Forse più della serie è interessante la storia che accompagna questo Il museo dell’Innocenza (Netflix) raccontata nei giorni scorsi su Repubblica dall’autore in persona, il preclaro Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel, massima autorità nella narrativa di quei luoghi. Ovvero l’ammissione secondo cui, coltivando “quei vizi” come il danaro e la popolarità, la ricerca di un approdo fiction per la storia d’amore e ossessione raccontata nell’omonimo romanzo del 2008 sia stata piuttosto travagliata. Siamo pur sempre in Turchia, patria di quelle dizi (serie in soap) ultrapop che da noi riempiono ampi spazi dei palinsesti di Mediaset e hanno lanciato per esempio quel bel tomo di Can Yaman.
Pamuk, racconta, firmò avventatamente un contratto: quando gli arrivò il progetto scoprì che avevano trasformato la trama d’origine appunto in una dizi a larga presa popolare. Da quello che si intuisce, il Nobel fece fuoco e fiamme e soprattutto avviò una causa legale economicamente sanguinosa. Ma all…
Forse più della serie è interessante la storia che accompagna questo Il museo dell’Innocenza (Netflix) raccontata nei giorni scorsi su Repubblica dall’autore in persona, il preclaro Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel, massima autorità nella narrativa di quei luoghi. Ovvero l’ammissione secondo cui, coltivando “quei vizi” come il danaro e la popolarità, la ricerca di un approdo fiction per la storia d’amore e ossessione raccontata nell’omonimo romanzo del 2008 sia stata piuttosto travagliata. Siamo pur sempre in Turchia, patria di quelle dizi (serie in soap) ultrapop che da noi riempiono ampi spazi dei palinsesti di Mediaset e hanno lanciato per esempio quel bel tomo di Can Yaman.
Pamuk, racconta, firmò avventatamente un contratto: quando gli arrivò il progetto scoprì che avevano trasformato la trama d’origine appunto in una dizi a larga presa popolare. Da quello che si intuisce, il Nobel fece fuoco e fiamme e soprattutto avviò una causa legale economicamente sanguinosa. Ma alla fine riuscì a svincolarsi: e con l’arrivo di nuovi produttori e registi – e il controllo sulla scrittura successiva – è arrivato il lieto fine. Che è appunto disponibile ora su Netflix, in nove episodi palpitanti d’amore e appunto ossessione: quando a fine di primo episodio si svela la raccolta, tanto per iniziare, di oltre quattromila mozziconi di sigaretta fumati dall’amata e trasformati in reliquie – arriveranno poi orecchini etc. – si prova un brivido alla Stephen King.
Ma la Turchia e Istanbul anni 70 hanno fascino, la ricostruzione intriga, il Kemal di ottima famiglia e promesso sposo che si innamora della lontana cugina, di commovente bellezza, può conquistare gli animi ben disposti. Che magari sorvoleranno sui grani di struggente follia disseminati nel racconto e soprattutto sul protagonista: astenersi invece palati esigenti che da una trama simile si aspetterebbero qualcosa alla Kundera. Qui siamo in un’altra dimensione e si respirano Turchia e relative suggestioni, per le quali bisogna essere portati.
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“Oggi sul tema magistratura si è riacceso il dibattito, ma di quello non me ne fotte niente” (Paolo Del Debbio, 4 di sera, Rete4).