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Mrs. Playmen, pochi svolazzi senza scandali

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Multischermo / Molte serie hanno cercato di raccontare l’Italia erotizzata di quei tempi: è andata maluccio e non si è osato mai abbastanza
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Quando per promuovere una serie tv tre quarti dello spazio se ne vanno per illustrarne le intenzioni (di racconto di una certa Italia, dei costumi che cambiavano, del ruolo delle donne, di quello degli uomini etc.) allora c’è quasi sempre qualcosa che non va. Mrs. Playmen, su Netflix, è la storia di Adelina Tattilo (una Carolina Crescentini che porta a casa il ruolo da par suo) a capo negli anni 70 della rivista più scollacciata in circolazione, suo malgrado. O qualcosa di simile, visto che l’editore vero, suo marito Saro Balsamo, salutò la compagnia, e la famiglia, causa incomprensioni con la Guardia di Finanza. Tattilo, di estrazione cattolica, si ritrovò in un covo di redazione maschile da far rabbrividire — e ce ne vuole — e decise di svoltare: da giornalaccio da caserma a palestra quasi intellettuale e civile, con l’erotismo dentro.

"Mrs Playmen", la storia di Adelina Tattilo e il coraggio dell'erotismo

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Quando per promuovere una serie tv tre quarti dello spazio se ne vanno per illustrarne le intenzioni (di racconto di una certa Italia, dei costumi che cambiavano, del ruolo delle donne, di quello degli uomini etc.) allora c’è quasi sempre qualcosa che non va. Mrs. Playmen, su Netflix, è la storia di Adelina Tattilo (una Carolina Crescentini che porta a casa il ruolo da par suo) a capo negli anni 70 della rivista più scollacciata in circolazione, suo malgrado. O qualcosa di simile, visto che l’editore vero, suo marito Saro Balsamo, salutò la compagnia, e la famiglia, causa incomprensioni con la Guardia di Finanza. Tattilo, di estrazione cattolica, si ritrovò in un covo di redazione maschile da far rabbrividire — e ce ne vuole — e decise di svoltare: da giornalaccio da caserma a palestra quasi intellettuale e civile, con l’erotismo dentro.

"Mrs Playmen", la storia di Adelina Tattilo e il coraggio dell'erotismo

La serie, diretta da Riccardo Donna, manca della radicalità necessaria, la scelta è quella di mettere insieme gli elementi (non mancano i segnali del tempo, il post ‘68, i figli che occupano il liceo — non c’è niente di più triste della messa in scena delle occupazioni a scuola di una volta). E alla fine il passo diventa quello di una fiction che andrebbe benissimo sulla tv generalista senza scandalizzare, o inquietare nessuno. Appunto, colpa delle buone intenzioni, ma anche atto dovuto.

Per gli svolazzi c’è qualche spazio — vedi il caporedattore interpretato da Filippo Nigro: reduce della X Mas, ancora piuttosto convinto, ma assai convinto anche nel frequentare locali gay e innamorarsi del fotografo della rivista (da mandare ai matti il generale Vannacci, meglio che non veda la serie). E quando si finisce in un posto radical chic d’epoca con un redattore che dice: “vieni, ti presento Pasolini”, arriva un minimo di rassegnazione. Giusta un’altra notazione: negli ultimi anni molte serie tv o film hanno cercato di raccontare l’Italia erotizzata di quei tempi: è andata maluccio sempre e non si è osato mai abbastanza.

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“La mattina mi sveglia la mia nuova collaboratrice domestica. Arriva, accende la tv e mette Al Jazeera. E io faccio colazione con le notizie in arabo” (Cristiano Malgioglio, Belve. Rai 2).

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