Rosalia, il nuovo disco“Lux” è un caso: una cattedrale nel deserto fra sacro e profano
di Gino CastaldoImmaginate di passare per una zona desolata, spoglia, in un paesaggio monotono e spento, dove non c’è nulla e nulla sembra possibile, poi all’improvviso appare davanti a voi una enorme cattedrale, piena di guglie e arcate, bifore e trifore, arditi pinnacoli, vi fermate e con un certo stupore entrate in questo monumento e scoprite all’interno un florilegio di dipinti che grondano di colori forti, altari barocchi, un organo gigantesco con centinaia di canne. E più o meno l’effetto che fa il nuovo disco di Rosalia, Lux, un album che non sembra quasi possibile, fuori del tempo, un’intera opera fatta con la ferocia passionale del flamenco, ma trasportato in un universo variegato, usando tutti gli strumenti possibili, orchestra, pianoforti, strumenti acustici, perfino lingue diverse, ben tredici, con cenni di giapponese e russo tra gli altri e tra questi un intero pezzo in italiano, Mio Cristo piange diamanti, che sarebbe ispirato al “fortissimo rapporto di amicizia” tra San Francesco e San…
Immaginate di passare per una zona desolata, spoglia, in un paesaggio monotono e spento, dove non c’è nulla e nulla sembra possibile, poi all’improvviso appare davanti a voi una enorme cattedrale, piena di guglie e arcate, bifore e trifore, arditi pinnacoli, vi fermate e con un certo stupore entrate in questo monumento e scoprite all’interno un florilegio di dipinti che grondano di colori forti, altari barocchi, un organo gigantesco con centinaia di canne. E più o meno l’effetto che fa il nuovo disco di Rosalia, Lux, un album che non sembra quasi possibile, fuori del tempo, un’intera opera fatta con la ferocia passionale del flamenco, ma trasportato in un universo variegato, usando tutti gli strumenti possibili, orchestra, pianoforti, strumenti acustici, perfino lingue diverse, ben tredici, con cenni di giapponese e russo tra gli altri e tra questi un intero pezzo in italiano, Mio Cristo piange diamanti, che sarebbe ispirato al “fortissimo rapporto di amicizia” tra San Francesco e Santa Chiara.
Nei quattro movimenti in cui idealmente si divide la sua opera, Rosalia grida la sua passione, sale di intensità, poi sfuma dolcemente, cambia tono nello stesso pezzo, si permette dei silenzi carichi di tensione, cerca aperture mistiche, pervasa da una volontà quasi dolorosa di ascendenza. I brani scorrono come movimenti drammatici e carichi di tensione e la copertina la ritrae simbolicamente abbigliata come una suora, ma ha le labbra tinte d’oro e le braccia imprigionate nella veste come fosse una camicia da forza, spiegando e giustificando i continui contrasti dell’album, di fatto una colossale messa tra sacro e profano.
Ci ha messo due anni a realizzare l’album e si percepisce tutto l’ambizioso spirito di ricerca che lo ha sostenuto. Quasi difficile da credere che possa esistere questa cattedrale nel deserto. Altrettanto difficile immaginare che la gente possa trovare la pazienza e il tempo per ascoltarla come si dovrebbe, in questi tempi di fretta e furia che riducono la musica a frammenti brevi da usare su Tik Tok.
Rosalia sembra provenire da un altro pianeta e col suo modo di fare crea un caso. Si può ancora fare musica con l’ambizione di realizzare un’opera d’arte? Uscendo dalla cattedrale e riprendendo la strada attraverso il desolato paesaggio sembrerebbe di no, come se avessimo visto un miraggio, nel deserto.