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Matthew Perry, condannato il suo assistente personale: aveva fornito la dose fatale di ketamina

Matthew Perry, condannato il suo assistente personale: aveva fornito la dose fatale di ketamina

Tre anni e cinque mesi a Kenneth Iwamasa: è la quinta e ultima sentenza per i responsabili della morte dell’attore. Prima del verdetto ha dichiarato: “Mi pentirò per sempre per quello che ho fatto. Ne porterò il peso fino alla tomba"

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Kenneth Iwamasa, l'assistente personale di Matthew Perry, che ha avuto un ruolo centrale nella discesa della star di Friends nella dipendenza da ketamina e che gli ha somministrato la dose fatale della droga, è stato condannato a tre anni e cinque mesi di carcere. La sentenza nei confronti del sessantenne Kenneth Iwamasa è stata pronunciata dal giudice Sherilyn Peace presso il tribunale federale di Los Angeles. L'uomo è stato inoltre condannato a due anni di libertà vigilata e a una multa di 10mila dollari. "Lei era a conoscenza della sua lotta contro la dipendenza. La sua condotta è stata sconsiderata, non solo nel giorno della sua morte, ma anche nei giorni immediatamente precedenti", ha dichiarato la giudice prima di pronunciare la sentenza.

Cinque sentenze in due anni e mezzo

Si è trattato della quinta e ultima sentenza nell'ambito dell'indagine e del procedimento giudiziario, durati due anni e mezzo, avviati in seguito alla morte di Perry, avvenuta all'età di 54 anni il 28 ottobre 2023. Due settimane fa Erik Fleming, l’ex produttore che si è dichiarato colpevole di aver agito da intermediario nella vendita della droga, è stato condannato a due anni, nello scorso aprile Jasveen Sangha, la spacciatrice soprannominata “Ketamine queen”, ha ricevuto una pena di 15 anni di carcere: era la figura centrale del traffico di droga a North Hollywood, si è dichiarata colpevole di aver venduto la ketamina che ha ucciso Perry. Al medico Salvador Plasencia sono stati inflitti 30 mesi di reclusione per la distribuzione illegale di ketamina, mentre l'altro medico coinvolto, Mark Chavez, ha scontato 8 mesi di arresti domiciliari.

La richiesta dell’accusa

La pena inflitta a Iwamasa corrisponde esattamente a quanto richiesto dall'accusa, sebbene la giudice Garnett abbia espresso disaccordo su alcuni dettagli specifici. La giudice ha stabilito che Iwamasa non aveva abusato di una posizione di fiducia; un'aggravante che avrebbe potuto comportare una pena detentiva più severa. La giudice ha inoltre detto a Iwamasa: "Non vi sono prove inconfutabili del fatto che lei abbia agito con intento malevolo, sebbene alcuni potrebbero non essere d'accordo".

Iwamasa: “Mi pentirò per sempre”

Iwamasa è rimasto al fianco di Perry durante gli ultimi giorni, è stata anche l'ultima persona a vedere l’attore in vita, è stato lui a iniettargli la dose letale di ketamina nonché colui che lo ha trovato morto nella sua vasca idromassaggio. È poi diventato il più importante informatore dell'accusa. "Sono terribilmente dispiaciuto e porgo a voi le mie condoglianze” ha detto Iawamasa prima della lettura della sentenza, rivolto ai familiari e agli amici di Perry. “Sono profondamente rammaricato per aver commesso questi atti illeciti, dei quali mi pentirò per sempre. Me ne porterò il peso fino alla tomba".

Il ruolo del suo assistente

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Kenneth Iwamasa percepiva uno stipendio di 150.000 dollari l'anno e conosceva Matthew Perry dal 1992, prima della popolarità ottenuta con il personaggio di Chandler Bing, tra i sei protagonisti della sitcom Friends (dieci stagioni, dal 1994 al 2004), diventandone assistente convivente nel 2022. L'accusa sostiene che fosse consapevole della lunga lotta dell’attore contro le dipendenze e che fosse stato inoltre avvertito dai medici sui rischi dell'autosomministrazione di ketamina.

La dipendenza dell’attore

A partire dal 2023, secondo quanto risulta dagli atti del processo, sarebbe stato lo stesso Perry a chiedere a Iwamasa di procurargli la sostanza. L'assistente venne quindi messo in contatto con Salvador Plasencia, già condannato a 30 mesi di carcere per aver fornito all'attore circa 20 fiale di ketamina nelle due settimane precedenti alla morte. Nel corso di più acquisti, Iwamasa avrebbe ottenuto decine di fiale del farmaco, somministrandole a Perry mentre la dipendenza dell'attore si aggravava. In una comunicazione agli intermediari avrebbe descritto di aver "trovato il punto giusto", pur continuando a cercare ulteriori dosaggi.

Gli ultimi giorni di Perry e l’ultima dose fatale

Secondo la procura, l'assistente avrebbe trovato Perry privo di sensi in almeno due occasioni a causa delle reazioni avverse alla ketamina. Nei giorni immediatamente precedenti al decesso, avrebbe aumentato progressivamente le dosi somministrate, fino all'ultima iniezione fatale: quella sera Perry venne trovato morto nella vasca idromassaggio della sua abitazione, dopo la terza somministrazione della giornata. L'accusa ha inoltre sostenuto che Iwamasa avrebbe tentato di occultare il proprio coinvolgimento, omettendo informazioni sull'uso di ketamina durante i colloqui con la polizia e rimuovendo flaconi e siringhe dall'abitazione dell'attore. In seguito, tuttavia, ha collaborato con le autorità, fornendo elementi utili alle indagini e al recupero della sostanza responsabile del decesso.

La sentenza: una “cospirazione” che ha coinvolto cinque persone

"Invece di aiutarlo a uscirne, Iwamasa contribuiva a procurare droga a Perry", scrive il Tribunale nella sentenza, descrivendo una "cospirazione" che coinvolse cinque persone, tutte ormai condannate. Nelle ultime settimane di vita dell'attore, il gruppo avrebbe fornito ketamina per oltre 50 mila dollari a Matthew Perry, definito nelle chat interne come "questo idiota".

La madre contro Iwamasa: “Ha ucciso mio figlio”

In una lettera al tribunale, la madre dell'attore, Suzanne Morrison, ha accusato l'assistente di aver "ucciso mio figlio", sostenendo che avrebbe potuto chiedere aiuto a persone a lui vicine invece di continuare a procurare la droga. Anche la sorella, Madeline Morrison, ha parlato di un "tradimento" nei confronti della famiglia. Dal canto suo, la difesa aveva chiesto una pena più lieve, pari a sei mesi di carcere e sei mesi di arresti domiciliari, sostenendo che Iwamasa avesse agito seguendo le indicazioni dell'attore e temendo di perdere il lavoro in caso di rifiuto.

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