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La versione di Bob Dylan: il concerto di Milano è un salto nel tempo

Bob Dylan, 85 anni 

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Telefoni non ammessi, arrangiamenti cambiati, solo una tenda bianca sullo sfondo. In 150 mila all’Unipol Dome, al primo dei live italiani del maestro. Clima anni 70, e mai una parola al pubblico
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MILANO – Quando, alle 21 in punto, Bob Dylan entra sul palco, lo scenario è quasi anni 70. Niente schermi, volumi bassi (con proteste dai settori laterali) e solo una tenda bianca a fare da sfondo. Gli oltre 15.000 accorsi all’Unipol Dome di Milano per il primo dei suoi tre concerti italiani (si replica il 5 a Roma e il 7 a Bologna, intanto il 6 esce un box di 39 dischi dedicato al leggendario tour della Rolling Thunder Revue del 1976) si dividono, come sempre, tra chi spera in una sorpresa e chi invece va incontro al suo destino. La sorpresa, ovvero l’esecuzione di un vecchio classico, non ci sarà. Sul palco l’85enne Dylan fa sé stesso, senza mai rivolgere parola al pubblico: suona il piano in piedi vestito di nero, con un cappuccio sulla testa – come ormai consuetudine da tempo.

Dylan con il copricapo nero con il quale da tempo ha deciso di esibirsi 

Il pubblico si scalda comunque, partono…

MILANO – Quando, alle 21 in punto, Bob Dylan entra sul palco, lo scenario è quasi anni 70. Niente schermi, volumi bassi (con proteste dai settori laterali) e solo una tenda bianca a fare da sfondo. Gli oltre 15.000 accorsi all’Unipol Dome di Milano per il primo dei suoi tre concerti italiani (si replica il 5 a Roma e il 7 a Bologna, intanto il 6 esce un box di 39 dischi dedicato al leggendario tour della Rolling Thunder Revue del 1976) si dividono, come sempre, tra chi spera in una sorpresa e chi invece va incontro al suo destino. La sorpresa, ovvero l’esecuzione di un vecchio classico, non ci sarà. Sul palco l’85enne Dylan fa sé stesso, senza mai rivolgere parola al pubblico: suona il piano in piedi vestito di nero, con un cappuccio sulla testa – come ormai consuetudine da tempo.

Dylan con il copricapo nero con il quale da tempo ha deciso di esibirsi 

Il pubblico si scalda comunque, partono applausi sentiti, benché l’acustica non sia tra le migliori e tale resterà per tutta la durata del concerto. Ma non importa: la stragrande maggioranza del pubblico ammira l’artista che da anni ignora la giostra dei karaoke per fare quello che vuole, e lo accompagna con il battito delle mani. Cantare no, i brani sono quelli meno popolari, e i più riconoscibili hanno arrangiamenti completamente rivistati: da tempo Dylan cambia la scaletta ogni sera, sembra divertirsi se i fan non riescono a cantare con lui. Mai un concerto uguale all’altro e, forse, solo questo vale il prezzo del biglietto. Il suo rigore antisocial (niente computer, telefoni sigillati) e il suo stile volutamente abrasivo producono un effetto non così brusco rispetto al passato perché il suono è meno ruvido di quello ascoltato negli ultimi anni. Le canzoni, eseguite da una band decisamente all’altezza, vivono di un tessuto blues che non trascende nella cupezza: lui canta con una voce meno graffiata, le parole spesso sfuggono, ma quello è Dylan nella parte di Dylan. Che le strofe le mastica e le risputa come pezzi di vomito (come lui stesso descrisse le liriche di Like a rolling stone) ma senza la rabbia di allora.

La gente in platea segue il flusso senza malumori: solo chi aspetta i brani della grande epopea non sa nascondere un po’ di fastidio. È Dylan, prendere o lasciare. I fedelissimi si sorprendono nell’ascoltare, in una versione riconoscibile, Tangled up in blue, un classico riproposto con liriche rivedute tratto da un album come Blood on the tracks (1974), che in fondo è la rappresentazione di un’inquietudine non sedabile, di un bisogno di cambiamento che sfiora la nevrosi. Dylan registrò quell’album a New York e dopo qualche giorno ne cambiò metà in poche ore a Minneapolis con musicisti folk radunati all’ultimo momento. “Era troppo biografico e troppo cupo” disse, mettendo in scena l’ennesimo cambio di palcoscenico. Recupera It ain’t me, babe da quell’armadio delle meraviglie che è Another side of Bob Dylan, 1964, che nel suo significato più immediato (“non sono io quello che cerchi, baby”) somiglia all’ennesimo monito verso la gente che accorre ancora a sentirlo cercando spiegazioni. Ma con lui il tempo corre sempre al contrario, niente è come appare. “Da giovani si pensa che il tempo proceda in avanti. A ottant’anni sai che non è così: il tempo resta fermo. Siamo noi a muoverci”, ha scritto recentemente sul New York Times. Così il senso di rimettere in pista pezzi come No dark yet, Under the red sky o Every grain of sand può variare a seconda del momento.

(afp)

In questa ora e 40 di concerto compaiono un’armonica con cui Dylan concede composti assolo, fantasmi di vecchi amori e cronache di un artista di 85 anni, ancora oggi il più influente e misterioso in circolazione. E se non si capisce bene che morale trarre da tutto questo andirivieni di storie, maschere, enigmi, sentimenti e bluff, basta ricordarsi che ogni ipotesi è plausibile. Dylan è una sfinge che appassiona e ossessiona mentre fa girare i pianeti delle sue canzoni come in un planetario senza coordinate. E sì, vale ancora la pena di andarlo a sentire perché rappresenta forse l’ultima incarnazione di ciò che un artista dovrebbe essere: uno che fa quello che vuole, che snobba la cerimonia del Nobel perché ha dei concerti da fare. E perché, come mormorava sottovoce il ragazzino della casa accanto in Ballad of Frankie Lee and Judas Priest, “nulla è stato rivelato”. Alla fine solo applausi, quel blues elegante conquista ancora.

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