CIVITANOVA MARCHE (MC) - "Ma sì, mi faccia pure gli auguri per il debutto, tanto non sono superstizioso". La frase, pronunciata con il più inconfondibile intercalare catanese, sembra stridere con l'idea stereotipata che di un siciliano, per forza di cose, si è portati a farsi. Eppure è proprio con gli stereotipi che gioca il coreografo e regista Roberto Zappalà nello spettacolo che sabato 3 agosto debutta alla ventesima edizione del Civitanova Danza Festival, al Teatro Rossini di Civitanova Marche. Sud Virus - il piacere di sentirsi terroni, della Compagnia Danza Zappalà, è il lavoro conclusivo di un progetto che il regista e Nello Calabrò portano avanti da tre anni: da quando lo svedese Goteborg Ballet ha invitato il catanese a contagiare il freddo, metodico nord, con il caotico animo lavico del sud. Nasce così nel 2011 il progetto Sud Virus o dell'appartenenza: un'idea originale il cui scopo è capovolgere gli schemi. Il contagio è un bene, a infettare è il linguaggio: parlato, cantato, danzato o recitato. Il primo spettacolo, dal titolo Virus, sperimenta una commistione tangibile tra due mondi distanti. L'anno dopo arriva Anticorpi, coprodotto con l'Aterballetto di Reggio Emilia, e oggi Sud Virus - il piacere di sentirsi terroni: un percorso in danza, musica e parole attraverso l'appartenenza, sentita e tangibile, a una terra e a un popolo la cui voce parla sul palco di dolore e di vita, di dominazioni e di libertà. Un riscatto.
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Dai titoli dei suoi spettacoli sembra che lei prenda lo scherzo molto sul serio, e giochi volentieri con la sacralità delle cose. È così, Zappalà?
"L'arte è così: qualcosa che non comprendi, che rimane nella sensibilità del pubblico. Non è univoca come un libro, al massimo è come leggere filosofia".
La filosofia come chiave di lettura estetica, dunque?
"Non sono un filosofo, non penso mi avrebbero mai dato una laurea in filosofia, però mi piace riflettere. La danza contemporanea ha un astrattismo 'raccontato' molto filosofico: si appoggia a immagini di stati emozionali, è l'arte più filosofica".
Cosa si aspetta da questo spettacolo?
"Non si sa mai come va. La mia non è scaramanzia: è un habitus. Addirittura anche quando abbiamo avuto un successo enorme, ho avuto comunque dei dubbi a crederci. La danza è pura, il pubblico può leggervi la nostra dolcezza, ma anche la nostra durezza. Lo spettacolo è il suo, sta nei suoi occhi. Non è sempre facile essere poetici con la danza."
Nel suo spettacolo c'è Alfio Antico, un musicista dai ritmi ancestrali, artigiano dei suoi stessi tamburi: un mito, per i siciliani.
"Gli autori extra-danzatori sono tutti siciliani. È importante per me dare un'impronta siciliana, o meglio, sudista. Mi piace dare questo taglio identitario, anche se ci sono danzatori provenienti dal Nord Europa, e se alle musiche originali di Puccio Castrogiovanni si alternano riferimenti e citazioni di Paganini, Vivaldi e Bach. Alfio Antico invece esegue alcuni dei suoi cavalli di battaglia. Entrambi sono dei talenti puri, che se fossero nati a Berlino adesso avrebbero fama mondiale".
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Invece sono nati in una periferia geografica d'Europa. Un ostacolo o un punto d'onore?
"La periferia è nobile. Se questa emarginazione geografica è serena e tranquilla, e permette una buona creatività, non può che essere buona. Una volta che hai creato non importa più dove ti trovi. Io ho deciso di tornare nella mia città, e con la compagnia che porta il mio nome do lavoro a dieci persone per dieci mesi l'anno. È impegnativo ma è fonte di fierezza: ho il privilegio di poter accedere ai fondi statali e ai finanziamenti ministeriali, ma è un privilegio che va meritato lavorando sulla qualità. Noi portiamo 30, 40 spettacoli all'estero ogni anno, e lavoriamo da 23 anni. La fama all'estero dà soddisfazione, ma ne darebbe di più riuscire a sbloccare il circuito delle compagnie in Italia: il vero successo è quello nel proprio Paese".
Scegliere di restare in Italia è un atto coraggioso, per un artista.
"No, in un certo senso è un atto di egoismo. Strapparsi dalle proprie radici, appiattirsi al linguaggio altrui, in certi casi è la scelta più semplice".
Il contagio scelto per il titolo, quindi, è l'unico compromesso che accetta?
"È un po' curioso, lo so, infatti non credo che questo titolo potrà avere un gran successo in certe zone d'Italia (ride, nda). Andiamo parecchio all'estero, infatti. In Svezia portai solo 25 minuti di danza pura; la seconda tappa è stata Anticorpi, adesso con questo spettacolo supero entrambe le fasi, le completo aggiungendo parti recitate. Il linguaggio è semplice, è una credit card per approcciare l'altro. Qualunque sia la sua lingua".
Eppure ritorna spesso nei suoi lavori il concetto di appartenenza storica e territoriale, di cittadinanza.
"Il mio progetto è ampio: lo chiamo 'Remapping Sicily', ovvero rimappare la Sicilia usando un linguaggio siciliano, anche se si tratta di luoghi comuni. In Svezia due anni fa mi hanno invitato a fare uno spettacolo che "contagiasse" il nord con la nostra mentalità. Ne è risultato un ossimoro, il caos organizzato: il mio istinto con la loro tecnica. Un calore umano pronto a esplodere in scena".
Un vulcano. Rappresenta la sua Etna?
"No, non porto in scena a muntagna. Non adesso almeno, ma lo farò. Ora mi limito a pensarci: non ho fretta."
Adesso sì, si riconosce il catanese.
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Dai titoli dei suoi spettacoli sembra che lei prenda lo scherzo molto sul serio, e giochi volentieri con la sacralità delle cose. È così, Zappalà?
"L'arte è così: qualcosa che non comprendi, che rimane nella sensibilità del pubblico. Non è univoca come un libro, al massimo è come leggere filosofia".
La filosofia come chiave di lettura estetica, dunque?
"Non sono un filosofo, non penso mi avrebbero mai dato una laurea in filosofia, però mi piace riflettere. La danza contemporanea ha un astrattismo 'raccontato' molto filosofico: si appoggia a immagini di stati emozionali, è l'arte più filosofica".
Cosa si aspetta da questo spettacolo?
"Non si sa mai come va. La mia non è scaramanzia: è un habitus. Addirittura anche quando abbiamo avuto un successo enorme, ho avuto comunque dei dubbi a crederci. La danza è pura, il pubblico può leggervi la nostra dolcezza, ma anche la nostra durezza. Lo spettacolo è il suo, sta nei suoi occhi. Non è sempre facile essere poetici con la danza."
Nel suo spettacolo c'è Alfio Antico, un musicista dai ritmi ancestrali, artigiano dei suoi stessi tamburi: un mito, per i siciliani.
"Gli autori extra-danzatori sono tutti siciliani. È importante per me dare un'impronta siciliana, o meglio, sudista. Mi piace dare questo taglio identitario, anche se ci sono danzatori provenienti dal Nord Europa, e se alle musiche originali di Puccio Castrogiovanni si alternano riferimenti e citazioni di Paganini, Vivaldi e Bach. Alfio Antico invece esegue alcuni dei suoi cavalli di battaglia. Entrambi sono dei talenti puri, che se fossero nati a Berlino adesso avrebbero fama mondiale".
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Invece sono nati in una periferia geografica d'Europa. Un ostacolo o un punto d'onore?
"La periferia è nobile. Se questa emarginazione geografica è serena e tranquilla, e permette una buona creatività, non può che essere buona. Una volta che hai creato non importa più dove ti trovi. Io ho deciso di tornare nella mia città, e con la compagnia che porta il mio nome do lavoro a dieci persone per dieci mesi l'anno. È impegnativo ma è fonte di fierezza: ho il privilegio di poter accedere ai fondi statali e ai finanziamenti ministeriali, ma è un privilegio che va meritato lavorando sulla qualità. Noi portiamo 30, 40 spettacoli all'estero ogni anno, e lavoriamo da 23 anni. La fama all'estero dà soddisfazione, ma ne darebbe di più riuscire a sbloccare il circuito delle compagnie in Italia: il vero successo è quello nel proprio Paese".
Scegliere di restare in Italia è un atto coraggioso, per un artista.
"No, in un certo senso è un atto di egoismo. Strapparsi dalle proprie radici, appiattirsi al linguaggio altrui, in certi casi è la scelta più semplice".
Il contagio scelto per il titolo, quindi, è l'unico compromesso che accetta?
"È un po' curioso, lo so, infatti non credo che questo titolo potrà avere un gran successo in certe zone d'Italia (ride, nda). Andiamo parecchio all'estero, infatti. In Svezia portai solo 25 minuti di danza pura; la seconda tappa è stata Anticorpi, adesso con questo spettacolo supero entrambe le fasi, le completo aggiungendo parti recitate. Il linguaggio è semplice, è una credit card per approcciare l'altro. Qualunque sia la sua lingua".
Eppure ritorna spesso nei suoi lavori il concetto di appartenenza storica e territoriale, di cittadinanza.
"Il mio progetto è ampio: lo chiamo 'Remapping Sicily', ovvero rimappare la Sicilia usando un linguaggio siciliano, anche se si tratta di luoghi comuni. In Svezia due anni fa mi hanno invitato a fare uno spettacolo che "contagiasse" il nord con la nostra mentalità. Ne è risultato un ossimoro, il caos organizzato: il mio istinto con la loro tecnica. Un calore umano pronto a esplodere in scena".
Un vulcano. Rappresenta la sua Etna?
"No, non porto in scena a muntagna. Non adesso almeno, ma lo farò. Ora mi limito a pensarci: non ho fretta."
Adesso sì, si riconosce il catanese.