Era già sorprendente anni fa, oggi è al di là di ogni umana comprensione. C’è un manipolo di signori “anziani” che non mollano, non ne vogliono sapere, ma non è un dettaglio di poco conto perché si tratta dei Padri Fondatori. Parliamo di Bob Dylan, Paul McCartney, ovvero quello che rimane dei Beatles, e i Rolling Stones, cioè la grande triade del Big Bang da cui è partito tutto.
Ma il caso di Dylan, 85 anni compiuti a maggio, è il più bizzarro di tutti perché è il più dimesso, quasi schivo, quello che più degli altri attorno a sé avrebbe l’aura del mito ma nei concerti è meno autocelebrativo di chiunque altro, anzi lo è fin troppo, a volte scontentando i fan che si aspetterebbero qualche canzone da cantare tutti insieme, qualche concessione che lui rif…
Era già sorprendente anni fa, oggi è al di là di ogni umana comprensione. C’è un manipolo di signori “anziani” che non mollano, non ne vogliono sapere, ma non è un dettaglio di poco conto perché si tratta dei Padri Fondatori. Parliamo di Bob Dylan, Paul McCartney, ovvero quello che rimane dei Beatles, e i Rolling Stones, cioè la grande triade del Big Bang da cui è partito tutto.
Ma il caso di Dylan, 85 anni compiuti a maggio, è il più bizzarro di tutti perché è il più dimesso, quasi schivo, quello che più degli altri attorno a sé avrebbe l’aura del mito ma nei concerti è meno autocelebrativo di chiunque altro, anzi lo è fin troppo, a volte scontentando i fan che si aspetterebbero qualche canzone da cantare tutti insieme, qualche concessione che lui rifiuta sistematicamente di elargire. Del resto cosa vi aspettate da un signore che quando ha ricevuto il premio Nobel ha detto: “grazie sono molto contento, peccato che quella sera abbia già un impegno”.
Dylan torna In Italia, per tre date, il 2 novembre all’Unipol Dome di Milano, il 5 novembre al Palazzo dello Sport di Roma e il 7 novembre all’Unipol Arena di Bologna, ma la vera domanda rimane la stessa: perché uno come lui, con tutto quello che ha fatto, con tutto quello che è stato, non se ne sta a casa a scrivere romanzi, canzoni, dipingere quadri o stare a giocare con i nipotini e continua invece ad andare in giro per il mondo nel suo, è il caso di dirlo, “never ending tour”? È una domanda che da sempre tutti vorrebbero fargli, ma dobbiamo accontentarci di congetture.
Bob Dylan nel 1966
C’è qualcosa che lo lega profondamente alla dimensione del concerto, non c’è vita al di fuori del palco, e questo attaccamento non ha niente a che vedere col successo, con le gratificazioni, col narcisismo del divo, è casomai un bisogno profondo, che non necessita di applausi. Dylan non spiegherà mai il motivo di questa ostinazione, e così sarà anche per questi concerti italiani, perché ogni volta che c’è un’attesa lui è lì per negarla, così come successe il 10 aprile del 2011, la prima volta in assoluto che faceva un concerto Vietnam, io fui inviato dal giornale perché come tutti abbiamo pensato che sarebbe stata una occasione speciale, e invece lui fece esattamente lo stesso normale concerto che aveva fatto due sere prima o quattro sere prima in altri posti del mondo che non avevano alcuna risonanza storica. Non disse nulla e non modificò di un millimetro la scaletta. Perché questo è Dylan.
Ricordo anche un famoso concerto al palasport di Roma gremito, perché anche lì si era creata una notevole attesa. Uno degli sport preferiti dei fan è capire che canzoni sta cantando, perché a volte non è così scontato e a Roma quella volta iniziò con una canzone non facile da riconoscere. Che cos’era? Allora non c’era Internet e dopo faticose ricerche legate a qualche parola strappata dalla sua performance, mi resi conto che si trattava del suo modo di lanciare un messaggio alla città, ma come al solito a lui non importava niente che il messaggio fosse capito, era discreto, invisibile, sta di fatto che lui iniziò il concerto con When I paint my masterpiece, canzone bellissima e poco conosciuta, l’unica di tutto il suo canzoniere che cita esplicitamente Roma, anzi in particolare Trinità dei Monti.
Bob Dylan durante il "Rolling Thunder Revue" nell'ottobre 1975
Anni fa ho avuto l’onore e la fortuna di intervistarlo, e grazie a questo privilegio sul nostro giornale è uscita l’unica intervista mai realizzata in Italia. Fu un match duro, spigoloso, anche lì senza alcuna concessione, ma era Bob Dylan e quell’incontro fu una splendida avventura intellettuale. Quando un genio è al lavoro dobbiamo accettare una ragionevole quota di mistero, e se lui a 85 anni ha ancora voglia di suonare dal vivo, chi siamo noi per dubitare che la cosa abbia senso?