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“Furious”, il viaggio nella mente spietata di un serial killer

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La serie su Disney+ è lontana anni luce, e avanti chilometri, rispetto al normale svolgimento di un action-thriller
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Qualcuno sta uccidendo uomini ricchi con iniezioni di fentanyl. Ne ha qualche motivo: la serial killer è una ragazza minuta che, quando era parecchio più giovane, è entrata in un incubo di abusi praticati dai ricchi di cui sopra. A darle la caccia è una poliziotta approdata al Bureau e avvolta in una trama a specchio: abusata dall’ex partner poliziotto, trattata come una reietta dai colleghi che sanno la verità, ma giocano a non crederle.

Furious (otto episodi su Disney+) è lontana anni luce, e avanti chilometri, rispetto al normale svolgimento di un action-thriller. Siamo in territorio assai più solido e ambizioso: la serie, realizzata da Elizabeth Meriwether, si ispira al film La vedova nera, anno 1987, regia Bob Rafelson, Debra Winger protagonista. In quel caso si uccideva per l’eredità dei facoltosi, il fatto che oggi sia invece giocato tutto sulla violenza di genere non abbisogna di spiegazioni – e i richiami sottesi al caso Epstein non sono forzati.

Ma quello che avvince è la co…

Qualcuno sta uccidendo uomini ricchi con iniezioni di fentanyl. Ne ha qualche motivo: la serial killer è una ragazza minuta che, quando era parecchio più giovane, è entrata in un incubo di abusi praticati dai ricchi di cui sopra. A darle la caccia è una poliziotta approdata al Bureau e avvolta in una trama a specchio: abusata dall’ex partner poliziotto, trattata come una reietta dai colleghi che sanno la verità, ma giocano a non crederle.

Furious (otto episodi su Disney+) è lontana anni luce, e avanti chilometri, rispetto al normale svolgimento di un action-thriller. Siamo in territorio assai più solido e ambizioso: la serie, realizzata da Elizabeth Meriwether, si ispira al film La vedova nera, anno 1987, regia Bob Rafelson, Debra Winger protagonista. In quel caso si uccideva per l’eredità dei facoltosi, il fatto che oggi sia invece giocato tutto sulla violenza di genere non abbisogna di spiegazioni – e i richiami sottesi al caso Epstein non sono forzati.

Ma quello che avvince è la convergenza di ottima scrittura, regia, recitazione e personaggi azzeccati. Va da sé che cacciatrice e preda finiscono per incrociare le strade e porsi la stessa domanda. Alice la poliziotta (Emmy Rossum), Catherine la killer (Lola Petticrew) si caricano in spalla tutte le nefandezze possibili del mondo descritto: abbondano cinismo, nichilismo e humor nero, il ritmo è perfetto ma nemmeno per un secondo lo spettatore viene rassicurato. Disturbante, ma soprattutto scritto e girato magistralmente. Fanno fede altri due personaggi dei quali ci si innamora: il poliziotto amico e tormentato come pochi, la decana indagatrice di reati sessuali che sublima tutto il male (in questo caso: la complessità del male) in una sfrontatezza di atteggiamenti e parole da applausi. È con questa miscela esplosiva a fin di bene che la serie si è già guadagnata la certezza di una seconda stagione.

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Reazione a catena, il gioco chiede di trovare la parola che inizia con la M e ne unisce altre due: “Consiglio” e “Banda”. La concorrente non sa uscirne e, a quel punto, lo dice: “Ministri”. Pino Insegno, che ai ministri attuali ci tiene parecchio, glissa via veloce facendo finta di niente.

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