Spettacoli

L'INTERVISTA

Paolo Rossi: "Porto a teatro e al cinema
questi vent'anni che hanno segnato l'Italia"

L'attore debutta con il nuovo spettacolo, "L'amore è un cane blu", e annuncia che diventerà anche un film. "Parlo del berlusconismo che ha cambiato le nostre teste e di come possiamo superare lo stallo". In scena e sullo schermo con lui la band balcanica "I virtuosi del Carso": "Per ora il titolo del film è Dobra Vista Social Club. Se ci piace, ce lo terremo"

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ROMA - Benché triestino (anzi di Monfalcone) non era mai tornato da quelle parti se non per qualche "mordi e fuggi". "Adesso scopro che Trieste, un po' come Torino, è più vicina all'Europa di qualunque altra città italiana, tipo Milano o Roma. È lì, sul confine di tutto: vicino alla Slovenia, alla Croazia, alla Serbia, all'Austria, all'Ungheria. Guarda quel 'nuovo mondo' e ne assorbe l'energia, la vitalità, la voglia di fare e di cambiare, come nel resto d'Italia, ormai, ce la sogniamo. Sì, io qui sto proprio bene". Parla Paolo Rossi, l'artista che più ha lasciato un segno nella comicità anni Ottanta, che si è perso e ritrovato tante volte, che pubblicamente ha raccontato di un suo periodo nero con l'alcol e di come è risalito, che va avanti con ironia deliziosa, colta, sempre più sradicata dal cabaret formato tv dei nostri giorni e invece coltiva un suo legame con la tradizione del teatro comico popolare.

Reduce da due stagioni di successi con Mistero buffo versione pop è tornato a Trieste, dove ha incontrato "persone che mi capiscono", come dice lui, "con cui sto bene" e con cui ha realizzato un nuovo spettacolo, L'amore è un cane blu, che dopo il debutto al Teatro Ariosto di Reggio Emilia parte in tournèe e in primavera diventerà la base per un film, il suo primo film, da girare dopo una fuga a marzo nientemeno che a Hong Kong dove l'hanno chiamato in veste di regista lirico, per la messa in scena di Il marito disperato di Cimarosa, già allestito per il San Carlo di Napoli.

Quanti progetti, Rossi.
"Sì , lavoro bene. Davvero Trieste per me è stata una riscoperta. Certo lavoro sempre con la Corte Ospitale che ormai da qualche anno segue tutti i miei lavori, ma a Trieste ho trovato la collaborazione del Teatro Miela che mi ha messo molto entusiasmo. Per me è un ritorno alle origini in tutti i sensi".

Ma cos'è questa storia di Trieste?
"È che torni nel luogo dove sei nato e fai tutto più facilmente, con meno fatica. Scrivo cinque volte quello che faccio normalmente, mi sento con persone che capiscono il mio lavoro e in questo momento è particolarmente importante".

Perché?
"Perché questa crisi si sente molto in teatro, perché io non ho mai avuto finanziamenti e, terzo, perché ho una causa con il mio ex impresario che finché non ci sarà la sentenza, in cui confido, mi fa bloccare i miei guadagni. E poi perché altrove gli amici sono un po' spariti, anche a Milano, gente che non ho più sentito".

I colleghi?
"Colleghi ma amici che incontravi magari la sera, come facevi una volta allo Zelig quando era ancora un'osteria e non un centro di produzione tv. Però non è che sono triste, mi diverto lo stesso. Mi sento tornato alle origini anche creativamente e come allora faccio di tutto, lo scenografo, il costumista, l'ufficio stampa e l'attore".

Ma che vuol dire quel titolo, "L'amore è un cane blu"?
"Parte da un semplice fatto: credo che dobbiamo cambiare più noi stessi che la società. In questi vent'anni abbiamo avuto un cambiamento antropologico, abbiamo costruito un muro tra noi e la realtà. È ora di abbatterlo, o almeno di fare un piccolo  buco. E io ci provo nello spettacolo a partire da me, dai rapporti uomo-donna di cui, con tre famiglie a carico, modestamente ho una certa esperienza... E da lì parlare di un cambiamento possibile che è l'utopia di ogni comico".

Ma il protagonista quindi è lei?
"È un uomo che si perde nel Carso e attraverso questo smarrimento racconta se stesso e il problema che vive in questa Italia".

Vuol dire che parlerà di Monti, Fornero, lavoro, precarietà, Grillo...
"Sì ma con una certa distanza. Il primo problema credo sia davvero parlare di noi stessi, di quanto quel signore che ci ha governato vent'anni è rimasto dentro noi stessi".

Vuol dire quanto il berlusconismo ha cambiato le nostre teste?
"Quei venti anni ci hanno segnato. Il muro di cui parlo è quello. È la società dello spettacolo che ci ha pervaso".

Ma che c'entra il cane blu?
"È un cane-mito del Carso perché non soffre la bora: è un simbolo di resistenza".

Quanto c'è del clima dell'est nel suo spettacolo?
"Molto. Sul palco oltre al mio musicista Emanuele Dell'Aquila, c'è questo gruppo, I Virtuosi del Carso, sloveno, che è grandioso, trascinante, fanno un western balcanico che a me ricorda di quando da bambino giocavo ai cowboy nel Carso. Abbiamo fatto delle anteprime e finisce sempre che la gente balla. È anche con loro che faremo il film".

Che film sarà?
"Comincerò tra aprile e maggio, partirà dallo spettacolo. Il titolo? Per ora tra noi ci diciamo Dobra vista social club, per parafrasare in sloveno la Cuba di Wenders. Se ci piace, ce lo teniamo".