Comincia due volte, alla prima, il Sigfrido a Santa Cecilia. Dopo una decina di minuti Daniel Harding lascia il podio, adirato. L'interferenza in un altoparlante dietro le quinte disturba l'esecuzione, che poi riparte da capo come nulla fosse. Questo Wagner è il secondo capitolo della messinscena pluriennale a Roma della Tetralogia, maxi-opera in quattro puntate dinanzi a cui ci si aspetta che il direttore cavi sempre fuori qualche verità esoterica.
Ma più che all'esegesi Harding punta a srotolare vivido il racconto musicale. Immediato. Variopinto. Affabulatorio. Ben diretto, senza intellettualismi. Semmai, capaci di inabissarsi negli arcani della partitura e di riemergerne con naturalezza, rivelando chiavi individuali di lettura, sono i veterani di questo repertorio: Michael Volle, Wotan maiuscolo, Wolgang Koch (Alberich) e Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, un Mime viscido, grottesco, che sa evitare la caricatura. E nell'ugola ha una batteria di cannoni il Sigfrido ragazzone di Clay Hill…
Comincia due volte, alla prima, il Sigfrido a Santa Cecilia. Dopo una decina di minuti Daniel Harding lascia il podio, adirato. L'interferenza in un altoparlante dietro le quinte disturba l'esecuzione, che poi riparte da capo come nulla fosse. Questo Wagner è il secondo capitolo della messinscena pluriennale a Roma della Tetralogia, maxi-opera in quattro puntate dinanzi a cui ci si aspetta che il direttore cavi sempre fuori qualche verità esoterica.
Ma più che all'esegesi Harding punta a srotolare vivido il racconto musicale. Immediato. Variopinto. Affabulatorio. Ben diretto, senza intellettualismi. Semmai, capaci di inabissarsi negli arcani della partitura e di riemergerne con naturalezza, rivelando chiavi individuali di lettura, sono i veterani di questo repertorio: Michael Volle, Wotan maiuscolo, Wolgang Koch (Alberich) e Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, un Mime viscido, grottesco, che sa evitare la caricatura. E nell'ugola ha una batteria di cannoni il Sigfrido ragazzone di Clay Hilley, perciò quando a fine serata ridesta Brunilde (Elisabet Strid), lei riesce faticosamente a tenergli testa con la sua artiglieria leggera.
Messinscena senza capo né coda firmata Vincent Huguet. Traspone la vicenda nel medioevo cristiano, con un fratacchione, un crociato, un Santo Padre, una monaca, una dama-raperonzolo affacciata da una torre: sembra una parodia del trio Lopez-Marchesini-Solenghi.