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Giorgio Parisi: “Ha reso semplice la scienza così è piaciuta a tutti”

Parla il premio Nobel per la fisica
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«Piero Angela piaceva ai miei figli. E io ero contento che trovassero qualche buona influenza in quella scatola». Giorgio Parisi, 74 anni, premio Nobel per la fisica nel 2001, vicepresidente dell’Accademia dei Lincei e per una vita professore alla Sapienza di Roma, ricorda quegli anni Ottanta in cui il panorama della divulgazione della scienza era in pratica un deserto.



Non c’erano molte persone a raccontare il vostro lavoro.
«C’erano le riviste specializzate, riservate a un pubblico competente. Non esisteva la comunicazione scientifica di massa. Si riteneva che il pubblico fosse molto ridotto, ma il pubblico era ridotto proprio perché si scriveva in modo complicato. Piero Angela ha avuto l’intuizione che semplificando il linguaggio la scienza avrebbe iniziato a piacere a tutti. Ha funzionato. È bastato cambiare il modo di raccontarla».

È mai stato intervistato da lui?
«Intervistato no, ma gli chiesi un…

«Piero Angela piaceva ai miei figli. E io ero contento che trovassero qualche buona influenza in quella scatola». Giorgio Parisi, 74 anni, premio Nobel per la fisica nel 2001, vicepresidente dell’Accademia dei Lincei e per una vita professore alla Sapienza di Roma, ricorda quegli anni Ottanta in cui il panorama della divulgazione della scienza era in pratica un deserto.



Non c’erano molte persone a raccontare il vostro lavoro.
«C’erano le riviste specializzate, riservate a un pubblico competente. Non esisteva la comunicazione scientifica di massa. Si riteneva che il pubblico fosse molto ridotto, ma il pubblico era ridotto proprio perché si scriveva in modo complicato. Piero Angela ha avuto l’intuizione che semplificando il linguaggio la scienza avrebbe iniziato a piacere a tutti. Ha funzionato. È bastato cambiare il modo di raccontarla».

È mai stato intervistato da lui?
«Intervistato no, ma gli chiesi un aiuto nel 2016 per la campagna Salviamo la Ricerca. Ci battevamo contro i tagli ai fondi per la scienza. Lui fu molto disponibile e fece un intervento nella grande aula Amaldi, alla Sapienza. Poi gli chiedemmo un’intervista video, da girare in una delle aule di fisica. Era un’idea improvvisata, doveva durare un minuto. Lui parlò esattamente per 60 secondi, senza guardare mai l’orologio».

La parola "Quark" viene dalla fisica. È una particella elementare che nel 1981, quando nacque il programma, pochi conoscevano. Non è stata una scelta bizzarra?
«Era anche una marca di formaggio se ricordo bene. Ma concordo, la particella non era molto conosciuta. A volte però un’idea che non dice niente a nessuno può diventare un marchio di fabbrica inconfondibile. Nomi tipo “la scienza oggi” non sarebbero mai diventati popolari come Quark. E noi fisici siamo orgogliosi che abbia reso il termine così noto».

Tanti scienziati, quando gli si chiede come mai hanno deciso di intraprendere la loro carriera, raccontano che da piccoli vedevano "Quark". Oggi quale scintilla può accendere l’amore per la scienza?
«Non saprei, non sarà facile. Leggevo ora il messaggio di una persona che ha scritto: se amo la scienza è grazie allo zio Remo e a Piero Angela. Le reazioni alla notizia sulla sua morte sono state vastissime. Ci si rende conto di quanta popolarità avesse, e di quanto affetto godesse».

Qual era il suo segreto?
«Assorbire l’entusiasmo che gli scienziati hanno per il proprio lavoro. Lo sentiva lui per primo, e così riusciva a trasmetterlo agli altri. Aveva una capacità di empatia che a volte ai ricercatori manca».

Lui non era uno scienziato di formazione. Questo rendeva il suo lavoro più difficile?
«Doveva fare un grande lavoro di digestione. All’inizio chi non è scienziato ha bisogno di sforzo per comprendere, ma poi diventa più semplice trasmettere il concetto a chi scienziato non è. Lui poi aveva capito che comunicare non è un’azione che procede in un’unica direzione. Dobbiamo sempre renderci conto di quanta parte del messaggio sia arrivata a destinazione. Bisogna mettersi nelle scarpe del nostro interlocutore».

Lei su Facebook ha appena condiviso l’ultimo saluto di Piero Angela: “Penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese”. Siamo in campagna elettorale. Faremo fiorire i semi che lui ha gettato?
«Non sento parlare molto di scienza in campagna elettorale, e non mi è chiaro cosa pensano di fare i partiti con i finanziamenti per la ricerca. Questo mi preoccupa, perché in gioco c’è il futuro dell’Italia e delle nuove generazioni. Se la cultura non viene mantenuta a un livello sufficientemente alto, il nostro paese rischia di avvicinarsi al terzo mondo».