Rkomi: “La musica è stata un risarcimento, oggi è una sfida. Il disagio dei giovani va ascoltato”
di Patrizio RuviglioniROMA – Non è ancora tempo di nostalgia, ma di riconoscere i meriti, questo sì. Per esempio, il grande successo del rap di oggi si deve alla «generazione 2016», che dieci anni fa ha cambiato le regole del gioco, sfruttando per prima lo streaming, battezzando l’urban e la trap e innescando la rivoluzione di Sanremo e dei primi posti in classifica. «La chiave? Il fatto che eravamo giovanissimi, come i nostri ascoltatori, e amavamo le melodie. Se l’hip hop è il nuovo pop è anche grazie a noi». Parola di Rkomi, ovvero Mirko Manuele Martorana, classe 1994, milanese, punta di diamante e animale raro di quella scena. Due volte al Festival (nel 2022 e nel 2025) e giudice di X Factor nel 2022, in questi giorni è nella sua città con una residenza al Fabrique (prossimi concerti l’11, il 13 e il 24 novembre), dove presenta le nuove canzoni dell’Ep A Milano (con cui, dopo varie divagazioni, è tornato al rap) e quelle del primo Dasein Sollen, di cui festeggia il decennale.
ROMA – Non è ancora tempo di nostalgia, ma di riconoscere i meriti, questo sì. Per esempio, il grande successo del rap di oggi si deve alla «generazione 2016», che dieci anni fa ha cambiato le regole del gioco, sfruttando per prima lo streaming, battezzando l’urban e la trap e innescando la rivoluzione di Sanremo e dei primi posti in classifica. «La chiave? Il fatto che eravamo giovanissimi, come i nostri ascoltatori, e amavamo le melodie. Se l’hip hop è il nuovo pop è anche grazie a noi». Parola di Rkomi, ovvero Mirko Manuele Martorana, classe 1994, milanese, punta di diamante e animale raro di quella scena. Due volte al Festival (nel 2022 e nel 2025) e giudice di X Factor nel 2022, in questi giorni è nella sua città con una residenza al Fabrique (prossimi concerti l’11, il 13 e il 24 novembre), dove presenta le nuove canzoni dell’Ep A Milano (con cui, dopo varie divagazioni, è tornato al rap) e quelle del primo Dasein Sollen, di cui festeggia il decennale.
È cominciato il giro d’onore. «Restano dei pregiudizi sul genere», dice, «ma sono inevitabili: viene associato ai giovani, è pur sempre l’ultimo arrivato. Quando ce ne sarà un altro, la “croce” passerà al nuovo».
Lui e i compagni di viaggio — da Sfera Ebbasta a Ghali, fino a Tedua — sono comunque cresciuti: riempiono gli stadi e vanno in prima serata. Un risultato ancora più significativo se si considera che provengono dalle case popolari. Rkomi ne parla spesso: è di Calvairate, periferia est di Milano, dove è cresciuto senza padre, con una madre «forte, che è stata un riferimento». A 17 anni ha lasciato la scuola; poi sono arrivati il lavoro come cameriere e aiuto cuoco e, infine, il successo. «Punto a finire gli studi e a iscrivermi a Filosofia», confessa. «Sono cresciuto in strada, tra gente di tutti i tipi e anche con modelli sbagliati. Riascoltando le prime canzoni, riprese in questi giorni, mi rendo conto di aver urlato tanto, non sempre sapendo perché: sentivo di avere il mondo contro. Quando si cresce ai margini è così; a volte ero io stesso a ghettizzarmi». Oggi? «Il quartiere è lo stesso: c’è chi ha cambiato casa e chi è in galera. Hanno rifatto la facciata dei palazzi, ma i problemi di chi ci vive sono rimasti gli stessi: non c’è un piano di recupero». Molti di quei ragazzi erano in piazza nelle scorse settimane. «Condanno le violenze, ma invito ad ascoltare un disagio diffuso e generazionale. Non c’è solo quello dei quartieri popolari, ma anche quello di chi, magari, ha potuto studiare grazie ai sacrifici dei genitori e oggi si ritrova comunque a fare la fame».
Dice di essersi emancipato acculturandosi e dedicandosi alla filosofia del Muay Thai, la boxe thailandese. Troppo sensibile per essere un rapper duro e puro, troppo di strada per essere una popstar, ancora giovane per ambire al ruolo di cantautore: nell’ambiguità ha trovato il suo posto nel mondo. E nella musica, prima «un risarcimento per un’adolescenza difficile», oggi «una sfida». Come quella che lo ha portato a non voler bissare Taxi Driver, crocevia di generi e manifesto di un momento, oltre che album più venduto del 2021. «Non sono mai stato prigioniero di quei numeri: se non dovessero tornare, non è un problema», racconta. Nel 2025 ha rinunciato a tre date nei palasport, preferendo presentare il successivo Decrescendo (2025) con un lungo tour nei teatri. «Mi sono defilato dalle hit. Al Festival, lo scorso anno, ero arrivato penultimo, ma sapevo che la canzone, Il ritmo delle cose, era di difficile comprensione. Se torno già a febbraio? Vediamo, non lo escludo. Oggi si guardano solo numeri e classifiche, di qualsiasi attività si tratti. Ritroviamo il gusto di fare le cose per bene, non per arrivare primi». Dieci anni dopo, c’è tempo per un’altra, piccola rivoluzione.