"Golgota", Bartabas torna in sella a ritmo di flamenco
Laura Putti, <em class="author">LAURA PUTTI</em>In questi giorni in scena a Parigi e a settembre a Torino lo spettacolo ispirato alla liturgia cattolica con sprazzi di burlesco
PARIGI – È una messa pagana, ma allo stesso tempo estremamente religiosa. Uno spettacolo scuro, quasi funereo, durante il quale, però, si sorride anche. Spesso in bilico tra passione – in senso cristiano - e ironia, Golgota, nuovo spettacolo di Bartabas (in scena al Theatre du Rond-Point fino a domenica; dal 17 al 20 settembre a Torinodanza), inizia con una flagellazione e finisce con un Salve Regina cantato da un prodigioso controtenore che sembra uscito da un quadro di El Greco. E dato che tutti gli spettacoli del regista a cavallo nascono da una musica, questa volta Bartabas ci conduce nella Spagna del sedicesimo secolo: quello del compositore Tomàs Luis de Victoria i cui canti gregoriani (Christophe Baska voce, Marc Wolff liuto, Adrien Mabire fiati) accompagnano i movimenti di quattro cavalli perfettemamente dressati e del “bailaor” sevigliano Andrés Marin, considerato uno dei pilastri del “nuevo flamenco”.
Il parados…
Il parados…
PARIGI – È una messa pagana, ma allo stesso tempo estremamente religiosa. Uno spettacolo scuro, quasi funereo, durante il quale, però, si sorride anche. Spesso in bilico tra passione – in senso cristiano - e ironia, Golgota, nuovo spettacolo di Bartabas (in scena al Theatre du Rond-Point fino a domenica; dal 17 al 20 settembre a Torinodanza), inizia con una flagellazione e finisce con un Salve Regina cantato da un prodigioso controtenore che sembra uscito da un quadro di El Greco. E dato che tutti gli spettacoli del regista a cavallo nascono da una musica, questa volta Bartabas ci conduce nella Spagna del sedicesimo secolo: quello del compositore Tomàs Luis de Victoria i cui canti gregoriani (Christophe Baska voce, Marc Wolff liuto, Adrien Mabire fiati) accompagnano i movimenti di quattro cavalli perfettemamente dressati e del “bailaor” sevigliano Andrés Marin, considerato uno dei pilastri del “nuevo flamenco”.
Il paradosso questa volta non è soltanto quello di mettere un animale irruento e possente come il cavallo a servizio di un misticismo – Bartabas non fa altro da anni, esplorando luoghi, musiche e filosofie orientali – ma anche di adeguare al silenzio una danza fragorosa come il flamenco. Andrés Marin danza scalzo e sulla sabbia, solo di rado calzato e su superficie rigida. Nel primo quadro (più che scene, sono “tableau”) Marin segue un imponente morello montato da Bartabas e si flagella con la sua coda. Tutto è solenne: la musica, il passo del cavallo, la parabola della frustata. Sappiamo che il primo choc teatrale di Bartabas - il quale nonostante le apparenze ha origini assai borghesi - è stato una messa. È come se attraverso Golgota racconti un ritorno alle origini. La liturgia cattolica è evidente: ci sono lunghi ceri accesi e i copricapi a punta della processione del Venerdì Santo a Siviglia; c'è odore d'incenso e un attore nano (Pierre Estorges), maestro di cerimonie e frate, che lava i piedi a Marin; c'è la salita verso il Golgota e una crocifissione (stranamente senza gli integralisti religiosi di Civitas fuori dal teatro come, tre anni fa, per lo spettacolo di Castellucci); e c'è Bartabas in sella che fa danzare con passi d'alta scuola quattro cavalli silenziosi (Horizonte, Le Tintoret, Soutine e Zurbaran), perfetti servitori dell'originale, intensa liturgia.
"Ancora una volta è la teatralità dell'espressione religiosa che mi interessa” dice il regista. “Non è la morte che mi ispira, ma la resurrezione”. Per fortuna, negli spettacoli di Bartabas, c'è sempre un lato burlesco che arriva a rompere la tensione, che impedisce di prendere troppo sul serio un “cavallaro” con il collare plissato dei nobili nei quadri di Velasquez mentre racconta il Cinquecento spagnolo. La risata è liberatoria quando il centauro un attimo prima flagellante e penitente arriva in scena montando a pelo l'asino Lautrec.
Il paradosso questa volta non è soltanto quello di mettere un animale irruento e possente come il cavallo a servizio di un misticismo – Bartabas non fa altro da anni, esplorando luoghi, musiche e filosofie orientali – ma anche di adeguare al silenzio una danza fragorosa come il flamenco. Andrés Marin danza scalzo e sulla sabbia, solo di rado calzato e su superficie rigida. Nel primo quadro (più che scene, sono “tableau”) Marin segue un imponente morello montato da Bartabas e si flagella con la sua coda. Tutto è solenne: la musica, il passo del cavallo, la parabola della frustata. Sappiamo che il primo choc teatrale di Bartabas - il quale nonostante le apparenze ha origini assai borghesi - è stato una messa. È come se attraverso Golgota racconti un ritorno alle origini. La liturgia cattolica è evidente: ci sono lunghi ceri accesi e i copricapi a punta della processione del Venerdì Santo a Siviglia; c'è odore d'incenso e un attore nano (Pierre Estorges), maestro di cerimonie e frate, che lava i piedi a Marin; c'è la salita verso il Golgota e una crocifissione (stranamente senza gli integralisti religiosi di Civitas fuori dal teatro come, tre anni fa, per lo spettacolo di Castellucci); e c'è Bartabas in sella che fa danzare con passi d'alta scuola quattro cavalli silenziosi (Horizonte, Le Tintoret, Soutine e Zurbaran), perfetti servitori dell'originale, intensa liturgia.
"Ancora una volta è la teatralità dell'espressione religiosa che mi interessa” dice il regista. “Non è la morte che mi ispira, ma la resurrezione”. Per fortuna, negli spettacoli di Bartabas, c'è sempre un lato burlesco che arriva a rompere la tensione, che impedisce di prendere troppo sul serio un “cavallaro” con il collare plissato dei nobili nei quadri di Velasquez mentre racconta il Cinquecento spagnolo. La risata è liberatoria quando il centauro un attimo prima flagellante e penitente arriva in scena montando a pelo l'asino Lautrec.