Facile appassionarsi, altrettanto facile decidere di abbandonare dopo un paio di episodi. Dipende da quello che si cerca in un racconto che riguarda gli adolescenti di oggi – con localizzazione precisa, la quinta classe di un liceo romano. Ed è la docuserie Fomo (su RaiPlay). Il mondo si divide tra chi conosce il significato – la paura di essere esclusi dalle connessioni, virtuali e no – e quelli a cui va spiegato. Mondi lontani, generazionalmente parlando. Non è chiaro se la serie si rivolga agli uni o agli altri, e forse è un bene.
Le telecamere, nel lavoro realizzato da Pietro Daviddi e David Gallerano, sono rimaste accese per un anno nel gruppo di ragazzi, si intuisce un tonnellata di materiale girato da cui poi la cernita dei brani più significativi, dando continuità. Il contrario di una fiction, ma anche i codici del documentario c’entrano poco: una miscela, forse, sottraendo, mentre si dipanano amori e amicizie, ansie, gioie, feste, paura dell’immediato – la maturità – paura de…
Facile appassionarsi, altrettanto facile decidere di abbandonare dopo un paio di episodi. Dipende da quello che si cerca in un racconto che riguarda gli adolescenti di oggi – con localizzazione precisa, la quinta classe di un liceo romano. Ed è la docuserie Fomo (su RaiPlay). Il mondo si divide tra chi conosce il significato – la paura di essere esclusi dalle connessioni, virtuali e no – e quelli a cui va spiegato. Mondi lontani, generazionalmente parlando. Non è chiaro se la serie si rivolga agli uni o agli altri, e forse è un bene.
Le telecamere, nel lavoro realizzato da Pietro Daviddi e David Gallerano, sono rimaste accese per un anno nel gruppo di ragazzi, si intuisce un tonnellata di materiale girato da cui poi la cernita dei brani più significativi, dando continuità. Il contrario di una fiction, ma anche i codici del documentario c’entrano poco: una miscela, forse, sottraendo, mentre si dipanano amori e amicizie, ansie, gioie, feste, paura dell’immediato – la maturità – paura del futuro prossimo - la vita da adulti: mentre quella del presente si consuma senza distinguere più il reale dalla sua mediazione via smartphone e social.
E così via, cercando una formula che alla fine si rivela inattaccabile: i ragazzi dopo un po’ di tempo sembrano davvero agire come se le telecamere non esistessero – e qui siamo agli antipodi anche del docureality. E si arriva alla scelta: o si decide che le interazioni formano via via il racconto che finora mancava. Oppure, visto che in fondo non succede mai davvero niente, si passa ad altro. È una sfida, questo Fomo, che comprende anche - discreto paradosso - il dilemma sull’auto-escludersi dalla visione del medesimo.
Fomo ha ampie parti con dentro l’integrazione o il precoce rapporto tra i sessi e giunge in un momento nel quale, per via governativa, le tematiche rasentano il ridicolo e fanno tornare indietro di decenni. Da questo punto di vista, la docuserie diventa un salutare strattone e un invito a comportarsi da adulti, guardando gli adolescenti.
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“Maria Rosaria Boccia, ma lei crede davvero che io faccia parte della lobby gay?” (Massimo Giletti, Lo stato delle cose, Rai3).