✕

Roberto Benigni, un attore malin-comico: via dalla risata facile conquista davvero i cuori

Come Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone anche Benigni, 70 anni il 27 ottobre, ha un modo tutto suo di fare comicità. Ed è quello più profondo, che resta
2 minuti di lettura

I magnifici 4 della risata, il titolo del documentario di Mario Canale che ha debuttato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, è fuorviante. In realtà i suoi protagonisti - Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone - costituiscono quella pattuglia che all'epoca fu denominata dei "malincomici": perché, in modi e misure diverse, refrattari alla farsa e più inclini ad alternare comicità e malinconia di quanto lo fosse stata la generazione precedente alla loro, o lo sarà quella successiva.


L'osservazione vale soprattutto per il primo nome (sia pur tenendo conto dell'ordine alfabetico) in lista, quel Benigni cui la definizione di re della risata si attaglia poco. Sarebbe banale sottolineare in proposito La vita è bella, dove Roberto sperimentò (con immensa fortuna) una contaminazione inedita di sorriso e patetismo, a…

I magnifici 4 della risata, il titolo del documentario di Mario Canale che ha debuttato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, è fuorviante. In realtà i suoi protagonisti - Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone - costituiscono quella pattuglia che all'epoca fu denominata dei "malincomici": perché, in modi e misure diverse, refrattari alla farsa e più inclini ad alternare comicità e malinconia di quanto lo fosse stata la generazione precedente alla loro, o lo sarà quella successiva.


L'osservazione vale soprattutto per il primo nome (sia pur tenendo conto dell'ordine alfabetico) in lista, quel Benigni cui la definizione di re della risata si attaglia poco. Sarebbe banale sottolineare in proposito La vita è bella, dove Roberto sperimentò (con immensa fortuna) una contaminazione inedita di sorriso e patetismo, accentuando il secondo proprio per contrasto con il primo. Ben in anticipo sul film premiato con l'Oscar, dove lo porta in trasferta nei campi di sterminio nazisti, il personaggio creato da Benigni è una sorta di Pierrot lunare, un ingenuo il cui tratto comico deriva dalla congenita estraneità al mondo circostante: memore un po' dello schlemiel della tradizione ebraica, un po' di "quello che prende gli schiaffi", il personaggio di Leonid Andreev che si fa clown per disgusto del mondo protagonista dell'omonima pièce teatrale sospesa tra dramma e farsa.

Se ne trovano tratti, seminascosti nella programmatica sconcezza verbale, in Cioni Mario, il primo "carattere" a dargli notorietà: "geniale buffone" (per approfittare di un'espressione poi applicata a Benigni da Federico Fellini) ruspante e stralunato, inetto e irriverente come ogni buon giullare, che nel 1977 lo accompagnerà al suo esordio sullo schermo in Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci. La tendenza "lunare" era destinata a espandersi negli anni seguenti, scientemente coltivata sia da Roberto sia dai registi delle opere altrui in cui sarebbe comparso  come interprete. Vero è che i primi tempi della sua carriera - dal film di Bertolucci alle numerose ospitate televisive - gli accreditano la fama di comico. Però già in Chiedo asilo di Marco Ferreri, che è del 1979, e nel Minestrone di Sergio Citti (1981) Benigni è un emarginato  in contrasto col mondo circostante; e così lo vede anche l'amico americano Jim Jarmusch, per il quale recita in tre film: Daunbailò (1986), Coffee and Cigarettes (1987) e Taxisti di notte (1991).

Anche ai tempi delle fortunate commedie degli equivoci in collaborazione con Vincenzo Cerami, francamente comiche, l'attore toscano indossa varianti del prediletto Pierrot. E non fa meraviglia che lo noti Federico Fellini facendone, nel 1990, il coprotagonista della Voce della Luna, tratto dal Poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni, nel quale interpreta un personaggio lunare e inquieto che ascolta le voci misteriose provenienti da un pozzo.

Dopo il successo ecumenico della Vita è bella e la disavventura del Pinocchio del 2002, dove commette l'ingenuità di travestirsi da burattino-bambino all'età di cinquant'anni, nel 2005 Benigni vira decisamente al drammatico con La tigre e la neve, a oggi la sua ultima regia. Realizzato anche questo con la collaborazione di Cerami, il film evoca in sottofondo La vita è bella: vedi il protagonista buono e di animo delicato, perdutamente innamorato di una donna, alle prese con un contesto tragico (qui il conflitto in Iraq prende il posto del lager). E comunque capace, malgrado tutto, di reagire alla sventura con la forza dell'amore. Questa volta, però, Benigni e Cerami non riescono a ricreare l'alchimia del loro film più premiato, lasciando poco spazio alla commedia e disperdendosi in un plot drammatico culminante in un finale forzatamente poetico.

Dopo, Roberto Benigni tornerà sullo schermo solo due volte e con lunghi intervalli. La prima volta in un episodio di To Rome with love di Woody Allen (2012), dove anche il regista americano lo immagina nei panni di un uomo qualunque, un ingenuo travolto dagli avvenimenti. La seconda, nel 2018, per il Pinocchio di Matteo Garrone in cui è - riaccostandosi a Collodi in un ruolo più confacente alla sua età - un memorabile papà Geppetto.