Quanto è invecchiato Elia Suleiman? Ora sul naso porta gli occhiali, barba e capelli sono canuti, un cappello di paglia lo ripara dal sole. Eppure lo sguardo è sempre lo stesso – curioso, riflessivo, indagatore, pacato. Una concentrazione e una presenza a metà dello spettro emozionale occupato da una parte dalla stoneface di Buster Keaton e dall’altra dalla flânerie di Jacques Tati. Già, Keaton e Tati. Non si può visitare la parca filmografia di Suleiman – tre lunghi, un documentario breve e diversi cortometraggi in trentatré anni di carriera – senza imbattersi nei fantasmi di luce di Sherlock Jr. e Monsieur Hulot, che l’autore palestinese evoca e deforma sotto il sole del Medio Oriente.
E proprio nella Francia di Tati e negli Usa di Keaton Elia Suleiman decide di vagabondare nel suo ultimo film – e sono quattro –, Il paradiso probabilmente, dal 23 novembre disponibile su MYmoviesONE. Uscito nel 2019, premiato a Cannes con una menzione speciale della giuria e il FIPRESCI, si tratta del lavoro più “diasporico” di Suleiman, quello dove fissare in un momento preciso nel tempo e nello spazio tutte le riflessioni accumulate nel corso di tre decenni. Perché? Perché Elia Suleiman, sceneggiatore e regista, come anche Elia S., il personaggio-maschera che si è portato dietro per tutti i suoi film, sono giunti insieme alla stessa conclusione: la Palestina è ovunque.
Cronaca di una sparizione, Intervento divino e Il tempo che ci rimane erano degli album privati e collettivi insieme del conflitto arabo-israeliano, assemblati con i vuoti surreali che la questione palestinese provoca nella vita degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania. Elia S. andava avanti e indietro nel tempo, dalla Nakba del ’48 all’assassinio di Rabin, e su e giù per la Palestina, da Nazareth a Ramallah a Gerusalemme. Ma ora Elia S. ha bisogno di altro, deve vedere altro, e per farlo torna nelle sue altre patrie, Parigi e New York – Sulemain ha trascorso quattordici anni in una e quattordici anni nell’altra. E quello che trova in questo Il paradiso probabilmente non sta nel titolo, e forse non sta in nessun altro luogo.
Il regista Elisa Suleiman.
In Palestina il vicino ti entra dentro il giardino di casa per farti il favore di annaffiare le piante e dopo si prende i frutti della tua terra, a Parigi ci si ruba le sedie a vicenda per stare seduti davanti ad una fontana e leggere in pace; in Palestina due fratelli accusano l’oste che li ha serviti di aver fatto bere dell’alcol alla propria sorella perché il coniglio era cucinato nel vino, a New York Gael García Bernal non vuole girare un film sulla conquista del Messico perché Cortés parlerà in inglese; in Palestina una processione greco-ortodossa non riesce ad entrare in chiesa perché dentro si sono barricati due ubriaconi, a Parigi e New York le strade sono attraversate da carri armati e ad ogni angolo gira gente armata con fucili d’assalto.
Elia S. viaggia ed è come stesse sempre a casa. Osserva e quello che vede è spaventosamente familiare. Forse non ha senso il malessere fisico e mentale della diaspora, la disarticolazione come la melanconia, la presenza come l’assenza, se poi è tutto immerso nello stesso paradigma, nello stesso consumo capitalistico, nello stesso conflitto. E Il paradiso probabilmente ce lo dice in modo chiaro, preciso, diretto – anzi, universale. Perché le figure retoriche che Suleiman utilizza sono già tutte lì, metafore e allegorie che non rimandano a significati altri o nascosti ma invece svelano il vero ordine del mondo.
Così il film si espande per ripetizioni, variazioni, ridondanze, giustapponendo il caos palestinese con la sicurezza parigina e la violenza newyorchese, l’oppressione in Medio Oriente con il privilegio europeo e americano, l’esodo dei Sud del mondo con i confini del Nord globale. Il paradiso probabilmente ci dice tutto quello che c’è da dire sull’Occidente e i suoi malesseri, e lo fa nella forma più pura e limpida possibile, giocando, arrabbiandosi, esplorando, sottolineando, per poi tornare a casa, quella che non hai mai avuto e mai avrai nel corso della tua intera vita, entrare in un bar e assistere ad uno dei finali più belli degli ultimi anni. Probabilmente.