mozart e Beethoven in una puntigliosa regolarità di andamento, in cornici geometriche uniformi (e conformiste) nel tocco e nell’espressione, risolvendo il classicismo dei due compositori in astrattezza quasi meccanica.
Ma è una visione superata: fa sembrare Blechacz un pianista impersonale che recita per l’ennesima volta qualcosa di appreso, mentre Nagano parla con entusiasmo, crede in ciò che dice. Soltanto nel terzo movimento del Concerto n. 3 guizza la personalità del pianoforte. Comunque l’album ha anche del buono nel concetto generale: i pezzi sono impiantati su una medesima tonalità, il do minore, garanzia di omogeneità. Significa che i Concerti condividono un umore agitato, smanioso, emotivamente turbolento. Lo stesso delle Variazioni su un tema originale WoO 80 per piano solo di Beethoven che completano il cd, e in cui Blechacz dà il meglio di sé.