Gli 80 anni di Freddie Mercury, il divo del pop e quelle ultime parole d’amore per il suo pubblico
di Gino CastaldoFreddie Mercury avrebbe compiuto oggi 80 anni. Per ricordarlo, tra le mille iniziative in corso, ce n’è una in particolare, un grande murales creato allo stadio di Wembley, lo stesso stadio che era stato suo, come un maestoso teatro, come fosse la Scala per un cantante lirico, già nel luglio 1985 quando i Queen, primi inter pares, in quello strabiliante parterre che fu Live Aid, conquistarono il mondo con una esibizione memorabile, ricostruita ad hoc per il finale del fortunatissimo biopic Bohemian Rhapsody che è valso un Oscar, meritatissimo, a Rami Malek.
Lo stesso stadio dove andò in scena uno dei loro più celebrati concerti, quello del 1986, immortalato in un film-concerto visto e rivisto milioni di volte dagli appassionati, quello con la luminosa giacca gialla, il solito microfono con l’asta spezzata, una insuperabile versione di Love of my life, intima, in due, lui e Brian May, e l’irrompere felice del pubblico che canta un’intera strofa, per non dire del finale, esagerato e melodrammatico in cui appariva con la corona e il lungo mantello cantando God save the Queen, in quella dorata ambiguità sulla parola “regina”, che era la sua band, che era la vera Regina, che in fin dei conti era lui, sempre, in ogni momento della sua vita, nelle ascese ardite, nel peccato, e nelle cadute.
Quel concerto sembrava l’apice, il momento massimo della grandeur, dopo anni di successo, maldestri tentativi solisti, momenti di genio creativo, uno sfrenato narcisismo che diventava una inconfondibile idea di spettacolo, teatrale e spudorato, ma fu anche l’inizio della fine perché appena un mese dopo, il 9 agosto del 1986, a Knebworth Freddie Mercury si esibì per l’ultima volta in assoluto davanti in pubblico. Sulla sua strada, come scoprì pochissimo tempo dopo aveva trovato un nemico terribile, invisibile e spietato, l’Aids, che lo stava corrodendo inesorabilmente.
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E la sua fine rimane ancora oggi uno dei momenti più drammatici della storia della cultura pop, non solo per il dolore, per il vuoto enorme lasciato dall’artista, anche per le modalità, per le circostanze strazianti dell’evento, con la lenta ma inesorabile disgregazione, i suoi tentativi di combattere di continuare a creare, a produrre il suo personale melodramma, fin quasi all’ultimo giorno, con le foto rubate che lo mostravano impietosamente coi segni devastanti della malattia, gli amici della band che gli stavano vicino, il suo compagno di allora Jim Hutton, e poi l’annuncio, il 23 novembre del 1991, quel lancinante comunicato in cui svelava quello che stava succedendo per far tacere la ridda di supposizioni e voci: “A seguito delle disparate congetture diffuse dalla stampa nelle ultime due settimane, desidero confermare che sono risultato sieropositivo e di aver contratto l'AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere privata questa informazione fino a oggi per proteggere la privacy di quanti mi circondano. Comunque, è giunto il momento di far conoscere la verità ai miei amici e ai miei fan”.
Neanche il tempo di assorbire la shoccante rivelazione e 24 ore dopo arrivò l’annuncio della sua morte, nella casa di Garden Lodge, a Kensington. La stessa casa dove per anni, senza sosta, i fan sono andati a lasciare un segno, una scritta, un pensiero, centinaia di messaggi che più o meno una volta al mese venivano ripuliti, per volontà della sua compagna e amica di una vita, Mary Austin, che aveva ereditato la casa, per essere riempiti di nuovo, costantemente. Giorni dopo uscì il videoclip dell’ultimo pezzo che aveva registrato insieme ai Queen, These are the days of our lives.
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Era stato lui a volere che fosse possibile vederlo solo dopo la sua morte. Il video, pur nel suo sobrio e curato bianco e nero, lo mostra indebolito, quasi gracile, lui che era simbolo di potenza, di forza, e alla fine, parlando, più che cantando, guarda in camera e dice “I still love you” come se fosse consapevole che quelle fossero le sue ultime parole da dire al pubblico che lo aveva amato in modo così intenso. E’ stato cremato, secondo la sua volontà, ma nessuno sa dove siano le sue ceneri. Mary Austin ha detto di averle sparse, dopo averle tenute due anni in casa, ma non ha voluto dire dove. Forse le ha tenute con lei, forse le ha liberate in un luogo scelto da Mercury, forse sono volate vie per essere parte della incorporea materia di cui è fatta la musica.