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Tommaso Paradiso: “Ci sono salite e discese, l’importante è continuare a giocare”

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Bilancio di un anno importante per il cantautore: si è sposato, è diventato padre e ha partecipato con successo a Sanremo: “L’ho fatto per mia figlia. È nell’ordine delle cose mettere su famiglia, se fossi ancora com’ero a vent’anni sarei ridicolo”
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Un matrimonio, la paternità, la prima volta a Sanremo. E poi un album, un tour appena concluso, l’acquisto di una casa, una nuova etichetta discografica, perfino un singolo estivo, Agitare coca cola. L’ultimo anno è stato il più intenso per Tommaso Paradiso, quello in cui il 43enne cantautore romano è «diventato adulto» e ha pure ritrovato il successo dopo la discesa, «fisiologica», post TheGiornalisti. Pubblico e privato. Ora rifiata, è in vacanza. «Ma non ho mai avuto paura di assumermi responsabilità».

Si dice, invece, che la sua generazione sia la prima ad aver faticato a crescere.

«Non lo so, ormai abbiamo tutti figli e famiglia. Stentano più quelli degli anni Settanta, li vedo ancora tra mille flirt e indecisioni».

Lei?

«Resto un caz…

Un matrimonio, la paternità, la prima volta a Sanremo. E poi un album, un tour appena concluso, l’acquisto di una casa, una nuova etichetta discografica, perfino un singolo estivo, Agitare coca cola. L’ultimo anno è stato il più intenso per Tommaso Paradiso, quello in cui il 43enne cantautore romano è «diventato adulto» e ha pure ritrovato il successo dopo la discesa, «fisiologica», post TheGiornalisti. Pubblico e privato. Ora rifiata, è in vacanza. «Ma non ho mai avuto paura di assumermi responsabilità».

Si dice, invece, che la sua generazione sia la prima ad aver faticato a crescere.

«Non lo so, ormai abbiamo tutti figli e famiglia. Stentano più quelli degli anni Settanta, li vedo ancora tra mille flirt e indecisioni».

Lei?

«Resto un cazzone, ma serio. Con gli amici lo diciamo spesso: ci siamo divertiti finché abbiamo potuto. Poi è nell’ordine delle cose mettere su famiglia. È un’esigenza, niente di imposto. Se fossi ancora com’ero a vent’anni sarei ridicolo».

Com’era?

«Paola Turci, quando mi ha conosciuto, mi disse: “Sei un borghese scappato di casa”. Dormivo sempre fuori, ho studiato Filosofia, con un occhio in particolare per l’idealismo. Ho imparato che la vita è dialogo tra idee, sintesi. Oggi, che si ragiona solo per slogan, ce ne vorrebbe. Sorrido pensando agli ateniesi, che volevano i filosofi a capo della società: siamo all’opposto».

Eppure nelle sue canzoni non parla mai di politica.

«Nei singoli no, ma qua e là sì. Anche in I romantici: “Dove giocavano ragazzi con la palla contro il muro e adesso non c'è nessuno” si riferisce alle zone del mondo devastate dai bombardamenti. Ne ho parlato anche nelle interviste, nessuno ha voluto farci caso. Sarà un segno del tempo».

Sempre in I romantici canta: "Non farò come ha fatto mio padre, gelido”.

«Se n’è andato di casa quand’ero appena nato. Ma non ho mai avuto paura di diventare genitore senza il suo esempio: sono cresciuto solo con mia madre in una famiglia matriarcale, l’amore e i modelli non mi sono mai mancati. È venuto tutto naturale, anche il matrimonio (con Carolina Sansoni, ndr). L’unico colpo di scena è stata la canzone da mettere al momento dell’uscita di noi sposi: doveva essere Born to run, all’ultimo abbiamo optato per la versione orchestrale di All around the world degli Oasis».

La paternità le ha fatto cambiare idea su qualcosa?

«Su Sanremo: avevo detto “mai”, sono andato soprattutto per lasciare una traccia per mia figlia. È stato stressante, specie per me che ho l’ansia della telecamera. Ma, ora che ho capito la lezione, tornerei. È la mia vita: funziono sempre al secondo, al terzo tentativo».

Come i TheGiornalisti.

«I primi due dischi – il secondo più del primo – li ascoltarono in pochissimi. Eravamo ingenui, non avevamo neanche un produttore. Le canzoni suonavano male. Dal terzo, Fuoricampo (2014), è partito tutto. Il pezzo della svolta è stato Promiscuità, racconto di un’orgia, anche se in realtà eravamo appena quattro».

Con l’ansia invece come va?

«Ho imparato a gestirla, specie in situazioni domestiche, dove a volte mi paralizzava. Sul palco è diverso: me la mettevano i locali vuoti, all’inizio, e i palasport pieni, dopo il successo. Al primo Forum di Assago, nel 2017, volevo scappare. Ma dopo Sanremo, si figuri, sono pronto a tutto: non vorrei più scendere».

Il passaggio dal niente al successo fu traumatico?

«No, perché non ci ho mai riflettuto davvero. Sono sempre stato concentrato sul presente, al massimo sul futuro. E neanche la discesa successiva, alla fine, è stata così brutta: mi sono preso tempo per me, fino a quest’ultima risalita».

I motivi?

«L’isolamento, la pandemia, l’assenza prolungata, per cui alla fine la gente, giustamente, si dimentica. Io risento molto degli stimoli esterni quando scrivo: il successo porta altro successo, situazioni così portano a una musica più cupa. Poi, vengo comunque da un’altra epoca: si è sempre stati attenti ai numeri, lo sono anche i giganti, ma per la mia generazione, quella venuta fuori nel 2016, anche i locali pieni erano un traguardo».

Le diranno: mancano i TheGiornalisti.

«Ma perché? Le canzoni erano mie, ai live le canto ancora e sul palco con me c’è Marco Rissa, il chitarrista del gruppo. Marco Primavera, il batterista che non è più con noi, cambierebbe davvero qualcosa? Mi sembra solo nostalgia. Poi, si figuri, Agitare coca cola può essere benissimo un pezzo dei primi TheGiornalisti, anche più di Riccione, che resta lo spartiacque. Dovevo darlo a Luca Carboni, poi mi piacque troppo. Mi sembrava, e ne sono convinto, un brano nazionalpopolare fatto bene. Sono di quella scuola: i film di Sordi, Sapore di sale, la stessa Mare mare».

Esiste ancora il nazionalpopolare fatto bene?

«Se non fossimo su un giornale le darei una risposta diversa. Dirò che è tutto connesso: la decadenza di certi costumi parte, in primis, dalla politica, e viceversa. Ma credo nelle nuove generazioni, questo sì».

Che ha imparato da quest’anno intenso?

«Che esistono salite e discese, da godere tutte. L’importante è continuare a giocare. Ora vediamo cosa succede nei prossimi mesi. I programmi si fanno in base alle canzoni, non viceversa».

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