Paolo Ruffini: “Ho scritto un libro sull’amore perché non va più di moda. Prendersi cura dell’altro è un gesto rivoluzionario”
di Ernesto AssantePerdutamente, il film che Paolo Ruffini ha realizzato e diretto nel 2022, è diventato un libro. O meglio, si dovrebbe dire che Ruffini — attore, autore, regista, scrittore, produttore — ha provato a declinare in un altro modo, con un altro linguaggio, gli stessi sentimenti che hanno animato il suo bellissimo documentario. Perdutamente partiva dall’esigenza dell’autore di incontrare il bene, l’amore, la cura, nel mondo delle famiglie che in Italia hanno avuto o hanno ancora una persona affetta dal morbo di Alzheimer. Incontrare il bene non è roba che faccia molto notizia ai tempi nostri, invece Ruffini, testardamente, con sicurezza e personalità, sta cercando da tempo attraverso spettacoli, film e libri di dimostrare che, nonostante la narrazione contemporanea dica il contrario, il bene esiste ed è il motore delle nostre vite. E, come ci racconta, si è sentito «Cristoforo Colombo alla scoperta di un continente che non pensavo di scoprire» ed è riuscito nel film, come nel libro appena u…
Perdutamente, il film che Paolo Ruffini ha realizzato e diretto nel 2022, è diventato un libro. O meglio, si dovrebbe dire che Ruffini — attore, autore, regista, scrittore, produttore — ha provato a declinare in un altro modo, con un altro linguaggio, gli stessi sentimenti che hanno animato il suo bellissimo documentario. Perdutamente partiva dall’esigenza dell’autore di incontrare il bene, l’amore, la cura, nel mondo delle famiglie che in Italia hanno avuto o hanno ancora una persona affetta dal morbo di Alzheimer. Incontrare il bene non è roba che faccia molto notizia ai tempi nostri, invece Ruffini, testardamente, con sicurezza e personalità, sta cercando da tempo attraverso spettacoli, film e libri di dimostrare che, nonostante la narrazione contemporanea dica il contrario, il bene esiste ed è il motore delle nostre vite. E, come ci racconta, si è sentito «Cristoforo Colombo alla scoperta di un continente che non pensavo di scoprire» ed è riuscito nel film, come nel libro appena uscito con Baldini+Castoldi, Posso solo amare — Otto storie in cui l’amore è la cura, a raccontare tante storie d’amore, non di fiction ma vere. «Ho trovato interessante la possibilità di cambiare il punto di vista sulla realtà, presentare delle belle storie spostando il mio sguardo. L’idea era quella di raccontare storie legate da situazioni avverse, condizioni complicate e complesse, ma da un punto di vista diverso da quello del dramma, dove l’amore è la cura».
Non un libro sull’Alzheimer, dunque.
«No, avevo fatto un film d’amore, ho voluto fare un libro d’amore. Non racconto queste storie perché sono legate alla malattia come condizione negativa, ma perché le unisce l’amore, quello incondizionato che tutti cerchiamo. Non “ti amo se”, o “ma”, o “però”, ma “ti amo”, punto e basta. Quando amare vuol dire dare con gioia ricevendo qualcosa che è minore di quello che si dà».
Lei si è reso conto che fa tantissime cose serie?
«Non me ne accorgo tanto. L’importante è non cadere nel serioso, la serietà ce l’ho sempre messa nelle cose che ho fatto, anche in Natale a Miami, al di là del ruolo che ho ricoperto. Questo libro ha un tema molto serio, è vero, ma il pensiero che c’è dietro è luminoso. Mi piace l’idea di galleggiare in profondità, non è necessario galleggiare a fior d’acqua è meglio farlo con sostanza, con una sorta di piombino che ti tiene legato a un progetto».
Quindi anche un documentario come “Perdutamente” e un libro come “Posso solo amare”, sono seri ma pop?
«Non ho fatto un libro come questo per darmi un tono, ha una direzione assolutamente pop. Penso che sia importante rendere pop anche argomenti che erroneamente non pensiamo possano essere considerati tali. Quando si parla di malattia, nella complessità della vita, cosa c’è più condiviso del dolore? Non amo la spettacolarizzazione del dolore, e so che sfortunatamente siamo attratti da quello che ci fa paura, ma l’idea era di provare a raccontare anche il dolore da un punto di vista differente. Un film bellissimo come Inside out ci ha raccontato che la gamma delle emozioni è al novanta per cento negativa, solo Gioia è positiva, le altre sono Paura, Rabbia, Tristezza e Disgusto. È vero, siamo inclini alla malinconia ma anche attratti da quello che ci riaccende».
È un libro controcorrente: visto che sia i romanzi, che i film, che la musica, che l’attualità, ci parlano solo di cose negative…
«Lo è perché raccontare l’amore non va più di moda. Un tempo, se facevi un film romantico avevi grandi possibilità di successo, oggi non è più una scommessa vinta in partenza. Quindi sì, è controcorrente perché si basa su un assunto semplice: possiamo decidere, scegliere di non fare tante cose, ma non possiamo decidere di non amare, non abbiamo scampo, dobbiamo amare per forza. Non è un libro sulla malattia ma sull’amore, non è sulla guarigione ma sulla cura. Siamo troppo incasellati nell’idea che la catastrofe sia normale, e così se parli d’amore a qualcuno lo sconvolgi, è una cosa sorprendente come andare da Cracco a chiedere un semplice panino. In questo senso è controcorrente, e parla di storie meravigliose, tra le quali anche la mia, della mia ex moglie, di come noi proviamo a salvare qualcuno che amiamo, solo perché lo amiamo, senza chiedere niente in cambio».