L’istantanea viene fissata in bianco e nero, tre uomini al massimo sforzo, quello più avanti è russo, quello dietro un nero americano, il terzo è di Barletta. È il 4 settembre 1972 e per qualche ragazzino dell’epoca quel mese segnò l’uscita definitiva da una condizione fanciullesca, con Pietro Paolo Mennea, il primo per cui tifare come i grandi e, a seguire, l’Olimpiade, il mondo dei giochi, che diventa un evento sanguinario.
Lo si rievoca nel documentario Pietro Mennea — L’uomo dei record, passato nello Speciale Tg 1 di domenica sera. La storia magari la si conosce a memoria — e non è così, non è mai così — ma la pregevolissima fattura dello speciale firmato in regia da Tommaso Cennamo e che si avvale del supporto fiero e commosso della moglie Manuela Olivieri, incolla al video. Per chi era giovane allora, tornano immagini e sequenze da leggenda — lunghe 200 metri, 20 secondi anzi meno, peccato per quelli che preferiscono i 100. E poi la dedizione con cui sono stati cuciti i material…
L’istantanea viene fissata in bianco e nero, tre uomini al massimo sforzo, quello più avanti è russo, quello dietro un nero americano, il terzo è di Barletta. È il 4 settembre 1972 e per qualche ragazzino dell’epoca quel mese segnò l’uscita definitiva da una condizione fanciullesca, con Pietro Paolo Mennea, il primo per cui tifare come i grandi e, a seguire, l’Olimpiade, il mondo dei giochi, che diventa un evento sanguinario.
Lo si rievoca nel documentario Pietro Mennea — L’uomo dei record, passato nello Speciale Tg 1 di domenica sera. La storia magari la si conosce a memoria — e non è così, non è mai così — ma la pregevolissima fattura dello speciale firmato in regia da Tommaso Cennamo e che si avvale del supporto fiero e commosso della moglie Manuela Olivieri, incolla al video. Per chi era giovane allora, tornano immagini e sequenze da leggenda — lunghe 200 metri, 20 secondi anzi meno, peccato per quelli che preferiscono i 100. E poi la dedizione con cui sono stati cuciti i materiali video del Mennea dopo il ritiro, personaggio pubblico, attivista di sé stesso, la bulimia di vita adulta — stoppata precocemente dal male. Le quattro lauree, i libri, gli incontri in pubblico. Da questi ultimi emergono estratti strepitosi, era quasi un entertainer nello snocciolare aneddoti — Gianni Brera che tasta il cranio all’uomo del sud e rilascia la sentenza: “I suoi avi venivano dalla Mesopotamia”.
Ritorna la letteratura sul personaggio fiero, scorbutico, ovvero impossibile, le solitudini, la tenacia ferrea degli allenamenti, la vetta (l’incontro con Mohamed Ali: “Il più veloce del mondo? Ma lei è bianco”. E Pietro: “Dentro sono più nero di lei”). C’è tutto e non pesa riascoltare e rivedere, anche grazie ad altre leggende nella narrazione — Gianni Minà, per dire. E la conferma di un doc riservato a chi pensa di conoscere già l’intera storia ma è pronto a sorprendersi e commuoversi un’altra volta, in velocità.
*** Il dubbio è che alcune immagini promozionali Rai, quelle con il conto alla rovescia per l’arrivo di nuovi programmi (si vede il conduttore, il titolo e poi l’avviso: “-4”) facciano in realtà aumentare gli abbonati a Netflix.