Debuttò quindici anni fa lo spettacolo di Dario Fo dedicato alla figura di San Francesco, e l'occasione per riprenderlo è un Papa chiamato Francesco. "Nessuno prima di lui ha mai avuto il coraggio di chiamarsi così", dice Fo dal palco del teatro Duse di Bologna, dove la riscrittura del testo ha debuttato ieri sera in prima nazionale, "a favore di telecamere", dal momento che lo spettacolo - completamente sold out, con un pubblico in gran parte di giovani - sarà presto anche un programma televisivo e un dvd. E se il riferimento alla Chiesa contemporanea non fosse ancora chiaro, cancella ogni esitazione la prima immagine che il Premio Nobel mostra nella lunga serie dei bozzetti che, disegnati di suo pugno, accompagneranno la storia del Santo di Assisi: è l'immagine di Papa Bergoglio in primo piano con un bambino.
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L'umbro antico. "Tanto lavoro e tanta fatica", ammette Fo, ci sono voluti per riscrivere in poco tempo parte di questo testo (soprattutto la prima parte) che per tre ore tiene il pubblico appeso alle labbra dell'attore ultraottantenne che sperimenta qui un linguaggio umbro arcaico. "Francesco avrebbe potuto parlare in latino e invece usa la fantasia e si esprime in una lingua volgare". Così motiva la sua scelta Dario Fo per questa nuova versione di Lu Santo Jullàre Francesco (ancora in scena stasera e domani), spiegando al pubblico bolognese che quello che si appresta a fare è un esperimento, ovvero vedere quanto il pubblico emiliano capisca di una lingua non sua. Lo aveva fatto, del resto, lo stesso Santo di Assisi quando intervenne in città in una guerra tra Bologna e Imola. "L'umbro con cui il Santo parlava risultava quasi incomprensibile per i bolognesi, ma talmente efficace da diventare l'arma migliore per far capire dove stavano sbagliando. Anche oggi è più che mai necessario unire fantasia e sobrietà per denunciare la brutalità e l'infamia di una politica che si fa asservire alle banche, alla finanza e a tutti quei poteri che piombano a piedi giunti sulle vite dei cittadini".
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Il giullare ante litteram. La storia di San Francesco, allora, diventa più che mai emblematica. Già nella prima stesura della sua opera Fo aveva lavorato chiosando i documenti ufficiali della Chiesa con le cronache dell'epoca che (insieme agli studi di Chiara Frugoni) hanno tolto il velo alla versione elegiaca costruita dopo la morte di Francesco. L'eccentricità del suo ritratto comincia nel titolo dell'opera che riprende il modo in cui lo stesso si definiva: un "jullare". "Della giullarata - ha spiegato infatti Fo - Francesco conosceva la tecnica, il mestiere e le regole assolute. Non teneva mai prediche secondo la convenzione ecclesiastica, anzi, rifiutava l'andamento del sermone. Sappiamo pure che cantava, recitava e "di tutto lo suo corpo fasea parola" come testimonia un cronista del suo tempo; nei suoi sermoni suscitava divertimento ma anche commozione fra i presenti che lo ascoltavano".
Così è, del resto, per il Premio Nobel che continua a incantare tutte le generazioni: quella di ieri sera è stata la sua seconda apparizione a Bologna per questa stagione teatrale, dal momento che lo scorso autunno è stato sempre al Duse con In fuga dal senato, lo spettacolo realizzato sul testo in cui l'amata Franca Rame ha raccontato la sua esperienza da senatrice.
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L'umbro antico. "Tanto lavoro e tanta fatica", ammette Fo, ci sono voluti per riscrivere in poco tempo parte di questo testo (soprattutto la prima parte) che per tre ore tiene il pubblico appeso alle labbra dell'attore ultraottantenne che sperimenta qui un linguaggio umbro arcaico. "Francesco avrebbe potuto parlare in latino e invece usa la fantasia e si esprime in una lingua volgare". Così motiva la sua scelta Dario Fo per questa nuova versione di Lu Santo Jullàre Francesco (ancora in scena stasera e domani), spiegando al pubblico bolognese che quello che si appresta a fare è un esperimento, ovvero vedere quanto il pubblico emiliano capisca di una lingua non sua. Lo aveva fatto, del resto, lo stesso Santo di Assisi quando intervenne in città in una guerra tra Bologna e Imola. "L'umbro con cui il Santo parlava risultava quasi incomprensibile per i bolognesi, ma talmente efficace da diventare l'arma migliore per far capire dove stavano sbagliando. Anche oggi è più che mai necessario unire fantasia e sobrietà per denunciare la brutalità e l'infamia di una politica che si fa asservire alle banche, alla finanza e a tutti quei poteri che piombano a piedi giunti sulle vite dei cittadini".
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Il giullare ante litteram. La storia di San Francesco, allora, diventa più che mai emblematica. Già nella prima stesura della sua opera Fo aveva lavorato chiosando i documenti ufficiali della Chiesa con le cronache dell'epoca che (insieme agli studi di Chiara Frugoni) hanno tolto il velo alla versione elegiaca costruita dopo la morte di Francesco. L'eccentricità del suo ritratto comincia nel titolo dell'opera che riprende il modo in cui lo stesso si definiva: un "jullare". "Della giullarata - ha spiegato infatti Fo - Francesco conosceva la tecnica, il mestiere e le regole assolute. Non teneva mai prediche secondo la convenzione ecclesiastica, anzi, rifiutava l'andamento del sermone. Sappiamo pure che cantava, recitava e "di tutto lo suo corpo fasea parola" come testimonia un cronista del suo tempo; nei suoi sermoni suscitava divertimento ma anche commozione fra i presenti che lo ascoltavano".
Così è, del resto, per il Premio Nobel che continua a incantare tutte le generazioni: quella di ieri sera è stata la sua seconda apparizione a Bologna per questa stagione teatrale, dal momento che lo scorso autunno è stato sempre al Duse con In fuga dal senato, lo spettacolo realizzato sul testo in cui l'amata Franca Rame ha raccontato la sua esperienza da senatrice.