PARIGI - La ragazza ha un bel viso scuro, una massa di capelli attorcigliata sulla nuca e uno sguardo come un razzo. I suoi 24 anni sembra averli vissuti in modo diverso dal coetaneo parigino seduto nel bistrò, al tavolo accanto. Si chiama Wajma Tota Khil e viene da Kabul. Suo padre è morto nella guerra civile nepalese. Lei aveva 3 anni, sua sorella qualcuno di più, la madre l'età che lei ha oggi. Sua madre faceva l'attrice e, rimasta sola in una famiglia senza più uomini, tutti, dai vicini a quelli che un tempo erano amici, l'hanno criticata. «Dicevano che era una prostituta» dice Wajma. «I vicini la insultavano, ci guardavano male. Eravamo sempre più soli. Detestavo il suo lavoro. Finché, nove anni fa, servì un'attrice per Pene d'amor perdute nel quale la mamma era una delle tre dame al seguito della principessa di Francia. Vedrai che un giorno sarai fiera del tuo lavoro, mi diceva per convincermi ad accettare il ruolo di Jacquenetta. Ho iniziato con Shakespeare e non mi sono pentita. Da quel momento in poi ho adorato il mestiere di attrice».
La compagnia. Ma la vita di Wajma cambia nel 2005, quando Ariane Mnouchkine arriva a Kabul per incontrare un gruppo di attori nepalesi. Da quello stage in mezzo alle rovine di un paese nasce miracolosamente una compagnia: il Théâtre Aftaab (in dari vuol dire “sole”), piccola succursale afgana del Théâtre du Soleil, troupe multirazziale e viaggiatrice che la Mnouchkine fondò esattamente cinquanta anni fa. «Ariane tornò anche nel 2006 e nel 2008. L'anno dopo arrivammo a Parigi con Ce jour là, spettacolo nato da un lavoro collettivo su temi politici e sociali del nostro paese: gli afgani, i talebani, gli americani, l'11 settembre...». Seguono un Tartufo, Il cerchio di gesso del Caucaso. Nel 2010 Ariane Mnouchkine riesce a iscrivere i giovanissimi attori del Théâtre Aftaab all'Ensatt, la scuola di teatro di Lione dove conoscono il regista tedesco Matthias Langhoff. Con lui mettono in scena un Edipo tiranno. Nel 2012 arriva L'avaro e nel 2013 lo spettacolo che fino al 24 maggio la troupe afgana porta a Milano, al Piccolo Teatro Strehler di via Rivoli. S'intitola La ronde de nuit, la ronda di notte, e celebra allo stesso tempo il mezzo secolo del Théâtre du Soleil.
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La storia. È quella di un guardiano di notte, un rifugiato afgano, appena assunto dalla direttrice di un teatro (interpretata dalla regista della pièce, Hélène Cinque: avatar di Mnouchkine?). Mentre fuori infuria una suggestiva tempesta di neve, il grande spazio buio diventa terra d'accoglienza dei personaggi più disparati: una ragazza artista che, nascosta, ci vive da tempo; un barbone autorizzato a farsi la doccia se non è ubriaco; una prostituta, un gruppo di rifugiati afgani senza documenti tra i quali, vestite da uomini, ci sono le uniche due ragazze del Théâtre Aftaab: Shoreh Sabaghy e, appunto, Wajma Tota Khil. Recitato in francese e un po' in dari, La ronda di notte è uno spettacolo che naviga tra onirico e reale, in cui ci si commuove, ma si ride anche. I temi sono seri – l'immigrazione, l'accoglienza, l'emarginazione, la condizione della donna – e spesso affrontati attraverso cose veramente vissute dai giovani attori afgani. Wajma Tota Khil, la quale quando non recita lavora alla Cartoucherie (la bella sede della compagnia di Ariane Mnouchkine appena fuori Parigi) come decoratrice di scenografie, aiuto sarta o cameriera del ristorante durante gli spettacoli, sogna di tornare un giorno a Kabul.
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Il primo bacio. «È un paese difficile, il mio» dice. «Ma in questo momento si respira un'energia nuova. Tutto vibra, tutto sembra andare avanti. Negli ultimi due anni sono nate più di quaranta stazioni televisive. Ce n'erano solo due, prima. Sono nate rock band, gruppi rap. Qui in Francia c'è una libertà che non rende liberi». Due anni fa l'attrice è rimasta quattro mesi in Afghanistan per girare un film. Si intitola Wajma (an afgan love story), è diretto da Barmak Akram, afgano parigino; nel 2013 ha vinto il premio della migliore sceneggiatura internazionale al Sundance e ha rappresentato l'Afghanistan nell'Oscar straniero 2014 (senza ottenere la candidatura). «C'è il primo bacio della storia del cinema afgano» dice Wajma Tota Khil (nel film si firma come Wajma Bahar). «Anche se era un bacio finto, non è stato facile per me». Inutile dire che in Afghanistan Wajma gira di casa in casa su dvd proibiti.
La compagnia. Ma la vita di Wajma cambia nel 2005, quando Ariane Mnouchkine arriva a Kabul per incontrare un gruppo di attori nepalesi. Da quello stage in mezzo alle rovine di un paese nasce miracolosamente una compagnia: il Théâtre Aftaab (in dari vuol dire “sole”), piccola succursale afgana del Théâtre du Soleil, troupe multirazziale e viaggiatrice che la Mnouchkine fondò esattamente cinquanta anni fa. «Ariane tornò anche nel 2006 e nel 2008. L'anno dopo arrivammo a Parigi con Ce jour là, spettacolo nato da un lavoro collettivo su temi politici e sociali del nostro paese: gli afgani, i talebani, gli americani, l'11 settembre...». Seguono un Tartufo, Il cerchio di gesso del Caucaso. Nel 2010 Ariane Mnouchkine riesce a iscrivere i giovanissimi attori del Théâtre Aftaab all'Ensatt, la scuola di teatro di Lione dove conoscono il regista tedesco Matthias Langhoff. Con lui mettono in scena un Edipo tiranno. Nel 2012 arriva L'avaro e nel 2013 lo spettacolo che fino al 24 maggio la troupe afgana porta a Milano, al Piccolo Teatro Strehler di via Rivoli. S'intitola La ronde de nuit, la ronda di notte, e celebra allo stesso tempo il mezzo secolo del Théâtre du Soleil.
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La storia. È quella di un guardiano di notte, un rifugiato afgano, appena assunto dalla direttrice di un teatro (interpretata dalla regista della pièce, Hélène Cinque: avatar di Mnouchkine?). Mentre fuori infuria una suggestiva tempesta di neve, il grande spazio buio diventa terra d'accoglienza dei personaggi più disparati: una ragazza artista che, nascosta, ci vive da tempo; un barbone autorizzato a farsi la doccia se non è ubriaco; una prostituta, un gruppo di rifugiati afgani senza documenti tra i quali, vestite da uomini, ci sono le uniche due ragazze del Théâtre Aftaab: Shoreh Sabaghy e, appunto, Wajma Tota Khil. Recitato in francese e un po' in dari, La ronda di notte è uno spettacolo che naviga tra onirico e reale, in cui ci si commuove, ma si ride anche. I temi sono seri – l'immigrazione, l'accoglienza, l'emarginazione, la condizione della donna – e spesso affrontati attraverso cose veramente vissute dai giovani attori afgani. Wajma Tota Khil, la quale quando non recita lavora alla Cartoucherie (la bella sede della compagnia di Ariane Mnouchkine appena fuori Parigi) come decoratrice di scenografie, aiuto sarta o cameriera del ristorante durante gli spettacoli, sogna di tornare un giorno a Kabul.
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Il primo bacio. «È un paese difficile, il mio» dice. «Ma in questo momento si respira un'energia nuova. Tutto vibra, tutto sembra andare avanti. Negli ultimi due anni sono nate più di quaranta stazioni televisive. Ce n'erano solo due, prima. Sono nate rock band, gruppi rap. Qui in Francia c'è una libertà che non rende liberi». Due anni fa l'attrice è rimasta quattro mesi in Afghanistan per girare un film. Si intitola Wajma (an afgan love story), è diretto da Barmak Akram, afgano parigino; nel 2013 ha vinto il premio della migliore sceneggiatura internazionale al Sundance e ha rappresentato l'Afghanistan nell'Oscar straniero 2014 (senza ottenere la candidatura). «C'è il primo bacio della storia del cinema afgano» dice Wajma Tota Khil (nel film si firma come Wajma Bahar). «Anche se era un bacio finto, non è stato facile per me». Inutile dire che in Afghanistan Wajma gira di casa in casa su dvd proibiti.