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Francesco Salvi: “Ho gestito male il mio successo. E la comicità di oggi è volutamente mediocre”

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Le battute surreali, la politica, l’importanza dei genitori. Intervista al comico che ritorna con una nuova canzone natalizia: “Comete come te”
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Arriva il Natale: come sfuggire al sentimentalismo senza limitismo e al contempo migliorare il mondo? “Idea: il 25 dicembre facciamo i cattivi, e tutto il resto dell’anno facciamo i buoni. Sono 364 giorni, molti più di uno solo, no?”. Logica ferrea e al contempo nessuna logica. Pochi dubbi: è Francesco Salvi, che a questo tipo di comicità surreale si è dato ben prima che, in tutto il mondo, la realtà venisse surclassata dal surrealismo senza limitismo. Le sue riflessioni sul Natale campeggiano in Comete come te, singolo natalizio che unisce magia e impegno sociale, prodotto da DJ Mitch e Paolo Agosta. A corredarlo, un video dove Salvi fa il senzatetto e i protagonisti sono bambini, “perché la solidarietà si impara da piccoli”.

Un video però dove si ride anche, del Natale.

“Io non ho mai sopportato la retorica, e questa festa ne è intrisa. Anche se aiutare gli altri va sempre bene, e per esempio una cosa che mi ha commosso è che gli abitanti di Brugherio, nel cui Villaggio di Natale, a…

Arriva il Natale: come sfuggire al sentimentalismo senza limitismo e al contempo migliorare il mondo? “Idea: il 25 dicembre facciamo i cattivi, e tutto il resto dell’anno facciamo i buoni. Sono 364 giorni, molti più di uno solo, no?”. Logica ferrea e al contempo nessuna logica. Pochi dubbi: è Francesco Salvi, che a questo tipo di comicità surreale si è dato ben prima che, in tutto il mondo, la realtà venisse surclassata dal surrealismo senza limitismo. Le sue riflessioni sul Natale campeggiano in Comete come te, singolo natalizio che unisce magia e impegno sociale, prodotto da DJ Mitch e Paolo Agosta. A corredarlo, un video dove Salvi fa il senzatetto e i protagonisti sono bambini, “perché la solidarietà si impara da piccoli”.

Un video però dove si ride anche, del Natale.

“Io non ho mai sopportato la retorica, e questa festa ne è intrisa. Anche se aiutare gli altri va sempre bene, e per esempio una cosa che mi ha commosso è che gli abitanti di Brugherio, nel cui Villaggio di Natale, abbiamo girato, ci hanno portato davvero dei pasti, pensando che io e gli altri attori fossimo davvero senzatetto”.

In cos’altro non sopporta la retorica?

“Negli appelli ecologisti, nel sentimento verde, che adesso è così di moda ma che ho vissuto fin dal 1985. Venni coinvolto dai Verdi milanesi per fare i comicomizi, comizi comici, per le regionali. E due anni dopo mi candidai al Parlamento. Finii primo dei non eletti, e tale restai per le dinamiche interne, insomma fui estromesso. E questo confermò già allora la mia sfiducia nella politica partitica, anche per quello non faccio satira”.

Ovvero?

“Ovvero la satira serve a rinforzare l’immagine del satireggiato, anche se il comico ci va giù pesantissimo. Prenda Crozza: è semplicemente straordinario, rido da matti a vederlo. Risultato: De Luca, che di settimana in settimana esagera per essere più divertente di lui. Insomma, si crea il personaggio. E comunque se ci pensa io e Faletti eravamo gli unici due a non fare satira politica a Drive In”.

Trasmissione di culto, se scusa la parolaccia, che di improvviso la lanciò. Ricordi?

“Quanto tempo ha a disposizione? Mi cambiò la vita, di colpo mi pagavano le serate in discoteca 10 volte più di prima. Ma ho rischiato parecchio: il mio personaggio doveva essere una guardia giurata, e solo il giorno prima della prima puntata venne fuori che era la stessa idea di Faletti, Vito Catozzo. Ero disperato, poi passai per puro caso a corso Buenos Aires a Milano e vidi una lite tra un camionista e il conducente di una Mercedes. Era così divertente, folkloristica, che alla riunione finale con Antonio Ricci arrivai col repertorio pronto”.

Ricci che lei aveva conosciuto anni prima al glorioso Derby, tempio della comicità milanese.

“Che però era già avviato verso il declino, eravamo tutti un po’ disperati. Ma posso dire di aver visto Ricci sul palco, almeno finché non sanguinava”

Tipo certe Madonne?

“Quasi. Fin da scuola, così mi raccontò, aveva affinato una tecnica per sanguinare dal naso a comando e scampare così alle più ostiche interrogazioni. Sul palco del Derby faceva lo stesso se si faceva troppo tardi e rischiava di perdere l’ultimo treno per la Liguria”.

Torniamo al camionista, che parlava per codice fiscale.

“Ci fu il boom del codice, ai tempi, e io mi misi a scimmiottare il muto del mio paese, Luino, uno che un po’ parlottava e si faceva pagare per non farlo quando si era al cinema”.

Posto particolare, Luino. Lei, Iacchetti, Fo, Svampa.

“Credo che sia un po’ l’aria che ci rende malinconici, anzi malincomici. Com’è un po’ tutto l’umorismo del Nord. A me ha aiutato anche vivere in una famiglia un po’ strana. Mio fratello Alfredo amava inventare le parole mescolando italiano, dialetto, episodi vari di vita. A lui ho preso “Illo ha fatto appelloso”. Mio padre Trento, avvocato, non guidava, toccava a mia madre. Ma lui non voleva mai fare benzina, pensava che l’auto andasse comunque. Risultato, io e Alfredo dovevamo spingere spesso in piena campagna”.

Torniamo a lei, che dopo “Drive in” si mette a gridare che c’è da spostar una macchina.

“Mi serviva la sigla del mio Megasalvishow, l’unica trasmissione Fininvest senza pubblicità perché durava 6 minuti. Confesso di non avere molti ricordi: ci mettemmo una sera con gli autori e molte bottiglie e la mattina era pronta. Un successo tale che la casa discografica non riusciva a stampare tutte le copie che venivano richieste. Lo capì la Rai che mi chiamò a Sanremo per cantare Esatto”.

A quel punto tutto sembrava le fosse possibile. E invece?

“E invece basta gestirsi male. Aggiungiamo che mi sono molto divertito, ho viaggiato, mi sono levato sfizi. Certo, vedendo la mediocrità voluta e totale della comicità di oggi un po’ mi girano”.

E non ha rimpianti su quella laurea in Architettura presa magna cum laude e mai usata?

“Ho fatto due anni da assistente e mi sono bastati. E poi recitare e fare ridere è sempre stata la mia vocazione, da quando al liceo mettemmo in piedi uno spettacolo dove facevamo il verso ai professori. Risultato: tre esami a settembre. Della mia tesi sono orgoglioso, però: parlava del Simbolo nell’architettura, e riuscii a infilarci Disney. D’altronde sono anche finito in un paio di storie di Topolino che, mi dispiace per voi di Repubblica, è il mio quotidiano preferito”.

Concorderemmo, se non fosse un settimanale.

“Ma io lo leggo sette volte a settimana”.

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