Perfetto per chi vuole iniziare il nuovo anno con una prospettiva diversa e con un viaggio ideale verso un mondo lontano, L’ultima luna di settembre trasporta lo spettatore nel vasto paesaggio incontaminato della Mongolia, in un luogo magico che farà da sfondo all’educazione emotiva di un uomo in crisi, e in una storia che parla dei padri che ci scegliamo e di legami parentali tutti da forgiare.
È in arrivo il 4 gennaio su MYmovies ONE, disponibile in streaming per gli abbonati alla piattaforma dopo un variegato percorso festivaliero che lo ha visto prescelto a rappresentare la Mongolia agli Oscar e vincere diversi premi del pubblico, da Vancouver fino a Milano, dove ha incantato le platee del Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina.
E non potrebbe essere altrimenti, visto che l’esordio alla regia di Amarsaikhan Baljinnyam (il quale finora aveva fatto solo l’attore e anche qui si riserva il ruolo di protagonista) è un racconto visceralmente sentimentale, favolistico ma con una chiave malinconica, poiché sa bene che anche le favole prima o poi devono concludersi. L’orizzonte temporale è chiaro fin dal titolo, che indica la fine del periodo del raccolto del grano: quella è la finestra che ha a disposizione Tulgaa, chef di città nella capitale Ulaanbaatar che deve fare ritorno nel contesto rurale in cui è cresciuto perché il padre adottivo è in fin di vita. Nel far visita all’anziano contadino prende in mano la falce e torna nei campi, dove incontrerà il combattivo ragazzino Tuntuulei che subito lo prende in giro per come maneggia l’attrezzo. Presto i due scopriranno di avere qualcosa in comune, dato che Tuntuulei non ha mai incontrato il suo padre biologico.
Lo si direbbe un film tutto al maschile, anche se è privo dei codici della mascolinità più triti e convenzionali: a un certo punto Tulgaa prova a rispolverare il vecchio adagio per cui un uomo non dovrebbe piangere, ma si vede che è lui il primo a non crederci. Al contrario, il maschile di
L’ultima luna di settembre è un ampio spettro generazionale in cui le madri latitano sulla pianura, e la paternità esperienziale prende il posto di quella di sangue. Le emozioni scorrono copiose tra gli scorci mozzafiato dei luoghi delle riprese, e se il nonno di Tuntuulei ci avverte enigmatico che “le persone usano le parole come gli animali usano gli zoccoli”, il regista fa della comunicazione un filo rosso che attraversa tutto il film.
Non a caso la prima scena strappa un sorriso mostrando quanto sia difficile usare il telefono quando si è sperduti nella natura: per trovare campo serve il precario equilibrio di un cavallo, un uomo e un bastone l’uno sopra gli altri. Più avanti si cercherà di costruire una torre per rendere quel ponte comunicativo più saldo, ma le fondamenta sono quelle che si costruiscono con i gesti, e che vedranno Tulgaa e Tuntuulei creare un legame unico attraverso sequenze picaresche (rotolarsi giù dalle colline, pescare nel lago, osservare gli animali) impossibili da non apprezzare nella loro semplicità e innocenza.
Gustato con questi valori ben in mente, L’ultima luna di settembre soddisferà tanto gli spettatori in cerca di una storia drammatica e inconsueta, quanto coloro che hanno voglia di un viaggio esotico che invita a riconsiderare le distanze, gli spazi, il rapporto con la terra; in questa fotografia mozzafiato c’è una bellezza che va oltre la cartolina, e nelle sagome al tramonto di un omone vicino al piccolo, bravissimo Tenuun-Erdene Garamkhand c’è un sentimento che coglie di sorpresa.