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Un’ombra sulla verità, su MYmovies un film che mette in scena i conflitti della società francese

Un’ombra sulla verità, su MYmovies un film che mette in scena i conflitti della società francese

Come nel suo film più famoso, Le donne del 6° piano, Philippe Le Guay usa un edificio parigino come innesco e rappresentazione dei conflitti che attraversano la società francese.

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“C’è ancora dell’antisemitismo in Francia”, dice François Cluzet, che incontriamo a Firenze, ospite del festival France Odéon. “Lo abbiamo visto riaffiorare proprio in questi giorni, i giorni della guerra che divampa, feroce, in Medio oriente. Abbiamo visto le stelle di David pitturate sulle porte dei palazzi di Parigi, proprio come in una scena del film”.

Nel film Un’ombra sulla verità, che MYmovies propone in streaming, Cluzet – l’irresistibile tetraplegico affamato di vita in “Quasi amici” – interpreta un personaggio mostruoso. Non spoileriamo niente di questo ritratto di uomo difficile, inquietante, sinistro: ma diciamo che l’ombra che si stende sulla verità è quella del negazionismo.

Negare che i milioni di ebrei uccisi nei campi di sterminio, nelle camere a gas, siano esistiti davvero. Negare l’Olocausto, come fosse una menzogna inventata dagli ebrei. L’ombra che si stende, che cala – come l’ombra del diavolo sulla città del “Faust” di Murnau – è quella dell’antisemitismo.

Come vive, personalmente, questa onda di antisemitismo che sta attraversando mezza Europa?

“Mi sembra molto grave. Io non sono ebreo, ma mi sento loro fratello, così come mi sento fratello dei musulmani. Abbiamo dimenticato che viviamo tutti nello stesso tempo e nello stesso spazio: siamo vivi, insieme, in questo preciso momento della Storia. Ebrei, musulmani. Animali, piante, esseri umani: viviamo tutti lo stesso spicchio di tempo, e dovremmo cercare di farlo nel miglior modo possibile”.

Il film L’ombra sulla verità parte da una storia vera…

“Sì: è accaduta ad alcuni amici del regista. Ho conosciuto le persone alle quali è successo. Immagini una famiglia normale, la sua o la mia: magari vogliono rifare la cucina. Vendono la cantina, e con quei soldi rifanno la cucina. Tutto normale, no? Solo che si accorgono che la persona a cui hanno venduto la cantina vive in quella cantina, fa i suoi bisogni nei corridoi della cantina, tratta in modo ignobile le persone che fanno le pulizie nell’edificio. E si comporta in modo apertamente complottista, razzista e antisemita. È un mostro”.

Lei è riuscito a dare molta umanità a questo mostro. A renderlo più vulnerabile, e forse per questo ancora più ambiguo, e mostruoso.

“Questo è il mio compito, in quanto attore! Se non avessi dato umanità al personaggio, in capo a dieci minuti avrebbe abbandonato il film! Io, come interprete, sono obbligato a difendere il mio personaggio”.

Per questo si è inventato, per lui, una voce morbida, a basso volume, timida?

“Esattamente. Ho scelto una voce calma, dolce, che parla piano piano, e dice ‘Perché la gente ce l’ha con me? Non capisco…’. È un personaggio ‘dolce’, persino pieno di premure verso la figlia dei suoi ‘padroni di casa’. Se interpreti un mostro, puoi instillare dentro il personaggio un po’ di umanità. Puoi disegnare un razzista, complottista, antisemita, che allo stesso tempo ha una voce dolce ed è genuinamente gentile con quella ragazzina. È l’ambiguità del male”.

Ha un metodo, per interpretare un personaggio?

“Sono un istintivo che non si fida di se stesso. Prima del ciak, leggo e rileggo il copione, lavoro molto prima di andare sul set, imparo i dialoghi molto bene, per poter andare sul set più tranquillo, e non avere che da assaporare il piacere di essere lì. Ci sono attori che soffrono quando sono in scena: ma cambiate mestiere! Il cinema deve essere un piacere. Per noi e per il pubblico”.

Essere attore che cosa significa, per lei?

“Riprendo quello che diceva Ingmar Bergman: non dimentichiamo che si fa questo lavoro per intrattenere, per divertire il pubblico. ‘La vita è bella’ di Roberto Benigni, per esempio: è il soggetto più duro, più doloroso che ci sia. Eppure è un film che riesce anche a farti ridere”.

Quando ha cominciato a recitare?

“A casa. A casa eravamo tutti dei mitomani. Mio padre, per esempio: non voleva far sapere che era un edicolante, e faceva finta di essere medico; poi fingeva che mia madre non se ne fosse andata via, abbandonando lui, me e mio fratello. Io, quando lavoravo all’edicola di mio padre, per ogni cliente interpretavo un personaggio diverso: ne arrivava uno e fingevo di essere ubriaco, ne arrivava un altro e zoppicavo… Insomma, ero già un attore, anche se non lo sapevo!”.

Qual è lo scopo della vita, secondo lei?

“È capire chi siamo. La vita è molto, molto corta: e bisogna assolutamente diventare quello che siamo. Morire leggeri è morire avendo scoperto chi siamo: se dobbiamo nasconderlo, è orribile. Non dobbiamo vergognarci delle nostre attitudini sessuali, o della nostra religione. Per questo sono orribili tutte le forme di discriminazione, come l’omofobia o l’antisemitismo”.

Il suo film più recente è “Un métier sérieux”, nel quale interpreta un professore disilluso…

“Sì: è un uomo arrivato al punto in cui gli allievi si annoiano, e lui stesso si annoia. È un momento terribile, nella vita di tutti noi. Se mi succedesse lo stesso, per il mestiere che faccio, se mi annoiassi di recitare, sarebbe tragico”.

Le è mai accaduto?

“Per fortuna, mai. Dovrei cambiare mestiere, a quel punto”.

Il film rappresenta molto bene, con il suo personaggio, la fine delle illusioni.

“Il personaggio che interpreto si rende conto di avere iniziato per passione, e che trent’anni dopo non comprende più le giovani generazioni. Non ha saputo adattarsi al mondo che cambia, ed è rimasto intrappolato nel passato”.

Sente mai il distacco dalle giovani generazioni?

“Come no! Questa sensazione ce l’abbiamo già con i nostri figli. Io sono stato salvato dalla lettura, dalla letteratura. Ho letto tanto, e questo mi ha aperto la mente anche sulla pittura, sulla scultura… Il mio primo figlio è appassionato dalla letteratura, ed è diventato un bravo scrittore: ma il secondo non prende in mano un libro neanche sotto tortura!”.

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