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Marco Philopat, i dilettanti 'Pirati dei Navigli' che volevano liberare la 'Milano da bere'

Un pezzo della stagione più calda della città, a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, tra punk, case occupate la ricerca di un'utopia per formare una nuova generazione, è narrata da uno dei suoi protagonisti in un libro edito da Giunti: "Racconto una storia, non volevo fare l'eroe, le gaffe ci sono tutte"

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MILANO - Su quattro canotti per bambini comprati alla Standa i Pirati dei Navigli attaccano il sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, costringendolo alla fuga dopo un veloce discorso per evitare spiacevoli confronti. In questo sgangherato assalto al cielo Marco Philopat cade in acqua, ma i pirati ottengono il risultato desiderato: dopo qualche tempo l'immobile di Via Conchetta 18, che era stato sgomberato, viene riassegnato agli occupanti.

Philopat è un pezzo della storia della nostra controcultura, non solo milanese: ha raccontato la storia del punk italiano nel libro Costretti a sanguinare a partire dal Virus, una casa occupata di Via Correggio, che dal 1982 al 1984 diventa il punto di riferimento di una scena italiana e internazionale che si basa sul principio del 'do it yourself': autoproduzione dei dischi, dei concerti e così via.

Il nuovo libro, Pirati dei Navigli appunto, incomincia proprio quando, con lo sgombero del Virus il 15 maggio 1984, finisce quell'esperienza. Ci incontriamo nella sede di Agenzia X, la casa editrice indipendente da lui fondata nel 2006 insieme a Paola Mezza, che è anche una delle protagoniste del nuovo romanzo. Ambiente sobrio e luminoso, un tornio per il legno su una mensola ("un tempo era una falegnameria"), computer, un soppalco ("io lavoro lì sopra"), librerie, manifesti. Un piccolo sogno di libertà diventato realtà.

La copertina di 'Pirati dei Navigli' 

Partiamo da un riassunto della puntata precedente: nel 1978 decidi di andare a Londra. Perché?
"Il sogno di fare la rivoluzione era finito. Io, che allora frequentavo un istituto professionale, mi sono trovato in una classe in cui venti su trenta si facevano di eroina. Mia sorella aveva un amico hippie che andava a Londra in autostop e io mi sono aggregato a lui, in pratica sono scappato dall'eroina diventando un punk. Già da piccolo ero insofferente all'autorità e avevo un conflitto forte con mio padre. Sono tornato che avevo i capelli verdi".

Racconti che per la rabbia andavi a urlare in cantina...
"Esatto: quando non ne potevo più di stare in casa andavo in mezzo ai contatori e 'aaaaaah!', urlavo. È stato faticosissimo scrivere questo libro perché ho dovuto andare a cercare la parte più fragile di me. A Londra ho scoperto che invece si poteva urlare la propria rabbia su un palco, su una fanzine o a una manifestazione".

Primo Moroni 

Come è nata in te questa voglia di raccontare?
"Dal ricordo della disperazione che provavo allora. Dopo l'esperienza del Virus mi sono ritrovato senza più nulla. Avrei potuto finire chissà in quale incubo metropolitano e invece ho avuto la fortuna di incontrare Primo Moroni, che è stata la mia Università e Paoletta, con cui abbiamo poi fondato Agenzia X, che ai tempi aveva ricevuto una piccola casa in eredità proprio qui sopra. Lei mi ha portato via dal delirio delle case che ci avevano assegnato, a Rogoredo, dopo lo sgombero dove vivevamo in dieci in tre locali. Per cinque anni sono andato tutti i giorni alla Calusca, la libreria di Primo, che era un punto di riferimento per tutto il Ticinese, alle Colonne di San Lorenzo prima e a Sant'Eustorgio dopo".

Philopat e Franchino all'Helter Skelter, 1986 

All'inizio eri scettico però.
"Beh, sì, sapevo che lui era comunista mentre noi punk eravamo anarchici. Un giorno gli ho portato la mia fanzine, Istinto del vivere, e mi sono trovato davanti a una persona gentile e apertissima che mi ha regalato un libro sulla Banda Bonnot che ho divorato in un giorno e da quel momento ho iniziato a leggere quanto più potevo. La sua conoscenza ha indirizzato anche il mio modo di scrivere che è basato sull'oralità. Costretti a sanguinare era un racconto urlato, questo invece è una specie di grande racconto orale romanzato influenzato oltre che da Primo anche da Nanni Balestrini e Cesare Bermani che non a caso è il più importante storico del racconto orale in Italia".

Quanto c'entra William Burroughs?
"È stata la mia corazza contro l'eroina: tutti i suoi ragionamenti di tipo psichico mi hanno aiutato, sono stato uno dei pochi a non farsi e poi a un certo punto ho iniziato a usare la scrittura automatica ma in un periodo successivo rispetto a quello di cui parlo in questo libro. Qui le influenze maggiori sono Majakovskij, Ginsberg e Balestrini. Avevo un gran casino in testa ma stavo acquisendo, non avevo studiato a scuola ma stavo assorbendo quello che mi stava intorno, la strada...".

Una locandina del Leoncavallo, 1987 

In questo libro racconti la Milano degli anni Ottanta dal punto di vista di chi stava dall'altra parte rispetto alla famosa 'Milano da bere'. Come era?
"La generazione prima di noi che aveva sperato nella rivoluzione si sentiva sconfitta ma noi no. Noi non ne sapevamo quasi nulla se non che volevamo fare altre cose e quindi c'è stata una grande esplosione di creatività: mentre i media parlavano degli yuppie c'era un posto a Milano come l'Helter Skelter, il locale che a un certo punto abbiamo creato dentro il Leoncavallo, da cui sono passati alcuni dei più importanti gruppi post punk, tanto che si era fatto una fama a livello internazionale che poi è continuata nell'esperienza di Conchetta che dura ancora oggi: non ci sono star, niente camerini, si mangia tutti insieme prima del concerto con un lungo tavolo davanti al palco. I gruppi americani, inglesi, tedeschi hanno sparso la voce e a volte vengono a suonare addirittura gratis per il piacere di farlo se magari hanno un buco. Il traffico è anche in senso contrario: a Londra ci sono due case comuni di ex Conchettari che vivono lì".

I Casino Royale all'Helter Skelter, 1986 

Ai tempi del Virus, e poi anche in questo libro, si teorizzavano 'rapporti d'amore senza possesso'. Hanno funzionato?
"No, erano un casino totale. Ma nel primo periodo più adolescenziale mettiamo tutto in discussione per principio e ci facciamo male qui invece ci diciamo 'Finirà. Però adesso stiamo bene in questa maniera', è tutto molto più adulto. Vivere in tre è stato anche una grande forza contro le avversità. Però è difficile che possa durare".

Mauro Ermanno 'Giò' Giovanardi all'Helter Skelter, 1986 

Tu e un amico, quando arrivano i CCCP - Fedeli alla Linea per suonare al Leoncavallo, gli tirate degli ortaggi colpendo Giovanni Lindo Ferretti sulla fronte con una cipolla marcia. Perché?
"Era il periodo più difficile, il Virus era stato chiuso e loro arrivano e chiedono un milione per il concerto. Per me era assurdo. Un gesto ci voleva, ma non gliene fregava niente a nessuno, tutti volevano vedere i CCCP perché portavano gente e facevano 'bella musica', mi dicevano 'Ma cosa ti importa Philopat?'. Ma chi se ne frega della musica! Quando gli abbiamo lanciato gli ortaggi il pubblico mi voleva linciare anche perché Ferretti dal palco ha gridato: 'Noi siamo filosovietici, non Philopat'. Mi hanno dato del pazzo ma se tornassi indietro lo rifarei".

Poi vi siete mai parlati?
"Sì, con Zamboni abbiamo fatto addirittura un reading insieme in cui lui faceva le musiche. Mi ha detto che gli sono arrivati pomodori e una lattuga".

Le forze della polizia impegnate nello sgombero del Cox 18 

È già un prodromo di 'Cavallo sbizzarrito', come ti battezza a un certo punto Mao, un altro personaggio del libro.
"Era un momento difficile per me quello di cui parli, non riuscivo a fare le cose, stavo male, mi sentivo solo un povero punk ignorante e così a un certo punto arriva la crisi totale, non sapevo più che fare. Non ho neanche raccontato tutto nel libro. Quella notte al campeggio dove eravamo andati in vacanza parto e distruggo tutto quello che trovo. Avrò buttato giù sessanta tende, anche lì ho rischiato il linciaggio...".

Il bello del libro è che non ti nascondi.
"Non è stato facile ma era necessario farlo. Racconto una storia, non volevo fare l'eroe, le gaffe ci stanno tutte. Continuo a farle anche oggi".

La copertina di un numero di 'Decoder' 

Poi è nata la rivista Decoder, la prima a parlare di computer in un periodo in cui la sinistra ancora li demonizzava: nasceva la nuova controcultura cyberpunk.
"Sì, ed era nuovo anche il modo in cui veniva presentata: sembra una cosa da poco perché oggi lo fanno tutti ma l'idea di fare delle feste-happening con tanto di computer schierati che allora erano ancora degli oggetti strani di cui non si capiva ancora bene l'utilizzo, prima di Decoder non esisteva. Il primo evento dell'ottobre del '91 l'avevamo chiamato Piazza Virtuale e quelli che c'erano hanno visto che cos'era Internet per la prima volta in anticipo su tutti".

1988, le prime sperimentazioni tecnologiche al Cox 18 

E chi veniva a queste feste?
"C'era di tutto perché Conchetta era un'estensione del rapporto che Primo aveva con il quartiere attraverso la libreria: militanti politici, balordi vari, gente di strada, ubriaconi, i mezzi malavitosi della 'ligera', poeti da strapazzo, motociclisti, le femministe e le brigate rossonere. Un'armata Brancaleone di cui noi ex-punk eravamo un po' l'avanguardia. Primo era bravissimo ad attirarli: parlava con tutti, regalava libri...".

Ed è proprio questa Armata Brancaleone che, per chiudere il cerchio, quando si vede espropriata del Conchetta dalla giunta Pillitteri decide di fare l'epico, sgangheratissimo ma vincente attacco pirata...
"Non credevamo più nelle forme di lotta tradizionali e così ce ne siamo inventati di nuove: i vecchi militanti quando ci vedevano vestiti da pirati ridevano però alla fine si sono rivelate vincenti: tentiamo l'arrembaggio a Pillitteri che taglia il discorso e scappa. Per fermarci arrivano i pompieri e i sommozzatori!".

I 'Pirati dei Navigli' all'arrembaggio 

E adesso chi lo gestisce il Conchetta?
"C'è un comitato che fa un'assemblea ogni martedì e posso assicurare che è un luogo puro che ha una gestione davvero trasparente, nessuno ci guadagna un euro, tutti ci lavorano gratis per fare cose belle, per mettere in circolo cultura".

Tu ne fa parte?
"No. Il problema di molti centri sociali oggi è che i vecchi stanno lì e non mollano il posto così si avvizzisce tutto. Io sono del parere che uno a 40-45 anni se ne deve andare fuori dalle balle e magari andare lì ogni tanto a proporre delle iniziative come faccio io per esempio con Slam X".

Il centro sociale occupato Cox 18 di via Conchetta 18  

Di cosa si tratta?
"È un festival di scrittori e musicisti che si alternano: cinque minuti lo scrittore, dieci il musicista. Tra l'uno e l'altro si balla. Va avanti dalle nove di sera fino alle tre del mattino. Ormai è diventata una cosa molto grossa e la prossima sarà la nona edizione e la mia ultima. La regalo a Conchetta".

Perché?
"Non c'ho più voglia. Io faccio l'editore, non l'organizzatore".

La manifestazione 'Piazza virtuale' al Cox 18, 1992 

Da quella ci guadagni qualcosa?
"No, no. Però è chiaro che aiuta molto a far conoscere Agenzia X".

Che va bene?
"Noi siamo una struttura piccolissima: è tutto qui. Facciamo cose che ci piacciamo e che ci danno da vivere. Non abbiamo bisogno di molto".

Una manifestazione per salvare il Cox 18 

Quali sono i vostri libri che hanno avuto più successo?
"Il best seller è Renegades of Funk che racconta la storia dell'hip hop che oggi è il genere che va per la maggiore. E poi il libro di Antonio Caronia su Philip Dick e quello dei Ramones. Adesso abbiamo fatto un colpaccio: tra poco esce Ma chi ha detto che non c'è di Gianfranco Manfredi: lui per me era un mito, l'ho invitato qui, è venuto, ci siamo piaciuti. Certi temi, come quello del rifiuto del lavoro per esempio, sono comuni a entrambe le generazioni...".

Ma se tu lavori sempre!
"Non riesco a stare fermo. Se vado da qualche parte e non c'è uno sbattimento da fare me vado via subito, mi annoio. Ma non posso stare sotto un padrone".