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Primogenito e l’urlo contro il paternalismo degli adulti: “Canto la GenZ senza santi né eroi”

Primogenito e l’urlo contro il paternalismo degli adulti: “Canto la GenZ senza santi né eroi”

Il giovane cantautore romano debutta al Monk con una festa collettiva. Nell’ep d’esordio “Affogare in acque amiche” racconta i primi amori, i legami familiari e il confronto con il giudizio costante delle generazioni precedenti

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In una canzone l’età è l’unica cosa che non puoi nascondere. “Puoi fingere di essere spavaldo, divertente o cattivo”, ma i riferimenti al momento della vita che stai vivendo, se scrivi, vengono fuori naturalmente, non puoi crearli a tavolino. A parlare è Gabriele Tosti, in arte Primogenito, giovane cantautore romano che scrive dei primi amori, del paternalismo degli adulti, della ricerca di un posto nel mondo e che, neppure nella scelta del nome d’arte, ha deciso di non mentire. Primo di cinque fratelli, è cresciuto nel quartiere Tuscolano della capitale, “in un appartamento di 90 metri quadri in cui ci stringevamo in sette”. Nessuna famiglia di musicisti alle spalle, nessun aiuto. Poi sono arrivate la scoperta della chitarra e la scrittura.

“Pensare che prima facevo il calciatore, poi ho iniziato a rappare e solo dopo sono approdato al cantautorato”, racconta all’uscita del suo primo live al Monk, ieri sera, dopo due ore di concerto e quasi venti brani. Tanti per un artista giovanissimo e con un disco appena uscito, Affogare in acque amiche. Eppure, più che un esordio, quello andato in scena è sembrato un ritrovo tra amici, una festa collettiva che il temporale non è riuscito a fermare. Nella platea, un pubblico tra i 20 e i 30 anni, ma anche tanti minorenni, arrivati per ascoltarlo e cantare i pezzi insieme a lui. Perché, dopo i palchi del Primo Maggio a Roma e del MI AMI Festival a Milano, è il momento in cui Primogenito si prende il suo spazio da protagonista.

La dimensione live restituisce tutta l’energia di un progetto che mescola scrittura cantautorale e attitudine contemporanea, con riferimenti che guardano a Tally Wall, i Beatles, Ivan Graziani e Rino Gaetano. Primogenito non resta fermo sul palco: scende più volte tra il pubblico, si getta nel pogo, si ritrova a saltare e a cantare in mezzo a chi è venuto per lui. Così, la distanza tra artista e spettatori si annulla e il concerto diventa una festa senza troppi cerimoniali.

Al centro dei suoi testi ci sono i legami familiari, ma anche gli oggetti e gli spazi della quotidianità. “L’essenza delle cose, al contrario delle persone, sta nella loro funzione”, racconta, “mi piace esplorare nella musica il legame che abbiamo con gli oggetti”. Le stanze di casa, gli spazi immaginati al di là del muro che separa dall’appartamento a fianco, come nella ballad intima Cari vicini, mi trasferisco da voi. E ancora, il metallo dell’apparecchio per i denti della ragazza a cui si dà il primo bacio e che, agli occhi dell’artista, diventa una “principessa della ferraglia”. Cose trasformate in materiale narrativo prezioso, capace di raccontare le emozioni e i turbamenti di una generazione senza trasformarla in una caricatura.

È il caso di Alla tua età, Mario, canzone dedicata al padre e diventata anche protagonista di gag sui social insieme al fratellino più piccolo. Nei video, Primogenito rincorre “un padre, come tanti padri” per le stanze di casa mentre gli dedica un pezzo ironico sul paternalismo degli adulti. Quello che, spesso, finisce per caricare, con paragoni e consigli non richiesti, un peso opprimente sulle spalle di chi sta ancora crescendo e scegliendo la sua strada. “Alla tua età facevo tre lavori, avevo già spezzato troppi cuori”, canta Primogenito, prima di ribaltare la prospettiva – “non abbiamo testimoni delle tue grandi imprese, delle tue contraddizioni” – e lanciare la stilettata definitiva: “Ma con quale coraggio te la prendi con noi, generazione triste senza santi né eroi”. Una presa in giro affettuosa, ma anche il tentativo di smontare il confronto continuo tra chi è venuto prima e chi si ritrova oggi a costruire il proprio futuro.

Quando il concerto finisce, la musica non si ferma. Fuori dal locale, chitarra in mano e senza microfono, l’artista improvvisa alcuni brani della tradizione romana. È un finale spontaneo, quasi domestico, che riporta tutto alla dimensione da cui è partito: la famiglia, il quartiere, le canzoni condivise.

Il sogno, dopo il primo live da protagonista, è già quello dell’Olimpico. Per ora, però, l’obiettivo è più concreto: portare in giro la propria musica, farla arrivare a chi ancora non la conosce e continuare a raccontare la vita senza fingere di essere qualcun altro. A ventidue anni, del resto, l’età non si può nascondere. E forse non è nemmeno necessario.

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