Vivere e morire (di droga) a Hollywood
Cory Monteith (Calgary, 11 maggio 1982 - Vancouver, 13 luglio 2013). L'attore canadese, tra i protagonisti della serie cult Glee nonché compagno della sua protagonista Lea Michele, è una delle ultime star bruciate dal successo, dalla fama, dalla gloria, da ritmi di lavoro e di vita spesso insostenibili. E dire che aveva cercato di disintossicarsi: in aprile, pochi mesi prima di morire, era entrato in rehab. Ma forse ne era uscito troppo in fretta, dopo qualche settimana. E il sostegno della fidanzata, la decisione di sposarsi nel 2014, non sono bastati a salvarlo: Cory è morto di overdose da solo, come accaduto a tante celebrità prima di lui, in una stanza d'albergo (l'hotel Fairmont Pacific Rim di Vancouver). Stroncato da un cocktail di eroina e alcol. La sua morte ha provocato grande dolore tra i colleghi della serie tv, che hanno organizzato iniziative di ogni tipo per tenere alto il suo ricordo. Ma in questi casi non può non sorgere la domanda: chi vive accanto a un tossicodipendente e in qualche modo accetta le sue debolezze, senza costringerlo a fermarsi e a scendere dal carrozzone hollywoodiano, diventa - anche involontariamente - complice?
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Cory Monteith
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Heath Ledger (Perth, 4 aprile 1979 - New York, 22 gennaio 2008). Quella del divo australiano è una delle morti hollywoodiane in qualche modo "annunciate": chiunque nell'ambiente, giornalisti cinematografici compresi, era a conoscenza della sua propensione alle dipendenze. Anche quando tra 2004 e 2005 girò qui in Italia Casanova, molti abitanti della città lo hanno visto all'aba, seduto e terra in qualche angolo di strada, l'espressione persa di chi ha consumato droghe pesanti. E anche in questo caso l'amore della collega Michelle Williams (finito con la separazione) e la nascita della loro figlia non sono bastati: Heath si è spento a causa di un'overdose di farmaci e droghe, il suo corpo nudo è stato ritrovato da una domestica nell'appartemento newyorkese in cui viveva. E la sua morte ha colpito moltissimo anche perché l'attore aveva appena finito di recitare il ruolo inquetantissimo del Joker nel Cavaliere oscuro di Christopher Nolan: un personaggio difficile da reggere per qualsiasi interprete, e che era arrivato, secondo alcuni testimoni, a ossessionarlo. Rendendo ancora più instabile il suo fragile equilibrio. Una sorta di maledizione
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Heath Ledger
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Heath Ledger
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Whitney Houston (Newark, 9 agosto 1963 - Beverly Hills, 11 febbraio 2012). Diventata celebre come grande talento musicale, grazie alla sua bravura e anche all'indiscutibile fascino, la Houston è stata poi risucchiata dal sistema hollywoodiano, che l'ha fatta diventare superdiva del cinema come protagonista di La guardia del corpo, accanto a Kevin Costner. Ma poco dopo, forse anche a causa di questa sovraesposizione in tutti i campi dello showbiz, cominciò una discesa all'inferno in cui non si risparmiò nulla: l'alcol, le droghe, le botte del marito Bobby Brown. Un declino fisico e mentale senza sosta. E poi la fine, proprio quando la sua carriera era ripartita: un attacco cardiaco dovuto ai continui abusi di sostanze di ogni tipo la stronca all'hotel Beverly Hilton di Los Angeles. La sera successiva avrebbe dovuto esibirsi in una patinatissima serata a margine dei Grammy Awards: i demoni del passato l'hanno risucchiata un attimo prima
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River Phoenix (Metolius, 23 agosto 1970 - West Hollywood, 31 ottobre 1993). C'è qualcosa di simbolicamente forte, oltre che ovviamente triste, nella morte di questo giovanissimo talento cinematografico, stroncato dalla droga a soli 23 anni, e con una carriera da star entusiasmante (aveva perfino già vinto un Oscar, per il suo ruolo in Vivere in fuga). Colpiscono, in maniera particolare, il luogo e la modalità. La sua si spegne nel cuore della vita notturna hollywoodiana, sul Sunset Boulevard, nel locale alla moda Viper Room di proprietà, tra gli altri, di Johnny Depp. E quella notte anche lui è presente, insieme a Flea dei Red hot chili peppers, al fratello di River, Joaquim, a sua sorella Rain, alla fidanzata e collega Samantha Mathis. Una serata in cui il gruppetto consuma marijuana, cocaina, alcol. Fino a quando lui, River, si sente male, viene accompagnato fuori e finisce a terra in preda alle convulsioni. Il suo cuore smette di battere durante il ricovero in ospedale. Una tragedia che cambierà per sempre le vite di tutti quelli che erano con lui, e che non hanno saputo aiutarlo
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John Belushi (Chicago, 24 gennaio 1949 - Hollywood, 5 marzo 1982). E' in una maledetta notte nel cuore di Sunset Boulevard, in una suite dell'hotel Chateau Marmont - simbolo di vizi e stravizi delle star - che il grandissimo talento comico e musicale del protagonista di Blues Brothers si spegne, consumato da un coktail letale di droghe pesanti. Un talento unico, il suo. Un'esistenza bruciata da stupefacenti di ogni tipo, con una voracità e velocità nell'autodistruzione che stupì perfino i suoi amici e compagni di bagordi. E in quelle ore, in quello stesso albergo, erano con lui - secondo molte ricostruzioni impegnati ad assumere dosi notevoli di cocaina - altre due supercelebrità: Robin Williams, all'epoca tossicodipendente, e Robert De Niro, più freddo e più bravo a non bruciarsi troppo. Varie inchieste giornalistiche sulla morte di Belushi, tra qui quella sfociata nel bellissimo libro Chi tocca muore di Bob Woodward (uno dei due protagonisti del Watergate), adombrano una colpevole indifferenza dei due colleghi verso l'amico John: uno dei tanti misteri hollywoodiani irrisolti
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John Belushi
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Marilyn Monroe (Los Angeles, primo giugno 1926 - Brentwood, 5 agosto 1962). Il mistero dei misteri hollywoodiani, un giallo che straripa nella Storia con la "S" maiuscola - visti i sospetti su John e Bobby Kennedy. Ma anche l'esempio più classico di maledizione da star: la diva più bella, più sensuale, più affascinante, più femminile di sempre che si spegne a soli 36 anni, vittima di un cocktail letale di psicofarmaci. Come chiunque sa, la sua morte ha tantissime zone d'ombra, che hanno alimentato dietrologie di ogni genere. Ancora oggi non si sa con certezza se fu omicidio, suicidio, errore nel dosaggio. Una cosa, comunque, è certa: Marilyn da anni abusava di alcol e di pillole, in un crescendo alimentato, negli ultimi anni, dal matrimonio mal riuscito con Arthur Miller e dalla passione, ricambiata fino a un certo punto, per i fratelli Kennedy. I suoi ritardi sul set, la sua difficoltà a memorizzare le battute anche brevissime, erano note nell'ambiente. E anche quando cantò in pubblico a Jfk il famoso Happy birthday Mr. President, era così ubriaca da non riuscire quasi a stare in piedi. Una stella brillantissima e triste, destinata a non invecchiare mai
Marilyn Monroe
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Marilyn Monroe
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Judy Garland (Grand Rapids, 10 giugno 1922 - Londra, 22 giugno 1969). Grandissima star della Hollywood degli anni d'oro, moglie (poi separata) del regista Vincent Minnelli e madre di Liza Minnelli, l'attrice ha vissuto - al di là dei riflettori e della fama - una vita travagliata, funestata da una dipendenza dall'alcol e dagli psicofarmaci che ne ha bruciato troppo presto il talento ineguagliabile. Colpa probabilmente della fama raggiunta giovanissima, della ribalta continua, dei troppi matrimoni e troppi divorzi. Fino a quando l'ultimo dei suoi mariti - il quinto, Mickey Deans - la trovò senza vita nella stanza da bagno, stroncata dagli eccessi di barbiturici. E vederla adesso che canta l'intramontabile Over the rainbow nei panni di Dorothy del Mago di Oz nel pieno della sua giovanile bravura non può non stringere il cuore
Judy Garland
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