Zahi Hawass: “Molti mi associano a Indiana Jones, questo cappello è il mio marchio di fabbrica”
dalla nostra inviata Arianna FinosMaratea – L’uomo con il cappello è l’egittologo più famoso del mondo. Zahi Hawass arriva per presentare The man with the hat, il documentario del regista statunitense Jeffrey Roth dedicato alla sua vita e alle sue scoperte. Tra ricostruzioni storiche, grandi ritrovamenti e nuove ricerche ancora in corso, racconta al Marateale - Premio internazionale Basilicata la passione nata quasi per caso davanti a una statua emersa dalla sabbia, il fascino senza tempo dell’antico Egitto e i sogni che continua a inseguire, dalla tomba di Nefertiti ai segreti della Grande Piramide.
Zahi Hawass, la vita del celebre egittologo "cacciatore di faraoni" arriva al cinema
Guardando il documentario si ha quasi l’impressione che Lei abbia un superpotere: riesce a trasmettere l’archeologia con un entusiasmo contagioso. Da dove nasce questa capacità?
«No, non è un superpotere. C’è una sola cosa …
Maratea – L’uomo con il cappello è l’egittologo più famoso del mondo. Zahi Hawass arriva per presentare The man with the hat, il documentario del regista statunitense Jeffrey Roth dedicato alla sua vita e alle sue scoperte. Tra ricostruzioni storiche, grandi ritrovamenti e nuove ricerche ancora in corso, racconta al Marateale - Premio internazionale Basilicata la passione nata quasi per caso davanti a una statua emersa dalla sabbia, il fascino senza tempo dell’antico Egitto e i sogni che continua a inseguire, dalla tomba di Nefertiti ai segreti della Grande Piramide.
Zahi Hawass, la vita del celebre egittologo "cacciatore di faraoni" arriva al cinema
Guardando il documentario si ha quasi l’impressione che Lei abbia un superpotere: riesce a trasmettere l’archeologia con un entusiasmo contagioso. Da dove nasce questa capacità?
«No, non è un superpotere. C’è una sola cosa che posso dire: la passione. Se si ha passione, anche la cosa più piccola può diventare enorme. Quando nella mia vita scoprii la prima statua all’interno di una tomba, la stavo pulendo e in quel momento capii di aver trovato il mio amore: l’archeologia. Da allora, ogni volta che ne parlo è come se stessi parlando della persona che amo. Credo sia questo ad arrivare al cuore della gente. Le persone seguono le mie avventure perché attraverso le scoperte riescono a emozionarsi. Molti mi associano a Indiana Jones ed è anche per questo che vogliono ascoltare i racconti delle mie spedizioni».
Il documentario si intitola “The man with the hat”: quanto è importante quel cappello?
«Direi moltissimo. Con quel cappello ho fatto tante delle mie scoperte più importanti ed è diventato parte della mia immagine. Oggi, quando la gente pensa a me, pensa anche a quel cappello. In Italia è uscito un libro intitolato L’uomo con il cappello. Negli ultimi mesi ho girato decine di città italiane per incontrare i lettori e firmare copie, e continuerò ancora”.
Lei non si limita all’archeologia. Ha anche scritto un’opera lirica.
«Ho pensato che l’Egitto meritasse una nuova grande opera. Aida è un capolavoro straordinario di Giuseppe Verdi, ma sentivo che, soprattutto in vista dell’apertura del Grand Egyptian Museum, fosse arrivato il momento di raccontare un’altra storia. Così ho scritto il soggetto e l’ho affidato allo scrittore Francesco Santocono per il libretto in italiano. Le musiche sono di Lino Zimbone. È stato un lavoro lungo e oggi è finalmente pronto. Debutterà al Teatro Antico di Taormina».
Cosa vedrà il pubblico?
«È un’opera di circa due ore che racconta la vita di Tutankhamon. C’è il dramma della sua esistenza, il rapporto con Nefertiti, il suo amore e tutto ciò che ruota intorno alla sua figura. Credo che il pubblico la amerà perché unisce il rigore storico alla forza del teatro. Debutterà il 29 agosto al Teatro Antico di Taormina e poi inizierà un tour internazionale».
Perché Tutankhamon continua a esercitare un fascino così straordinario sul pubblico di tutto il mondo?
«Perché era un faraone giovanissimo, salì al trono in età molto giovane e la sua è l’unica tomba reale ritrovata praticamente intatta. Quando Howard Carter la scoprì, il 4 novembre 1922, trovò 5.398 oggetti, la maggior parte dei quali in oro. Ed è proprio l’oro ad aver conquistato il cuore delle persone. Ma c’è anche un altro aspetto: intorno a Tutankhamon sono nate moltissime leggende. Una delle mie battaglie è smontare i falsi miti, come quello della cosiddetta maledizione del faraone. Non esiste alcuna maledizione: fu una storia alimentata dalla stampa dopo la scoperta della tomba. Il mio lavoro consiste nel distinguere i fatti dalla fantasia».
Anche sulla morte di Tutankhamon lei ha contribuito a cambiare la storia.
«Per molto tempo si è creduto che fosse stato assassinato perché nel cranio era presente un foro. Grazie alle moderne tecnologie e agli esami sul corpo abbiamo dimostrato che quel foro era stato praticato durante il processo di mummificazione, per introdurre i liquidi utilizzati dagli imbalsamatori. È un esempio di come la ricerca scientifica possa correggere convinzioni rimaste in piedi per decenni».
Nel documentario emerge anche un lato molto personale della sua vita. Da bambino immaginava già un futuro da archeologo?
«Assolutamente no. Da ragazzo pensavo soltanto al calcio. Mi piaceva giocare e, qualche volta, recitare negli spettacoli del mio villaggio. Ero un bambino molto vivace. Crescendo ero convinto che sarei diventato avvocato. Mi iscrissi perfino a Giurisprudenza, comprai tutti i libri. Ma dopo poco capii che il diritto non faceva per me. Mi iscrissi ad Archeologia quasi per caso e, a dire la verità, all’inizio non mi piaceva nemmeno. Una volta laureato cercai altri lavori, ma non funzionò. Tornai allora nell’amministrazione delle antichità egizie. Fu lì che, durante uno scavo, trovai quella statua. Mentre la pulivo capii improvvisamente di aver trovato la mia strada. Da quel giorno tutto è cambiato. È stato il momento in cui mi sono innamorato dell’archeologia».
Da allora non ha più smesso di scavare.
«No, ancora oggi continuo a lavorare ogni giorno sul campo. Sto scavando a Saqqara e nella Valle dei Re, vicino a Luxor, alla ricerca della tomba della regina Nefertiti. Allo stesso tempo stiamo portando avanti ricerche molto importanti sulla Grande Piramide e credo che presto potremo rivelare al pubblico risultati straordinari. È questo che continua a motivarmi ogni mattina».
Nel documentario racconta anche che il successo porta inevitabilmente molte critiche.
«Quando si diventa famosi c’è sempre qualcuno che cerca di attaccarti, spesso senza motivo. Durante la rivoluzione egiziana del 2011 accadde anche a me: circolarono accuse assurde e false. Ma non mi sono mai fermato a guardare indietro. Vado avanti come un treno. Preferisco dedicare il mio tempo alle scoperte, ai libri, agli scavi. Se mettessi uno sopra l’altro tutti i libri che ho scritto, sarebbero più alti delle persone che hanno cercato di ostacolarmi. È per questo che non ho mai dato importanza agli attacchi».
Si parla molto dell’Odissea grazie al film di Christopher Nolan. Pensa che il cinema possa avvicinare il grande pubblico ai classici?
«Credo sia molto importante. Non ho ancora visto il film quindi non posso giudicarlo, ma penso che ogni opera capace di riportare l’attenzione sui grandi classici sia positiva. Omero, Shakespeare, Cleopatra: sono storie che appartengono all’umanità. Bisogna trovare il modo di raccontarle in maniera semplice, perché il pubblico possa comprenderle e appassionarsene. Pensi alla storia di Cleopatra e Marco Antonio: prima di tutto è una grande storia d’amore».
A proposito di Cleopatra, sta lavorando a un nuovo libro dedicato a lei.
«Sto scrivendo un romanzo e anche un grande libro sudi lei, sarà pubblicato in Italia, racconterà la sua vita ma anche la ricerca della sua tomba, un’avventura che continua ancora oggi. Per molti anni ho lavorato con Kathleen Martinez nel tempio di Taposiris Magna, vicino ad Alessandria. Abbiamo trovato statue di Cleopatra, monete con la sua effigie e numerosi reperti che ci stanno aiutando a ricostruire la sua storia. Io oggi non seguo più direttamente quello scavo, ma le ricerche continuano e tutti speriamo che un giorno possano portare alla scoperta della sua tomba».
Qual è l’aspetto di Cleopatra che il pubblico conosce meno?
«Molto di quello che è stato scritto su Cleopatra deriva da fonti posteriori alla sua morte. Le testimonianze più famose sono quelle di Plutarco e, molti secoli dopo, di Shakespeare. Oggi, invece, l’archeologia ci permette di conoscere la vera Cleopatra attraverso le monete, le statue e gli oggetti che stiamo riportando alla luce. Ogni nuova scoperta aggiunge un tassello alla sua storia».
Nel corso della carriera ha vissuto situazioni davvero pericolose. Qual è quella che ricorda più chiaramente?
«Ce ne sono state molte. Una volta stavo scendendo in un pozzo profondo circa venti metri. Era strettissimo e mi trovavo dentro una piattaforma collegata a una macchina. A un certo punto chiesi di essere riportato in superficie, ma il meccanismo si bloccò. Rimasi sospeso per due ore. Guardavo in basso e vedevo l’acqua, guardavo in alto e vedevo le persone che urlavano. È stata una situazione molto difficile».
Non ha mai pensato di smettere?
«No. Quando scendo con una corda dentro una tomba non penso che possa spezzarsi e che io possa morire. Penso soltanto a quello che potrei trovare: una statua, un sarcofago, una mummia, una tomba ancora intatta. La scoperta viene prima della paura».
Se oggi potesse parlare al ragazzo che era prima di diventare archeologo, quale consiglio gli darebbe?
«Gli direi una sola parola: passione. Se non si ha passione non si può fare bene alcun mestiere. Non si riuscirà mai a trasmettere emozioni. Vale per uno scrittore, per un archeologo, per chiunque. Ogni anno che passa sento di amare l’archeologia ancora di più. È questa la forza che mi ha accompagnato per tutta la vita».
Tra le sue scoperte ce n’è una che ha contribuito a smentire uno dei miti più diffusi: quello secondo cui le piramidi sarebbero state costruite dagli schiavi o addirittura dagli alieni.
«Per anni si è parlato di alieni e di teorie fantasiose. Ma quando ho scoperto le tombe dei costruttori delle piramidi abbiamo avuto la prova che erano uomini egiziani, operai specializzati che venivano pagati per il loro lavoro. Le loro tombe, le iscrizioni e tutto ciò che abbiamo trovato raccontano una storia completamente diversa. L’archeologia serve proprio a questo: sostituire i fatti alle leggende».
Perché l’antico Egitto continua a conquistare anche le nuove generazioni?
«Se chiede a un bambino cosa gli viene in mente pensando all’Egitto, le risponderà subito: mummie, faraoni e piramidi. Ma quella civiltà è molto di più. È la storia di sovrani che governavano secondo il principio di Maat, cioè la giustizia e la verità. È una civiltà costruita sulla fede nell’aldilà, ma anche su valori che ancora oggi possono insegnarci molto. Le donne, per esempio, avevano un ruolo importante nella società e in alcuni casi godevano di diritti che ancora oggi non esistono in alcune parti del mondo».
Che cosa può insegnarci il passato?
«Se si comprendono i segreti del passato si può guardare con maggiore chiarezza al futuro. Il patrimonio dell’antico Egitto appartiene a tutta l’umanità, non soltanto agli egiziani. Studiare quella civiltà significa capire come sia stato possibile costruire una delle più grandi culture della storia».
Il mondo attraversa un periodo complicato. Questo rende più difficile il suo lavoro?
«No, continuo a viaggiare in tutto il mondo per tenere conferenze e raccontare le mie scoperte. In Egitto lavorano circa 240 missioni archeologiche straniere. L’interesse per la nostra storia non è mai diminuito. Anzi, nei prossimi mesi arriverà anche a Roma una grande mostra dedicata ai Ritratti del Fayum».
Qual è il sogno da realizzare che le manca ancora?
«Vorrei trovare la tomba di Imhotep, il geniale architetto della piramide a gradoni di Saqqara, e quella della regina Nefertiti. Allo stesso tempo stiamo lavorando a nuove indagini sulla Grande Piramide e credo che presto riusciremo a rivelare risultati molto importanti».
Dopo una carriera straordinaria, qual è ancora il momento che la emoziona di più?
«Ogni volta che scopro una statua, un sarcofago o una mummia provo la stessa emozione della prima volta. È una sensazione che non cambia mai».
Che eredità vorrebbe lasciare alle nuove generazioni?
«Vorrei essere ricordato per aver trasmesso ai giovani la passione per l’archeologia. Ho formato molti archeologi, ma soprattutto ho cercato di far innamorare dell’antico Egitto milioni di persone. Quando, per esempio, ho accompagnato il vlogger americano MrBeast in una delle nostre esplorazioni, milioni di ragazzi hanno seguito quell’avventura. Questo mi rende felice: sapere che i giovani continuano a guardare all’archeologia con curiosità e meraviglia».