Alan Moore, opere e visioni dell'uomo che ha cambiato il graphic novel
Fumettista, scrittore, compositore, cantautore, occultista britannico: così recita la pagina Wikipedia dedicata ad Alan Moore ma è chiaro che tutto questo non è sufficiente. Nato il 18 novembre 1953 in una famiglia umilissima (il padre faceva l'operaio in una fabbrica di birra e la madre era impiegata saltuaria in una stamperia) a Northampton, in Gran Bretagna, Alan Moore mostrerà fin da piccolo il suo lato più geniale. Cacciato da scuola per traffico di Lsd, presto si dedicherà alla sceneggiatura, alla musica e in parte anche al disegno. Dalla sua mente sono nate opere e graphic novel (ma lui preferisce chiamarli fumetti) fondamentali come 'V per Vendetta' e 'Watchmen', oltre a 'Swamp Thing', Batman: The Killing Joke', 'From Hell' e 'Lost Girls'. Il suo primo romanzo, del 1996, si intitola 'La voce del fuoco', l'ultimo, da poco pubblicato, è 'Jerusalem'
Moore, che con i suoi graphic novel V per Vendetta e Watchmen è stato l'artefice di una rivoluzione che ha portato l'attenzione di un pubblico adulto e colto sul fumetto, oggi rinnega anche quel mezzo: "Non amo il termine 'graphic novel', preferisco 'fumetti' o 'strisce'. Oggi i 'graphic novel' sono diventati l’equivalente di loft eleganti. È una definizione creata per nobilitare il fumetto e diffonderlo oltre la portata del suo pubblico originale, ma questa è una delle ragioni per cui persone come Kevin O'Neill e io stesso lo stiamo abbandonando. Non è mai stato giusto con i suoi stessi creatori proletari, da Jerry Siegel a Joe Shuster, da Jack Kirby a Steve Ditko, Bill Finger, Leo Baxendale, Ken Reid e tanti altri. Ci sembra un’industria in cui riescono a prosperare solo i borghesi, interessati più alla busta paga che all’originalità o qualità del lavoro. Per questo lo strumento espressivo che da sempre mi ha offerto la libertà maggiore è stato la prosa: si può costruire un intero universo solo con ventisei lettere e un pizzico di punteggiatura".
Sui social network le dichiarazioni di Moore a Repubblica hanno subito fatto scalpore e sono state retwittate e riprese da tutti i principali canali dedicati al fumetto entrando nella top ten dei trend di Twitter. Ecco alcuni commenti dall'account Twitter di Robinson:
"Oggi su Robinson c'è una bella intervista ad Alan Moore", scrive Fumettologica.it, il portale più importante dedicato al fumetto in Italia; "Fumetto e graphic novel, parla Alan Moore" @Fumodichina, la rivista storica italiana dedicata al fumetto; "Sottoscrivo dalla prima all'ultima parola tuttavia non riconoscere al graphic novel il merito di aver riaperto al grande pubblico il mondo dei fumetti equivale ad un atteggiamento snobistico" @FrankMcHelp; "Vince facile con quel 'Oggi i graphic novel sono diventati l'equivalente di loft eleganti' Alan Moore, gran bel numero l'ultimo di Robinson" @emichini; "Jerusalem di Alan Moore: un'esperienza" @studiopazzia; "Con gli anni Moore diventa sempre più pazzerello ma con i capolavori che ha scritto per me può dire quello che vuole" @ivotnip; "Segnalo bella intervista ad Alan Moore su @Robinson_Rep. Definitivo" @alfredoferrante. L'intervista è stata poi retwittata da un altro dei più grandi artisti internazionali, Alex Ross (@thealexrossart), autore dei celebrati graphic novel Marvels e Kingdom Come.
Lunedì Vittorio Giacopini ha aperto Pagina Tre, la rassegna delle pagine culturali dei principali quotidiani e riviste, con la lettura dell'intervista e, nel pomeriggio, anche Fahrenheit, lo spazio di confronto e discussione culturale di Rai Radio 3, si è aperto sulle dichiarazioni di Alan Moore nell'intervista a Repubblica invitando al dibattito alcuni esperti: Luca Raffaelli, giornalista, saggista e critico storico di fumetto, Filippo Scòzzari, disegnatore e protagonista della grande stagione di Frigidaire che ha raccontato, nel libro pubblicato qualche mese fa, Prima pagare, poi ricordare e, infine, Davide Toffolo, disegnatore e musicista con i suoi Tre Allegri Ragazzi Morti.
Raffaelli: "La definizione di Moore del fumetto è un po' snob: la rivoluzione che proprio personaggi come Scòzzari, Pazienza, Tamburini e Liberatore hanno iniziato sta producendo adesso dei risultati di vendita in Italia in libreria e questo direi che è un passo che non possiamo non considerare molto importante”.
Scòzzari: "Il fumetto era considerato stupidissimo fino all'apparizione di Frigidaire per cui ho molta voglia di sottoscrivere in pieno la battaglia di Alan Moore. Potrei anche dire che la vera rivoluzione della graphic novel sta nell'aver introdotto un elemento che prima nel fumetto non c'era: la noia mortale! Specialmente in quelle non condotte dai maestri del pensiero o della matita".
Toffolo: "Non sono del tutto d'accordo con Filippo: la graphic novel ha avuto il merito di far capire che il fumetto è un linguaggio che ha offerto nuove forme e possibilità di mettersi in gioco. Alan Moore però ha ragione quando dice che è una categoria di mercato, ma bisogna dire che è sempre stato così. Il graphic novel è una nuova forma globalizzata e alla gente piace: il mondo oggi è complesso quindi anche se siamo forse diventati un po' più fighetti le letture che vengono oggi proposte secondo me non hanno precedenti per qualità. Anche il termine 'borghese' che usa Alan Moore, secondo me non ha più la valenza che poteva avere venti o trenta anni fa".
Scòzzari: "Per me non c'è differenza tra il pubblico di allora e quello di oggi però bisogna dire che invece la qualità degli autori si è molto abbassata: c'è un “generone” per dirla alla romana, che infesta le case editrici. Noi non ci siamo mai interrogati su a chi stessimo parlando: facevamo le cose che ci urgevano dentro. C'era un'Italia forse un po' più combattiva rispetto a quella di adesso. Eravamo una tribù che si autoabilitava a esprimere in maniera immediata quello che avevamo dentro".
Abbiamo raggiunto per un commento anche Matteo Stefanelli, docente della Cattolica di Milano e direttore di Fumettologica che alla provocazione di Moore ha risposto: "Ha ragione su un punto: il fumetto pop nasce proletario, mentre il graphic novel rappresenta una specie di 'gentrificazione' dei comics. Lo dimostrano bene la moda delle biografie di personaggi storici (spesso pedagogia spicciola) o il fiume in piena dei diari grafici (più autoindulgenti che autocritici). Però mi sorprende che Moore non riconosca alcune tendenze. Da un lato c'è il ritorno di una visione neo-proletaria in casi chiave come Ms. Marvel, che racconta le fatiche adolescenziali di una figlia di immigrati musulmani. E la stessa influenza dei suoi eroi - falliti e fallimentari, contro il potere politico economico - ha reso i supereroi ciò che sono oggi. L'ambiguità fra nostalgia e 'revisionismo' li ha resi simboli efficaci in un immaginario popolare che, ormai, racconta la sconfitta più che la vittoria dei modelli sociali classici, liberali e democratici. Forse, al fondo, c'è un nodo irrisolto: la frustrazione per il destino cinicamente commerciale che è stato riservato ai suoi capolavori Watchmen e V for Vendetta. Un bel paradosso, per Moore, trovarsi in una posizione simile ai creatori di Superman o Batman: un rivoluzionario sconfitto”.
Rilancia Raffaelli: "Credo che Moore ce l’abbia un po’ col mondo del fumetto, e non a torto. E non credo che negli ultimi anni abbia letto tanti libri a fumetti da accorgersi di quello che sta davvero accadendo. Il fumetto, entrando nelle librerie, ha perso qualcosa che internet comunque gli avrebbe rubato, guadagnando in libertà. Gli autori ora sono liberi di proporre agli editori creazioni che pochi anni fa non sarebbero stati neppure pensate: libere per linguaggio, scelte narrative, formati editoriali. Ora il fumetto può davvero esprimere tutte le sue potenzialità, affrancando anche la sperimentazione e il rapporto con altri mezzi di comunicazione, raccontando l’avventura ma anche l’attualità così come il pensiero più intimo. È ovvio che in tante proposte editoriali (quante ore di lettura servono per leggere tutti i romanzi a fumetti pubblicati in Italia?) ci siano libri scadenti. Ma il livello medio è buono con tanti picchi formidabili. Non c’è oggi mezzo di comunicazione tanto vitale e la buona veste editoriale sta solo a sottolineare che il pubblico del nuovo fumetto esiste, proprio per la sua capacità di stupire l’immaginazione e scardinare emozioni".
Chi ha ragione? Il dibattito continua sulla pagina Twitter di Robinson: @Robinson_Rep