Spettacoli

TEATRO

"Gli ultimi giorni dell'umanità", l'apocalisse del Novecento rivive sul passo della Futa

Il copione teatrale di Kraus, ritenuto impossibile da tradursi per la scena  fino a Ronconi, che lo allestì al Lingotto nel 1999, è di scena fino al 17 al Cimitero militare germanico di Firenzuola. A riproporre l'impresa è la compagnia Archivio Zeta di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti

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GRANDE Guerra, alba tragica di un mondo nuovo. Non certo migliore di quello che cancellava. Di quell'apocalisse il genio lucidamente visionario di Karl Kraus raccontò in forma di monumentale profezia nel suo Gli ultimi giorni dell'umanità. Del quale, fino al 17 agosto (ore 18, euro 20), nel Cimitero militare germanico del Passo della Futa, la compagnia Archivio Zeta dei registi e attori Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, ronconiani di lungo corso, sfida la più volte decretata irrapresentabilità. "Ho scritto una tragedia il cui eroe soccombente è l'umanità". Così il ricco ebreo viennese convertito, l'aristocratico conservatore fattosi democratico e repubblicano, il vetriolesco fustigatore della corruzione asburgica e del nascente impero dei media, l'amico e sodale delle migliori menti d'allora (Loos, Schoenberg, Wedekind, Kokoschka, Wilde, Trakl e Strindberg fra quelle; Canetti e Benjamin, viceversa, ne furono ammiratori ed esegeti devoti), il conferenziere di successo, chiosava le 792 pagine (era quella l'epoca di formidabili testi-monstre conficcati nelle viscere dei tempi: Joyce, Musil, Mann, in seguito Canetti) di quel copione teatrale terminato nel '22. E, fino a Ronconi, che lo allestì al Lingotto nel 1999, ritenuto impossibile da tradursi per la scena.
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Uno sciamano inorridito dalla ferocia della guerra
. In quelle pagine che scavavano nelle macerie della prima, immane apocalisse del Novecento, Kraus riversò tecniche e intuizioni delle avanguardie, senza esser mai stato parte né di quelle né d'altre tendenze o ismi. Ne Gli ultimi giorni dell'umanità quel titanico sciamano, come Céline inorridito dalla ottusa ferocia della guerra come degli interessi di potere che addensava, impiega infatti strumenti teorici e tecnici modernissimi, le più aggiornate acquisizioni dei nuovi linguaggi artistici: dall'object trouvé al decoupage e il montaggio cinematografico, coi quali lavora sulle infinite e disparate fonti dei materiali utilizzati per il suo apocalittico ma certo non integrato, né integrabile, capolavoro; dalla simultaneità e molteplicità di prospettive della narrazione alla conseguente perdita di qualsiasi centro, figlie dell'allora mutante percezione del tempo, così come della tensione di Kraus ad affrescare il mondo tutto in quella Cappella Sistina dell'umana autodistruzione. Che la molto indipendente, autoprodotta e autodistribuita compagnia Archivio Zeta, fondata nel 1999 da Sangiovanni e Guidotti nel segno di un resistente teatro di parola, forte e rituale quanto problematico, condensa ora in due ore, alle luci calanti del primo imbrunire - metafora della lunga notte imminente cui il testo fa riferimento - nel Cimitero militare germanico della Futa. Dove dal 2005 sta compiendo un fascinoso percorso nella classicità archetipica della tragedia greca mettendo in scena ogni estate Eschilo e Sofocle. Mentre il resto dell'anno, oltre ad animare laboratori, attività didattiche e corsi universitari, percorre in lungo e in largo la penisola portando spettacoli per bambini, Primo Levi, Bernhard, Ibsen e Omero in luoghi quasi mai deputati.

La voce off di Ronconi. "È stato inevitabile - racconta Guidotti - coinvolgere il nostro maestro Ronconi, essendo stato l'unico a mettere in scena il testo: perciò abbiamo voluto, in modo anche ironico, che fosse la sua voce registrata ad attraversare l'intero spettacolo. Ritengo che il nostro lavoro sia molto diverso dal suo che, aiutato dalla struttura arecheoindustriale del Lingotto, manifestava nella rappresentazione una certa necessità didascalica, mentre noi ci siamo misurati con un luogo altro, infero, in cui riposa quella che per gli italiani è l'incarnazione del nemico tout court. Dopo dieci anni di tragici greci, volevamo una parola altrettanto forte e alta per reggere il confronto con un simile posto. A mio avviso il testo non è irrapresentabile: è solo un enorme contenitore nel quale Kraus ha convogliato le tantissime voci dell'epoca captate dalle sue antenne e tradotte dalla sua penna. Abbiamo provato a ricostruire quell'immenso coro, siamo in dieci, ognuno fa più parti, con una drammaturgia itinerante negli spazi del sacrario, dall'assassinio di Sarajevo alla Vienna nazionalista che, nella zona bassa, si prepara al gran macello in un sinistro trionfo di bandiere, aquile bicipiti e media, dalle trincee raccontate attraverso lettere dal fronte, all'apocalisse che nel quinto atto prende la forma di autentiche visioni circa la fine dell'umanità".

Quel selfie sotto il cadavere di Battisti. "Una profezia su tutte le guerre a venire che, ed è questo che ci ha colpito", prosegue Guidotti, "già riflette sull'abuso delle immagini oggi così normale, a partire dalla sbornia mediatico-propagandistica degli austriaci per l'esecuzione di Cesare Battisti, avvenuta davanti a tanti fotografi, uno dei quali, usando l'autoscatto, raggiunse di corsa il gruppo in posa sotto all'italiano impiccato, quasi una cupa previsione dei selfie di oggi. Grazie a una lunga ricerca fra archivi e antiquari ed alla collaborazione di studiosi berlinesi e viennesi, abbiamo potuto usare giornali dell'epoca, copie originali di Die Fackel, il trimestrale fondato e diretto da Kraus, e soprattutto 33 giri di ottima qualità di discorsi e letture radio dell'autore dagli Ultimi giorni e canzoni satiriche contro la stampa cantate dal Kraus già abbastanza famoso di fine anni Venti: pare che dal vivo lo abbia ascoltato pure Hitler, e quando fu al potere lo stesso Kraus cessò di parlare in pubblico, terrorizzato dalla somiglianza della sua oratoria con quella del führer. Nel nostro lavoro lo spettatore deve guadagnarsi il suo punto di vista: in questo ci aiuta la natura infernale del luogo, abitato dai fantasmi dei nostri nemici per definizione, che impone una riflessione su storia e memoria. A partire dall'invettiva di Kraus contro i morti, cui chiede 'perché non vi siete ribellati?', che nel nostro caso non è più teatrale ma reale, perché, nei campi lunghissimi del cimitero, ci rivolgiamo in modo diretto e col massimo rispetto possibile alle tombe vere dei morti 'cattivi' e veri".