Nei suoi autoritratti si riconosce a stento, si raffigura quasi sempre di spalle "e non so ancora bene perché, bisognerebbe chiederlo al mio psicologo: forse perché non mi piace farmi inquadrare, perché sono abituato a scappare, cambiare città, fuggire dalle mie idee e figurati da quelle degli altri". Matita, pennellata e orecchie a sventola, però, sono quelle inconfondibili di Gianni Pacinotti in arte Gipi, 52 anni, oggi forse il più grande illustratore e fumettista italiano, maestro dell'acquerello e antidivo di successo che mai come in questo periodo si è visto "rallentare" la continua fuga artistica, fisica ed esistenziale. "C'è riuscito il matrimonio con mia moglie Chiara, che non mi fa pensare ad altro da quando l'ho conosciuta, nove mesi fa" - racconta, quasi sorpreso - e di sicuro l'ha aiutato dover lavorare alla sua prima mostra antologica, Gipi, che può essere visitata al Museo Luzzati del Porto Antico, a Genova e che si protrarrà fino al 27 settembre.
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In questi mesi al lavoro su un nuovo romanzo a fumetti, La terra dei figli ("sono a pagina 50, penso andrò lungo, fino a oltre 300"), primo fumettista ad arrivare in finale al Premio Strega (con unastoria, nell'edizione 2014) e da qualche anno anche regista cinematografico (l'esordio con L'ultimo terrestre, nel 2011), la prima, vera personale di Gipi ripercorre 25 anni di carriera in oltre 150 opere originali: copertine di libri, acquerelli inediti, schizzi e tante delle tavole delle graphic novel che lo hanno reso celebre come narratore per immagini, silenzi, macchie di colore e "pensieri lunghi".
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Lavori che vanno dai primi disegni di inizio anni Novanta a tanti acquerelli recenti ("per la maggior parte tavole inedite di storie interrotte a metà, ora tornate a vivere"), la mostra di Genova "è stata un'occasione per ripassare anche le tappe meno conosciute del mio percorso d'artista" - spiega il disegnatore pisano, trapiantato a Roma dopo anni di lavoro a Parigi - e forse scoprire tanto del nuovo Gipi, "che non spreca più il tempo su Facebook", ama "disegnare la luce di Roma", ha imparato a fare i conti con il successo e continua ad arrabbiarsi con i grillini.
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Il Gipi riservato che si sposa e parla del suo matrimonio un po' fa effetto: lo sai, vero?
"Lo so, ho più di 50 anni e sono diventato stucchevole. Non pensavo sarebbe mai successo e invece è successo".
Anche l'idea di Gipi in mostra fa un po' effetto, per la verità. Cosa ti ha detto il tuo collega Zerocalcare, un altro che al successo proprio non si riesce ad abituare?
"Con Zerocalcare ci siamo conosciuti perché tutti continuavano a confrontare i nostri lavori. All'inizio ero invidioso di tutte le copie che vendeva, rosicavo tantissimo: prima di conoscerlo speravo quasi mi stesse sui coglioni. E invece siamo diventati amici, e mi fa ridere soffra così tanto il successo. Ma se fatica così vuol dire che è un bravo ragazzo".
I tuoi tanti seguaci, nel dubbio, della mostra sono molto contenti. Che tipo di lettori pensi di avere? Amano le tue storie o i tuoi disegni?
"Non lo so, spero mi si segua per il mio lavoro, in generale. È difficile farsi un'idea di chi ti segue e compra i tuoi libri. Facebook illude di poterlo fare, ma è tutta aria, non modifica di un millesimo la realtà. Non apro il mio profilo da nove mesi anche per questo: in questi anni sono stato troppo presente sui social, ho litigato con tutti, perso troppo tempo. A pensarci era un segnale di disagio: stare troppo attaccato al pc vuol dire che si è infelici, che non si ha niente di meglio da fare. I social sono il nulla".
Però ogni tanto su Twitter ci capiti. L'altro giorno hai risposto alla Santanchè sulla tragedia del volo Germanwings, dopo il suo epic fail sull'"autobus caduto".
"Ho dovuto rispondere con una battuta al suo tweet surreale. Mi sembrava incredibile avesse avuto il coraggio di accendere l'ennesima miccia razzista e populista su una tragedia del genere. Quel tweet è stato un manifesto del suo modo di vivere: aveva talmente tanta fretta di arrivare per prima ad accendere odio, da non accorgersi di aver sbagliato a scrivere. Ma l'errore è già passato, e la Santanchè continueremo a trovarcela in tv: questo perché i social danno l'illusione di poter partecipare, ma non influiscono minimamente sulle dinamiche del potere".
Non andarlo a dire ai grillini.
"Lascia stare. Non so perché con il Movimento Cinque Stelle me la sia presa così acida, forse perché una parte di me un poco di speranza in loro la riponeva, ma mi fanno venire la bava alla bocca. La loro energia avrebbe potuto cambiare il Paese, e invece sono diventati un ricettacolo di gente che va in parlamento a parlare di scie chimiche e medicina alternativa. E mi fa impazzire che non siano in grado di accettare la complessità della macchina politica, senza scadere nell'incompetenza e nel semplicismo".
Sei diventato Gipi raccontando le storie vere degli ultimi, dell'Italia grigia, disagiata e un po' surreale di provincia dove sei cresciuto. E ora, passati i 50 anni?
"Quelli sono lavori di gioventù per la gran parte autobiografici, che rispondevano all'esigenza di ricordare quel periodo della mia vita, tutte le cose che ho fatto e vissuto. Ora sono adulto, quasi anziano, e faccio altro".
Però il progetto a cui stai lavorando, Paesaggi, è dedicato alle periferie romane.
"Sono vedute di prati e palazzoni della Cecchignola e altre zone di Roma Sud, che ho voluto in mostra a Genova. Paesaggi quasi più mentali che fisici, che disegno perché in fondo sono anche io un pittore: mi faccio emozionare dalla luce che avvolge questi luoghi, li memorizzo dal vero, torno a casa e tento dei disperati tentativi di riprenderne la bellezza".
Ci anticipi qualcosa della prossima graphic novel?
"È una storia di solo fumetto, senza voce narrante. Si chiamerà La terra dei figli, racconta di un padre che cresce i suoi due ragazzi al tramonto della società occidentale: un'ambientazione fantastica per spiegare il rapporto profondo tra di loro, e ragionare sulla mia idea di figura paterna. Spesso vorrei poter riparlare con mio padre, capire cosa pensa di me, chiedergli se sono una buona persona".
È la prima volta che ti viene dedicata una mostra antologica. Quanto è stato bello, pensare, preparare, selezionare i tuoi lavori?
"Molto. L'idea è stata del Museo Luzzati e il lavoro grosso l'ha fatto Chiara, che oltre a essere mia moglie da due settimane cura le mostre per lavoro, ma la scelta delle opere è mia. Mi è piaciuto soprattutto ritrovare lavori del '92, cose che negli anni sono state comprate o archiviate e non vedevo da un sacco di tempo. Mi sono emozionato a vedere certe tavole: per me sono come figlioli".
E poi ci sono tante tracce di storie mozze, lasciate per strada, abbandonate a metà del lavoro. Come si perde, una storia?
"Spesso è la storia che va avanti da sola, che cresce per dialoghi e personaggi, mi fa svegliare felice ogni mattina e disegnare dal vivo, improvvisando. È molto emozionante, ma fa anche paura: come per tutte le cose belle hai paura di perderne il controllo, e rovinarle. Può succedere di partire a disegnare un libro sulle ali dell'entusiasmo, ma doverlo abbandonare perché di colpo ha perso energia ed equilibro, o un personaggio non funziona più".
Emoziona di più lavorare su una storia o su un'illustrazione? Come quelle per le copertine di dischi, libri e riviste?
"Senza dubbio una storia, è tutta un'altra cosa".
A proposito. Disegnare per Repubblica, Internazionale e in tv per le Le invasioni barbariche ti ha fatto guadagnare l'etichetta di radical chic.
"In Italia c'è sempre questo bisogno di fare e inquadrare tutto per squadre contrapposte e categorie, quanto mi fa arrabbiare. Mi hanno dato del radical chic solo perché nelle mie storie di fumetti cerco di trattare i lettori come persone pensanti, e in una pagina ogni 30 ci metto qualcosa di più complesso e impegnato. Chi mi conosce sa benissimo che sono l'opposto del radical chic, e va bene così. Però 'sti cazzi".
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In questi mesi al lavoro su un nuovo romanzo a fumetti, La terra dei figli ("sono a pagina 50, penso andrò lungo, fino a oltre 300"), primo fumettista ad arrivare in finale al Premio Strega (con unastoria, nell'edizione 2014) e da qualche anno anche regista cinematografico (l'esordio con L'ultimo terrestre, nel 2011), la prima, vera personale di Gipi ripercorre 25 anni di carriera in oltre 150 opere originali: copertine di libri, acquerelli inediti, schizzi e tante delle tavole delle graphic novel che lo hanno reso celebre come narratore per immagini, silenzi, macchie di colore e "pensieri lunghi".
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Lavori che vanno dai primi disegni di inizio anni Novanta a tanti acquerelli recenti ("per la maggior parte tavole inedite di storie interrotte a metà, ora tornate a vivere"), la mostra di Genova "è stata un'occasione per ripassare anche le tappe meno conosciute del mio percorso d'artista" - spiega il disegnatore pisano, trapiantato a Roma dopo anni di lavoro a Parigi - e forse scoprire tanto del nuovo Gipi, "che non spreca più il tempo su Facebook", ama "disegnare la luce di Roma", ha imparato a fare i conti con il successo e continua ad arrabbiarsi con i grillini.
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Il Gipi riservato che si sposa e parla del suo matrimonio un po' fa effetto: lo sai, vero?
"Lo so, ho più di 50 anni e sono diventato stucchevole. Non pensavo sarebbe mai successo e invece è successo".
Anche l'idea di Gipi in mostra fa un po' effetto, per la verità. Cosa ti ha detto il tuo collega Zerocalcare, un altro che al successo proprio non si riesce ad abituare?
"Con Zerocalcare ci siamo conosciuti perché tutti continuavano a confrontare i nostri lavori. All'inizio ero invidioso di tutte le copie che vendeva, rosicavo tantissimo: prima di conoscerlo speravo quasi mi stesse sui coglioni. E invece siamo diventati amici, e mi fa ridere soffra così tanto il successo. Ma se fatica così vuol dire che è un bravo ragazzo".
I tuoi tanti seguaci, nel dubbio, della mostra sono molto contenti. Che tipo di lettori pensi di avere? Amano le tue storie o i tuoi disegni?
"Non lo so, spero mi si segua per il mio lavoro, in generale. È difficile farsi un'idea di chi ti segue e compra i tuoi libri. Facebook illude di poterlo fare, ma è tutta aria, non modifica di un millesimo la realtà. Non apro il mio profilo da nove mesi anche per questo: in questi anni sono stato troppo presente sui social, ho litigato con tutti, perso troppo tempo. A pensarci era un segnale di disagio: stare troppo attaccato al pc vuol dire che si è infelici, che non si ha niente di meglio da fare. I social sono il nulla".
Però ogni tanto su Twitter ci capiti. L'altro giorno hai risposto alla Santanchè sulla tragedia del volo Germanwings, dopo il suo epic fail sull'"autobus caduto".
"Ho dovuto rispondere con una battuta al suo tweet surreale. Mi sembrava incredibile avesse avuto il coraggio di accendere l'ennesima miccia razzista e populista su una tragedia del genere. Quel tweet è stato un manifesto del suo modo di vivere: aveva talmente tanta fretta di arrivare per prima ad accendere odio, da non accorgersi di aver sbagliato a scrivere. Ma l'errore è già passato, e la Santanchè continueremo a trovarcela in tv: questo perché i social danno l'illusione di poter partecipare, ma non influiscono minimamente sulle dinamiche del potere".
Non andarlo a dire ai grillini.
"Lascia stare. Non so perché con il Movimento Cinque Stelle me la sia presa così acida, forse perché una parte di me un poco di speranza in loro la riponeva, ma mi fanno venire la bava alla bocca. La loro energia avrebbe potuto cambiare il Paese, e invece sono diventati un ricettacolo di gente che va in parlamento a parlare di scie chimiche e medicina alternativa. E mi fa impazzire che non siano in grado di accettare la complessità della macchina politica, senza scadere nell'incompetenza e nel semplicismo".
Sei diventato Gipi raccontando le storie vere degli ultimi, dell'Italia grigia, disagiata e un po' surreale di provincia dove sei cresciuto. E ora, passati i 50 anni?
"Quelli sono lavori di gioventù per la gran parte autobiografici, che rispondevano all'esigenza di ricordare quel periodo della mia vita, tutte le cose che ho fatto e vissuto. Ora sono adulto, quasi anziano, e faccio altro".
Però il progetto a cui stai lavorando, Paesaggi, è dedicato alle periferie romane.
"Sono vedute di prati e palazzoni della Cecchignola e altre zone di Roma Sud, che ho voluto in mostra a Genova. Paesaggi quasi più mentali che fisici, che disegno perché in fondo sono anche io un pittore: mi faccio emozionare dalla luce che avvolge questi luoghi, li memorizzo dal vero, torno a casa e tento dei disperati tentativi di riprenderne la bellezza".
Ci anticipi qualcosa della prossima graphic novel?
"È una storia di solo fumetto, senza voce narrante. Si chiamerà La terra dei figli, racconta di un padre che cresce i suoi due ragazzi al tramonto della società occidentale: un'ambientazione fantastica per spiegare il rapporto profondo tra di loro, e ragionare sulla mia idea di figura paterna. Spesso vorrei poter riparlare con mio padre, capire cosa pensa di me, chiedergli se sono una buona persona".
È la prima volta che ti viene dedicata una mostra antologica. Quanto è stato bello, pensare, preparare, selezionare i tuoi lavori?
"Molto. L'idea è stata del Museo Luzzati e il lavoro grosso l'ha fatto Chiara, che oltre a essere mia moglie da due settimane cura le mostre per lavoro, ma la scelta delle opere è mia. Mi è piaciuto soprattutto ritrovare lavori del '92, cose che negli anni sono state comprate o archiviate e non vedevo da un sacco di tempo. Mi sono emozionato a vedere certe tavole: per me sono come figlioli".
E poi ci sono tante tracce di storie mozze, lasciate per strada, abbandonate a metà del lavoro. Come si perde, una storia?
"Spesso è la storia che va avanti da sola, che cresce per dialoghi e personaggi, mi fa svegliare felice ogni mattina e disegnare dal vivo, improvvisando. È molto emozionante, ma fa anche paura: come per tutte le cose belle hai paura di perderne il controllo, e rovinarle. Può succedere di partire a disegnare un libro sulle ali dell'entusiasmo, ma doverlo abbandonare perché di colpo ha perso energia ed equilibro, o un personaggio non funziona più".
Emoziona di più lavorare su una storia o su un'illustrazione? Come quelle per le copertine di dischi, libri e riviste?
"Senza dubbio una storia, è tutta un'altra cosa".
A proposito. Disegnare per Repubblica, Internazionale e in tv per le Le invasioni barbariche ti ha fatto guadagnare l'etichetta di radical chic.
"In Italia c'è sempre questo bisogno di fare e inquadrare tutto per squadre contrapposte e categorie, quanto mi fa arrabbiare. Mi hanno dato del radical chic solo perché nelle mie storie di fumetti cerco di trattare i lettori come persone pensanti, e in una pagina ogni 30 ci metto qualcosa di più complesso e impegnato. Chi mi conosce sa benissimo che sono l'opposto del radical chic, e va bene così. Però 'sti cazzi".