Roberto Benigni, un attore malin-comico: via dalla risata facile conquista davvero i cuori
di Roberto Nepoti , di Roberto NepotiI magnifici 4 della risata, il titolo del documentario di Mario Canale che ha debuttato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, è fuorviante. In realtà i suoi protagonisti - Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone - costituiscono quella pattuglia che all'epoca fu denominata dei "malincomici": perché, in modi e misure diverse, refrattari alla farsa e più inclini ad alternare comicità e malinconia di quanto lo fosse stata la generazione precedente alla loro, o lo sarà quella successiva.
L'osservazione vale soprattutto per il primo nome (sia pur tenendo conto dell'ordine alfabetico) in lista, quel Benigni cui la definizione di re della risata si attaglia poco. Sarebbe banale sottolineare in proposito La vita è bella, dove Roberto sperimentò (con immensa fortuna) una contaminazione inedita di sorriso e patetismo, a…!-->!-->
I magnifici 4 della risata, il titolo del documentario di Mario Canale che ha debuttato in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma, è fuorviante. In realtà i suoi protagonisti - Roberto Benigni, Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Verdone - costituiscono quella pattuglia che all'epoca fu denominata dei "malincomici": perché, in modi e misure diverse, refrattari alla farsa e più inclini ad alternare comicità e malinconia di quanto lo fosse stata la generazione precedente alla loro, o lo sarà quella successiva.
L'osservazione vale soprattutto per il primo nome (sia pur tenendo conto dell'ordine alfabetico) in lista, quel Benigni cui la definizione di re della risata si attaglia poco. Sarebbe banale sottolineare in proposito La vita è bella, dove Roberto sperimentò (con immensa fortuna) una contaminazione inedita di sorriso e patetismo, accentuando il secondo proprio per contrasto con il primo. Ben in anticipo sul film premiato con l'Oscar, dove lo porta in trasferta nei campi di sterminio nazisti, il personaggio creato da Benigni è una sorta di Pierrot lunare, un ingenuo il cui tratto comico deriva dalla congenita estraneità al mondo circostante: memore un po' dello schlemiel della tradizione ebraica, un po' di "quello che prende gli schiaffi", il personaggio di Leonid Andreev che si fa clown per disgusto del mondo protagonista dell'omonima pièce teatrale sospesa tra dramma e farsa.
Dopo il successo ecumenico della Vita è bella e la disavventura del Pinocchio del 2002, dove commette l'ingenuità di travestirsi da burattino-bambino all'età di cinquant'anni, nel 2005 Benigni vira decisamente al drammatico con La tigre e la neve, a oggi la sua ultima regia. Realizzato anche questo con la collaborazione di Cerami, il film evoca in sottofondo La vita è bella: vedi il protagonista buono e di animo delicato, perdutamente innamorato di una donna, alle prese con un contesto tragico (qui il conflitto in Iraq prende il posto del lager). E comunque capace, malgrado tutto, di reagire alla sventura con la forza dell'amore. Questa volta, però, Benigni e Cerami non riescono a ricreare l'alchimia del loro film più premiato, lasciando poco spazio alla commedia e disperdendosi in un plot drammatico culminante in un finale forzatamente poetico.
Dopo, Roberto Benigni tornerà sullo schermo solo due volte e con lunghi intervalli. La prima volta in un episodio di To Rome with love di Woody Allen (2012), dove anche il regista americano lo immagina nei panni di un uomo qualunque, un ingenuo travolto dagli avvenimenti. La seconda, nel 2018, per il Pinocchio di Matteo Garrone in cui è - riaccostandosi a Collodi in un ruolo più confacente alla sua età - un memorabile papà Geppetto.